Chiara Esposito

L’Unione dei 27 è davvero pronta ad aprire le sue porte a nuovi membri? La road-map è in via di sviluppo e le istituzioni sono chiamate a calibrare i progetti in un quadro decisamente articolato. Intervista ad Elena Grech, vice direttrice della Rappresentanza in Italia della Commissione europea.

Cambiare le regole del gioco. Una considerazione quanto mai attuale quando si guarda all’Unione di domani sotto la lente del possibile allargamento dei confini esterni. Ancor di più se lo si fa nella cornice della “Scuola d’Europa” che, nel secondo incontro dell’edizione 2024, si è tenuto presso l’aula magna del liceo Caetani di Roma.

È con lei che, a margine della conferenza, abbiamo approfondito alcuni passaggi delle tante riflessioni che hanno animato questo dibattito sull’ingresso di nuovi Stati.

Dagli interrogativi sulla proiezione geopolitica che fatica a sostanziarsi in assenza di una politica estera comune fino ad arrivare ai flussi migratori che potrebbero ridefinirsi in termini geografici, sembrano tante le questioni che richiamano la nostra attenzione di cittadini e decisori in vista di un cambiamento dell’assetto europeo.

 

Quali saranno le sfide più grandi da affrontare? Ci sono – a suo giudizio – dei limiti fattivi al processo di adesione per come lo stiamo concettualizzando oggi? Ritiene che si debba intervenire anche sui trattati istitutivi e, se sì, in che modo?

Sicuramente sì, a mio giudizio l’allargamento arriverà ma non prima del 2030 e sarà il periodo più lungo in cui l’UE abbia mai mantenuto un numero “costante” di Paesi membri. Anzi, ne abbiamo anche perso uno nel frattempo. Quindi è un passo importante. Attualmente ce ne sono 8 candidati ma immaginiamo che ne entrino 4, lo scarto è comunque enorme, l’impatto sarebbe enorme. Già l’Unione a 27 incontra ostacoli decisionali in materia di politica estera, questioni finanziarie, lo si legge spesso del resto. Anzi, la modifica dei trattati ritengo sia necessaria anche allo stato attuale. Non parliamo però di un processo, quello di revisione, rapido. Stiamo aspettando l’insediamento della nuova Commissione (previsto a novembre 2024 ndr.) ed è qui che si deciderà cosa mettere in agenda.

 

L’integrazione, del resto, non è solo una questione politica, è prima di tutto culturale, di identità legislativa, di cui – nello specifico – la corruzione è l’esempio più respingente, tragico ed emblematico. Tema sotteso è poi la necessità dei Paesi membri di “guardarsi dentro”. L’Italia ne è un esempio calzante; Stato fondatore che nel tempo ha rischiato più volte di perdere di vista la sua vocazione originaria, trascurando le radici del Manifesto di Ventotene e quello slancio che portò al Trattato di Roma. Grech lo ha sintetizzato magistralmente: “Siamo assuefatti dal privilegio”. Dare per scontato il sistema di tutele, il riconoscimento dei diritti e soprattutto gli spazi di libertà europei è come avere per le mani una bussola che non indica più il Nord; lo strumento per orientarsi c’è ma qualcosa nel meccanismo si è inceppato o – più verosimilmente – rischia di far perdere la via. È ancor più evocativo sentirlo dire da chi ha dato avviato la propria carriera aspirando ad un orizzonte transnazionale per il proprio Paese.

 

Sappiamo che lei ha preso parte in qualità di negoziatrice al processo di integrazione di Malta nel 2004. C’è stato, ai suoi occhi di cittadina maltese e membro del corpo diplomatico del Paese, un visibile “prima” e “dopo” l’adesione? Quale è stato il cambiamento più tangibile e che ha avuto più impatto e risonanza al tempo?

Sicuramente. L’adesione stessa è stata contesa. Proprio perché il Paese è così piccolo – ancora oggi è il più piccolo dell’Unione – si rifletteva sull’impegno necessario per essere parte attiva di questo progetto a fronte però di minori risorse, anche a livello umano. Pensiamo a quante riunioni avvengono a Bruxelles ogni giorno. Ci si domandava se il personale sarebbe stato sufficiente. Ricordo poi anche il referendum per l’adesione che passò con appena il 55% dei voti favorevoli. Quello che però ha cambiato le carte in tavola sono stati i benefici concreti del lungo periodo; pensiamo al Mercato Unico, è impareggiabile. Senza l’Unione europea quella di Malta sarebbe rimasta una voce nel deserto.

 

All’incontro di oggi hanno partecipato moltissimi studenti e studentesse provenienti da diversi licei romani e il focus di questo incontro è stato senza dubbio il confronto orizzontale. Gli interventi dei ragazzi hanno toccato moltissimi temi d’attualità, è un segno di grande attenzione verso le sfide del presente. Cosa l’ha colpita di più rispetto alle suggestioni e ai quesiti che le sono stati rivolti?

Senza dubbio l’entusiasmo che coltivano e che è alla base di tutte le domande che mi sono state poste. Penso sia parte integrante del nostro compito umanizzare le istituzioni e dar modo ai giovani di esprimere la propria curiosità. Il rischio altrimenti è cementare un’immagine lontana, nebulosa e indefinita che è ben diversa dalla realtà europea nel suo complesso e anche dalla mia personale idea di Europa. Ciò che più mi sta a cuore è che questo slancio venga preservato, che si mantenga sempre viva la percezione di essere agenti del cambiamento attraverso l’espressione del proprio voto e che la partecipazione sia a tutti gli effetti l’unico elemento differenziante tra il futuro che vorremmo, il mantenimento dello status quo o, nel peggiore degli scenari, il venir meno dei principi in cui crediamo. Credo che questo messaggio, in primo luogo, passi attraverso la formazione così come avviene in contesti simili a quello che abbiamo condiviso oggi.