La decisione del presidente americano Donald Trump di spostare l’ambasciata a Gerusalemme sta suscitando fortissime reazioni e i primi scontri nei territori occupati in Israele e nella stessa capitale israeliana, dove è tornato a scorrere il sangue. Logico che i commentatori di mezzo mondo siano molto preoccupati per gli imprevedibili sviluppi di questa scelta.

Pensiamo di fare quindi cosa gradita ai nostri associati e ai nostri lettori di pubblicare il pensiero di tre autorevoli osservatori apparsi sul blog di HuffPost Italia e su Formiche. Tre visioni come le tre religioni monoteiste che si dividono gli spazi e il cielo sopra Gerusalemme.

Il primo è quello della direttrice di HuffPost, Lucia Annunziata, grande esperta di politica estera che già il 5 dicembre, quindi prima dell’annuncio ufficiale, già paventava l’inasprirsi di un conflitto solo sopito in Medio Oriente. Vale la pena rileggerlo dalle pagine del suo blog HuffPost.it perché è del tutto attuale e mantiene viva la drammaticità di questa scelta avventata del presidente statunitense.

Il presidente Trump ci ha abituato a molte, impreviste e sorprendenti, decisioni in politica estera. Dalla rottura dell’accordo con l’Iran sul nucleare al ravvicinamento alla Russia, dall’abbandono del protocollo sul clima all’accelerazione dello scontro con la Corea del Nord, passando per gli sgarbi nei confronti dell’Europa, il leader Usa ha ridisegnato confini e storie che hanno definito la seconda parte del ventesimo secolo. La più recente decisione (il cui annuncio è atteso per le prossime ore) di spostare l’ambasciata Usa a Gerusalemme, potrebbe funzionare, in questo quadro di cambiamenti, come la miccia e l’acceleratore di un nuovo ciclo di guerre.

Il condizionale è però d’obbligo perché, nonostante il vasto giro di telefonate fatte dal presidente americano ai vari leader arabi, la decisione non è ancora stata annunciata. I tempi paiono, comunque, lunghi – almeno sei mesi prima di ogni trasferimento. E l’annuncio quando sarà pronunciato dovrà essere soppesato parola per parola. Nell’intricatissimo nodo di vite, storia, architettura e politica che costituisce la contesa fra palestinesi e israeliani, la geografia è da sempre la padrona di casa: e nessuna mappa è più politica (e confusa) di quella di Gerusalemme, culla di 3 religioni monoteiste e capitale reclamata da 2 nazioni, il cui status è da decenni ormai il cuore del conflitto arabo-israeliano.

Settanta anni fa, alla fine sanguinosa del mandato britannico, l’Onu votò la partizione della Palestina, in cui Gerusalemme venne definita una “entità separata sotto supervisione internazionale”. Nella guerra del 1948 la città era divisa in due aeree sotto rispettivo controllo di Giordania e Israele, modello Berlino durante la Guerra Fredda. Nel 1967 la divisione venne alterata dalla vittoria di Israele, che catturò, occupò e annesse l’area est; una unificazione che non è stata mai riconosciuta internazionalmente.

Da decenni dunque, quello di Gerusalemme, è uno status sospeso, che venne lasciato di proposito indefinito (“a permanent status negotiating issue that can only be settled by direct negotiation”) anche dagli ultimi, più rilevanti, accordi di pace, quelli di Oslo, seguiti alla prima Guerra del Golfo, nel 1993.

Oggi la città è una realtà a due teste, la zona Est, in cui vive il 37 per cento degli arabi dei Territori, capitale del desiderio della Palestina, e la zona Ovest capitale del desiderio di Israele, sede della Knesset, il Parlamento di Israele, e del governo.

La conseguenza di questo stato sospeso è una difficile coabitazione fra palestinesi e israeliani, fonte di permanente guerriglia e scontri, due città divise da un contrasto quasi incomprensibile fra ricchezze e libertà. E con non poche assurdità diplomatiche: ogni paese ha la sede della propria ambasciata a Tel Aviv e ben due consolati a Gerusalemme, uno per est, uno per ovest, spesso a poche centinaia di metri di distanza.

