Aveva già capito il sommo poeta. Nel sesto canto del Paradiso Dante Alighieri, nell’usare per la prima volta nella storia della letteratura la parola Europa, la definì come colei che tutto insieme tiene. Quello che sarebbe diventato l’obiettivo di oggi, ancora irrealizzato, di unire nella diversità, nel 1300 era stato già individuato come necessità.

Più avanti, prima di Altiero Spinelli, Eugenio Colorni e Ernesto Rossi, Immanuel Kant avrebbe indicato il mandato politico, dopo quello sociale dantesco, dell’Unione del vecchio continente: federare gli Stati, per avere la pace. Ma anche in questo caso la mancanza di una difesa e di un esercito unico rendono più debole e più attaccabile lo spazio comune.

La guerra in Ucraina scatenata dalla Russia ne sono una prova drammatica. Infine Thomas Mann, nel suo diario parigino del 1926, fece una previsione finora non smentita: l’Europa unita nascerà per convenienza economica ma non per convinzione. Tutti i Trattati, da quello sul carbone e sull’acciaio al Patto di Stabilità fino a Maastricht, sono lì a dimostrarlo, forse con l’unica eccezione di Dublino, che nella sua rigidità sull’accoglienza si sta però dimostrando un elemento di disgregazione piuttosto che di integrazione.

Occorre ricordare il pensiero di questi illustri letterati, nei giorni dell’ennesimo tornante della storia europea, perché essi vanno inseriti nel pantheon dei padri e delle madri di Europa, assieme a Schumann, Adenauer, Kohl, Mitterrand, Monnet, Hirschmann, Veil e agli autori del Manifesto di Ventotene. Tutti quanti appartengono alla storia e alla cultura europea, ma i letterati, ancor più degli autorevoli esponenti delle grandi famiglie politiche europee, non rappresentano uno o l’altro schieramento ma parte della storia e della cultura comune. Sono la nostra memoria europea.

Nonostante il numero e lo spessore di questi padri fondatori, nessun paese membro è stato però in grado di coltivare a fondo questa memoria e di fornire ai propri cittadini una spiegazione concreta e non solo economica del perché si deve stare insieme e non rintanati nelle proprie piccole patrie. Gli Stati ancora non sanno dare quelle risposte che Dante, Kant e Mann offrirono nelle loro celeberrime opere e che il Trattato di Roma provò ad immaginare, a solo dodici anni dalla fine della guerra e dalla vittoria degli alleati sulla Germania nazista, celebrata dalla Russia di Vladimir Putin ancora oggi come massima espressione di eroismo nazionale.

Le risposte sono solo economiche e non contengono nulla della identità europea che dovrebbe essere la matrice di una cittadinanza comune da insegnare ai giovani, come prova a fare ogni anno, insieme a tante altre manifestazioni, la Scuola d’Europa e il Ventotene Europa Festival.

Da quel lontano 1957, con l’eccezione del Next Generation Ue del 2020 che prova a delineare una nuova società europea, più integrata, più sostenibile, più responsabile, retta dal debito comune, sono mancati atti concreti di costruzione di una coscienza comune europea.
E questa latitanza diventa ancor più grave nel momento in cui spariscono i testimoni della seconda guerra mondiale e si fatica anche a mantenere viva una storia comune che vada oltre le celebrazioni (e le polemiche) sul 25 aprile.

Un esempio clamoroso di questa sparizione della memoria comune lo ha raccontato ItaliaOggi. In Germania non si faranno i lavori di restauro del lager di Dachau perché troppo costosi. E questa notizia fa il paio con la lenta e inesorabile cancellazione degli orrori del nazismo da parte della classe dirigente della prima economia e del Paese più popoloso d’Europa.

La costruzione dell’Europa non può prescindere dalle radici comuni ma non può soprattutto fare a meno della storia, della memoria, della letteratura che solo attraverso la tradizione scritta e orale può tramandare alle giovani generazioni il motivo per cui oggi non esistono più le frontiere, le monete nazionali, le difese pronte ad aggredire i vicini.

Nessuna società europea si sta interrogando sui bisogni dei suoi giovani, sulle ferite inferte nella loro identità prima dall’isolamento del virus e poi dalla debordante forza della sovraesposizione digitale. Eppure che siano i giovani a costruire la società è indubbio, ma hanno bisogno di studi, esempi, simboli da seguire, come spesso ricorda il capo dello Stato Sergio Mattarella, unico capp di Stato europeo a battersi per una maggiore integrazione.

Quando cominciarono a conoscere la repressione fascista Altiero Spinelli aveva 32 anni, Eugenio Colorni 30, Ernesto Rossi era il più anziano di tutti ma aveva poco più di quarant’anni. Gli autori del Manifesto di Ventotene, scritto sull’isola pontina a cavallo del 1939 e del 1941, erano uomini fatti, ma la loro passione politica, che avrebbe portato Spinelli sugli scranni più alti del Parlamento e della Commissione Europea e Ernesto Rossi a essere tra i fondatori del Mondo e dell’Espresso (Colorni, il filosofo, sarebbe morto assassinato dai fascisti nel 1944), era nata in gioventù e si fondava sulla conoscenza dei classici pensatori europei. Ancora più giovane era Ursula Hirschmann, la quarta autrice de facto del Manifesto federalista, sposa prima di Colorni e poi di Spinelli. La giovane tedesca aveva 29 anni quando in modo rocambolesco riuscì a portar fuori dal confino di Ventotene la bozza del celebre manoscritto. 

Avere 29 anni nel 1940 significava essere piuttosto avanti nel cammino della vita e allo stesso tempo intrisi di quello spirito costruttivo e rivoluzionario che molti decenni dopo ha spinto un’altra Ursula, un’altra tedesca, Ursula von der Leyen, a promuovere poco più che sessantenne, e madre di sette figli (un ottavo, un profugo siriano, l’avrebbe accolto come un figlio anch’egli nel 2015), la più grande riforma generazionale che l’Europa ha voluto provare a fare.
In Noi senzapatria, biografia di Ursula Hirschmann che delinea la finalità alla costruzione europea partendo proprio da questa assenza, si trova
la matrice d’Europa che si rinviene nello spirito del NextGeneration Ue e che contiene anche l’anima della grande letteratura europea, la quale molto deve alla cultura tedesca. Per ora è tutto scritto, catalogato, ma rombano più i cannoni delle menti illuminate.

A oltre ottanta anni dalla fine della seconda guerra mondiale, manca ancora quella convinzione di cui parlava Mann e quell’identità di cui scrisse Dante per poter finalmente dire: io sono europeo. Va costruita insieme nel ricordo di quanto accaduto, forti delle nostre origini comuni, gelosi della storia comune, aperti alla storia futura. (riproduzione riservata)

 

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