C’è un momento, nel discorso sullo Stato dell’Unione del 16 settembre, in cui l’emiciclo di Strasburgo si alza in piedi. Mark Carney è tra gli ospiti, non del tutto a sorpresa. Ursula von der Leyen ha appena proposto di «aprire la porta» al Canada perché diventi il primo «membro associato» dell’Unione europea. Non è soltanto una formula ben riuscita. La presidente della Commissione propone di portare le relazioni con Ottawa a un livello nuovo, facendo evolvere il rapporto costruito intorno al CETA verso una più ampia «Alleanza per il futuro».
Vale allora la pena chiedersi che cosa possa esserci dietro quelle due parole. La proposta arriva dopo mesi di progressivo avvicinamento tra Ottawa e Bruxelles. Ma mostra anche quanto siano cambiate le forme di cooperazione di cui l’Unione sembra avere bisogno rispetto a quelle immaginate nei Trattati.
Un’Unione di scopo o di necessità?
Cominciamo dai numeri. Nel 2025 il 71,7 per cento delle esportazioni canadesi di merci era diretto verso gli Stati Uniti, secondo Statistics Canada. Un anno prima era il 75,9 per cento. Nello stesso periodo le esportazioni verso il resto del mondo sono cresciute del 17,2 per cento.
È difficile comprendere l’apertura europea di Carney senza partire da questa dipendenza. Per decenni la vicinanza al mercato statunitense è stata uno dei grandi vantaggi dell’economia canadese. Oggi, tra scontro commerciale e nuovi dazi, quella stessa integrazione è diventata anche una vulnerabilità. Carney ha fatto della sovranità e della diversificazione economica due elementi centrali della propria strategia. L’Europa, quindi, non è semplicemente un’alternativa agli Stati Uniti: è uno dei modi con cui Ottawa cerca di ridurre una dipendenza diventata politicamente più costosa.
Il ragionamento europeo è in parte speculare. L’Unione cerca partner affidabili in settori che ormai fanno parte della sicurezza economica: difesa, energia, tecnologie, Artico, intelligenza artificiale e materie prime critiche.
Nel 2026 sono arrivati segnali concreti. A febbraio il Canada è diventato il primo paese non europeo a concludere un accordo per la partecipazione delle proprie imprese agli appalti nell’ambito di SAFE, lo strumento europeo per la difesa. A marzo Ottawa e la Banca europea per gli investimenti hanno firmato una lettera d’intenti sulle materie prime critiche. A luglio il governo canadese ha scelto la tedesca Thyssenkrupp Marine Systems come interlocutore preferenziale per negoziare l’acquisizione della futura flotta di sottomarini. Sono dossier diversi, ma raccontano la stessa direzione di marcia.
Le parole e i Trattati
Che cosa significa, allora, «membro associato»?
Per ora, soprattutto una formula politica. I Trattati conoscono gli Stati membri e conoscono molte forme di rapporto con i paesi terzi. Non conoscono una condizione intermedia chiamata associate membership.
L’adesione vera e propria non è in discussione. L’articolo 49 del Trattato sull’Unione europea riserva la possibilità di chiedere l’ingresso nell’UE agli «Stati europei». Il Canada, evidentemente, non rientra in questa ipotesi.
Esiste però un’altra strada. L’articolo 217 TFUE consente all’Unione di concludere accordi di associazione con paesi terzi, costruendo rapporti fondati su diritti e obblighi reciproci, azioni comuni e procedure specifiche. È una formula abbastanza flessibile da aver prodotto esperienze molto diverse, dall’accordo con la Turchia del 1963 a quello con l’Ucraina.
Se il «membro associato» evocato a Strasburgo dovesse diventare qualcosa di concreto, è probabilmente da qui che bisognerebbe partire. Associazione, però, non significa appartenenza: il Canada resterebbe un paese terzo. Ed è proprio in questo spazio intermedio che si gioca la parte più interessante della proposta.
Una base, del resto, esiste già. Il CETA, firmato nel 2016 e applicato provvisoriamente dal 2017, ha creato una forte integrazione commerciale tra Canada e Unione. Ricorda però anche quanto possano essere lunghi questi percorsi: quasi dieci anni dopo la firma, la ratifica non è ancora completata in tutti gli Stati membri.
Un nuovo accordo di associazione richiederebbe l’unanimità dei governi europei e l’approvazione del Parlamento europeo. E, se toccasse competenze nazionali, potrebbe dover passare anche dalle ratifiche degli Stati membri. In altre parole, tra l’annuncio di Strasburgo e un eventuale «membro associato» c’è ancora parecchia politica, oltre che parecchio diritto.
Quanto può essere profonda un’associazione?
Un possibile termine di paragone è lo Spazio economico europeo. Norvegia, Islanda e Liechtenstein partecipano al mercato interno e ne applicano molte regole, pur non avendo gli stessi poteri decisionali degli Stati membri.
Per il Canada difficilmente basterebbe replicare quel modello. Il punto sarebbe trovare un equilibrio tra accesso alle politiche europee e partecipazione alle decisioni, senza cancellare la differenza tra chi appartiene all’Unione e chi vi è associato.
La questione diventa ancora più interessante quando dal mercato si passa alle persone. Nelle discussioni precedenti al discorso di Strasburgo è emerso anche l’interesse canadese per una maggiore mobilità, fino alla possibilità di facilitare il diritto di vivere, studiare e lavorare nell’Unione. La cittadinanza europea resta riservata ai cittadini degli Stati membri, ma questo non impedisce di riconoscere per accordo diritti specifici ai cittadini canadesi.
E poi c’è la questione del potere. Più l’associazione diventa profonda, più bisognerebbe decidere quale voce dare al Canada nelle scelte comuni. È difficile immaginare un’integrazione molto avanzata nella quale Ottawa sia chiamata soltanto ad applicare decisioni prese altrove. Ma è altrettanto difficile attribuire a un paese terzo poteri paragonabili a quelli di uno Stato membro. È probabilmente qui, più che nelle formule, che si misurerà l’originalità del progetto.
Dove finisce l’Europa?
Resta infine una domanda meno tecnica. L’articolo 49 continua a parlare di «Stato europeo». La proposta canadese segue una logica diversa: non allargare geograficamente l’Unione, ma costruire intorno ad essa una cerchia più stretta di paesi con cui condividere interessi strategici e principi fondamentali.
Per questo la proposta riguarda il Canada, ma dice qualcosa soprattutto dell’Europa. In un sistema internazionale nel quale commercio, tecnologia, difesa ed energia sono tornati a essere strumenti di potere, l’UE sembra cercare rapporti più stretti di una normale partnership senza arrivare all’adesione.
Forse «membro associato» servirà proprio a dare un nome a questo spazio nuovo. Per ora è una promessa. Per trasformarla in qualcosa di più serviranno l’accordo dei Ventisette, un negoziato complesso e una buona dose di inventiva istituzionale.
L’abbraccio di Strasburgo è stato la parte semplice. Il diritto comincia adesso.
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