Cosa dirà esattamente Trump si applicherà a questa mappa. Per cui farà differenza se parlerà di Gerusalemme come doppia capitale, o se ne parlerà solo come capitale di Israele. Nel primo caso una linea di trattativa resterà aperta. Nel secondo, dobbiamo aspettarci un nuovo e prolungato periodo di scontri e guerre. Del resto, lo stato di allerta è già salito in tutto il mondo.

Ma perché Trump va a toccare un equilibrio così precario, rischiando di fomentare il fuoco sotto la cenere, proprio mentre vince la guerra contro l’Isis e si cerca una soluzione per la Siria? Questo è forse l’aspetto più incomprensibile di questa decisione.

Le risposte che vengono offerte sono molte, ma nessuna davvero convincente. La spiegazione ufficiale è che il Presidente aveva fatto la promessa di spostare l’ambasciata Usa in Israele a Gerusalemme in campagna elettorale e ha già rimandato a lungo la decisione. Una legge del 1995 chiede da parte del congresso che Gerusalemme sia riconosciuta capitale di Israele, ma da allora ogni presidente ha esercitato il diritto di non autorizzarne l’applicazione. Lo stesso Trump ha evitato l’autorizzazione per ben due volte.

La promessa è considerata un punto di identità da parte di molti movimenti cristiani radicali, e da ambienti ebraici più conservatori. E occorre ricordare che il dossier Israele è nelle mani del genero, il marito di Ivanka, Jared Kushner, che è un ebreo ortodosso, dunque molto allineato su questa posizione identitaria.

Una promessa da mantenere dunque, il cui tempo è arrivato opportunamente – si dice – nel momento in cui si fanno più stringenti le indagini sulle relazioni fra il gruppo di Trump e la Russia di Putin. Vanno poi considerate – si dice ancora – le elezioni prossime di midterm.

Ma nemmeno tutto questo spiega perché Trump metta sul piatto di un consenso interno l’equilibrio mediorientale, dove gli Usa hanno molto da perdere.

Ad esempio, se le strade delle varie capitali mediorientali si riempiono di nuovo di manifestazioni contro Israele, si riapre anche indirettamente quel diritto a manifestare che, dopo le primavera arabe, è stato messo da Istanbul al Cairo sotto chiave. Le prossime turbolenze contro Israele rischiano così di fare da battistrada a prossime turbolenze interne nei vari paesi.

In uno sviluppo del genere diventerebbe difficile continuare a far funzionare anche il fronte costituito da Trump con l’Arabia Saudita contro l’Iran, e con la Russia contro l’Isis. Dunque perché scuotere l’albero?

Forse perché – dicono alcuni analisti – c’è un secondo possibile risiko che l’amministrazione attuale considera: la possibilità di consolidare una alleanza per ora solo nei fatti – quella fra la parte più intransigente di Israele e, magari, la nuova leadership dell’Arabia Saudita. IanBlack, giornalista di lungo corso in Medioriente, riferiva ieri sul Guardian proprio della circolazione – per ora molto vaga – di questa idea.

Il governo di Israele è convinto che in questi ultimi anni di guerre intestine nel mondo arabo, anche una buona parte dell’opinione pubblica araba si è convinta che Israele è stata in fondo un buon alleato, sia pur solo funzionale, nei confronti del terrorismo e dell’Iran. E che dunque una forma di nuova partizione, che includa Gerusalemme sia possibile, facendo tornare in campo Israele nel nuovo assetto della regione.

Magari con l’aiuto del riformista principe Bin Salman di Arabia che con Israele condivide oggi la voglia e la necessità di porre un freno all’Iran, in nome della rivincita sunnita, contro gli sciiti, costi quel che costi. E se il Regno conosce bene un’arte è quella di muovere uomini e denari. Uomini che i palestinesi hanno in abbondanza, e denari di cui i palestinesi hanno disperatamente bisogno. Fantasie, forse. O audacia. Ma anche di queste il Medioriente è pieno.

Ecco invece quello di Massimo Teodori, sempre per HuffPost, esperto di diplomazia americana.

Se la decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele con il trasferimento dell’ambasciata americana non avesse conseguenze gravissime per il Medio Oriente, si dovrebbe parlare di una mossa stupida e insensata che non merita di essere discussa perché alle spalle non ha alcuna significativa strategia politica.

Purtroppo, però, la decisione del Presidente americano andrà avanti a qualsiasi costo nonostante gli avvertimenti contrari dell’Amministrazione di Washington e quale che siano le implicazioni che ne deriveranno.

Dunque, che cosa c’è dietro la mossa plateale di Trump, che non può essere definita altro che un colpo di testa che vede schierata contro tutta la comunità internazionale?

I motivi che hanno spinto Trump sono eminentemente di carattere interno. Il primo e principale è la necessità per il Presidente di rompere l’accerchiamento che si va stringendo intorno alla sua persona per il cosiddetto Russiagate sulla scorta del precedente Watergate che impallinò Nixon.

Dopo le confessioni e le incriminazioni degli stretti collaboratori – Manafort, Roussopoulos e Flynn -, il Presidente pensa di cavarsela con gesti sensazionali all’estero per distogliere l’attenzione dalla politica domestica e presidenziale.

In secondo luogo, per legittimare la sua gestione del potere, ricorre all’attacco dei predecessori, in particolare di Obama, per proporre un paragone esaltante il suo narcisismo:Io mantengo le promesse e farò quello che i Presidenti prima di me non hanno fatto, fingendo che il voto del Congresso del 1995 sulla capitale di Israele non esistesse…. Io sono diverso e migliore di tutti.

In terzo luogo, e ancora più importante nei rapporti con il partito Repubblicano che lo può scaricare da un momento all’altro, Trump si propone di consolidare il suo elettorato che è sì minoritario (oggi il suo consenso è sceso intorno al 35%) ma è compatto e partigiano.

Nella sua costituency, hanno un ruolo centrale gli evangelici fondamentalisti e gli ebrei tradizionalisti, i quali sono tra loro legati da una alleanza di fatto che fa riferimento alla Bibbia per legittimare il diritto di Israele a possedere e dominare l’intero territorio occupato oggi non solo da Israele ma anche dai palestinesi.

Ancora una volta gli integralismi e i fondamentalismi, che siano americani o israeliani, religiosi o nazionalisti, generano catastrofi di cui si conosce l’inizio ma non la fine. E Trump è l’incosciente protagonista di questo corso.

Infine, per avere un quadro quanto possibile completo, vi proponiamo l’intervista di Francesco Bechis a Fiamma Nirestein per Formiche.net.

Trasferire l’ambasciata americana a Gerusalemme, capitale di Israele, è il giusto riconoscimento dello status quo. E’ questa la lettura della giornalista e scrittrice Fiamma Nirestein che in questa conversazione con Formiche.net ha commentato l’annuncio del presidente americano Donald Trump e la conseguente quasi unanime condanna delle cancellerie internazionali. Una decisone – quella dell’inquilino della Casa Bianca – che si teme possa innescare nuove tensioni in un Medio Oriente già lacerato da guerre e conflitti etnici e religiosi.

Fiamma Nirestein, è giusto che l’ambasciata americana sia trasferita a Gerusalemme?

Gerusalemme è la capitale di Israele dal 1950. Questo ha portato benefici alle tre religioni ospitate: mai nella storia i luoghi delle tre religioni erano stati accessibili a tutti e gestiti ciascuno dalla sua comunità di riferimento. La Knesset e tutte le istituzioni sono a Gerusalemme, e anche al loro interno c’è una presenza araba. Non è un caso che i cittadini arabo-palestinesi di Gerusalemme, quando vengono interrogati dai sondaggi, rispandono sempre di voler rimanere nella parte ebraica della città. Da 3000 anni gli ebrei vivono a Gerusalemme, non sono andati via nemmeno nei momenti di persecuzione. Gli ebrei pregano rivolti verso Gerusalemme, e quando si sposano rompono un bicchiere dicendo: “Se ti dimentico Gerusalemme, così mi dimentichi la mia mano destra”.

La decisione di Trump non rischia di interrompere le trattative per la pace in Palestina?

Venti anni di trattativa non hanno portato da nessuna parte, solo al terrorismo palestinese, e ad una insopportabile delegittimazione degli ebrei, iniziata fin dai tempi dell’alleanza fra Adolf Hitler e Amin al-Husseini e che ancora oggi non è finita. Nella Umma islamica il popolo ebraico non ci deve essere, il fine ultimo dei palestinesi è far sparire gli israeliani. Trump ora ha intravisto una possibilità di cambiamento, in un momento in cui il mondo sunnita è molto preoccupato dalla presenza iraniana e di Hezbollah in Siria. La sua decisione parte semplicemente da un principio di realtà: Gerusalemme è già la capitale israeliana.

Già nel 1995, con la presidenza di Bill Clinton, il Congresso americano aveva passato una risoluzione per spostare l’ambasciata a Gerusalemme. Perché in più di venti anni non è stato fatto nulla?

Perché i palestinesi non lo hanno mai accettato. Sia Ehud Barak che Ehud Olmert avevano promesso una parte di Gerusalemme ai palestinesi, ma a loro non è mai sembrato abbastanza.

Cosa ne sarà del processo di pace?

Non è mai esistito un processo di pace: per questo si sta cercando un’altra via. Inoltre gli israeliani non potrebbero mai accettare un processo di pace basato sugli accordi del 1967, sarebbe una condanna a morte. Dopo che Israele ha sgomberato Gaza, da quei confini, tracciati dopo una guerra di aggressione contro gli israeliani, i palestinesi hanno iniziato a sparare missili all’impazzata contro Gerusalemme. Se fossero ristabiliti quei confini si immagini cosa succederebbe all’aeroporto di Ben Gurion di Tel Aviv, gli aerei in decollo o in atterraggio potrebbero essere colpiti dai missili palestinesi.

La miccia accesa da Trump rischia di accendere la polveriera mediorentale in un momento di grave instabilità. Non si poteva trovare un tempismo migliore?

Il Medio Oriente è la regione più instabile e imprevedibile al mondo. Domani Israele si può trovare di fronte a un assalto blindato del mondo arabo, ma non cambia nulla su Gerusalemme. Questa è la capitale dello Stato di Israele, lo è stata fino ad ora e lo sarà domani. I palestinesi continueranno a governare i loro luoghi sacri, i cristiani custodiranno il santo sepolcro, i medici palestinesi cureranno negli ospedali israeliani e gli arabi continueranno a sedere nella Knesset.

La preoccupa la risposta del presidente turco Erdogan, che ha minacciato di tagliare qualsiasi rapporto con Tel Aviv?

Erdogan è un nemico ontologico di Israele. Per lui si tratta di un affare di famiglia, d’altronde l’Impero Ottomano era il padrone di Gerusalemme. C’è una gelosia storica, dovuta alla mal riposta convinzione di essere un sovrano. In più Erdogan è il capo della fratellanza musulmana, da sempre il suo fanatismo antisemita è legato a questo ruolo.

Gran parte dell’Unione Europea ha preso posizione contro la scelta del presidente americano. Si aspettava una reazione diversa?

Mi domando se i leader europei non potessero essere più intelligenti questa volta, invece di ripetere la solita canzoncina dei confini del 1967. Sono delusa in particolare da Emmanuel Macron, ma non sono sorpresa: ormai la comune condanna di Israele è l’unico momento di unità di un’Europa sempre più divisa.

Il Papa nell’udienza di mercoledì ha chiesto di rispettare lo status quo concordato dall’Onu.

Lo status quo non verrà toccato, perché al momento Gerusalemme è la capitale di Israele. Mi spiace che ci sia stata una chiamata fra Papa Francesco e Abu Mazen. Avrei preferito che Abu Mazen manifestasse per altre vie le sue richieste ad Israele, cercando una mediazione, invece che continuare ad accusare gli israeliani di aver occupato la città.