Nata dalle ceneri a cui l’aveva ridotta la volontà di potenza degli Stati nazione, l’Europa mostrò all’indomani della seconda guerra mondiale una certa disaffezione nei confronti di quelle competenze strategiche che caratterizzano i core state powers e che si è soliti racchiudere nella Potenza. L’indifferenza verso quest’ultima ha così condotto negli anni la nascente comunità europea a privilegiare il soft power proprio dell’influenza, dello scambio e dell’interdipendenza. L’Europa è entrata così in una nuova era geopolitica, basata sulla mutualizzazione della sovranità come garanzia di pace, diventando l’unica entità sovranazionale nello spazio mondiale. In particolare, dopo la caduta del muro di Berlino, l’Unione europea, allargata e approfondita, si è imposta come straordinario attore dinamico mondiale, contribuendo in maniera decisiva al multilateralismo e ad una visione del mondo universalista, grazie alla produzione di norme regolative: il protocollo di Kyoto nel 1997, l’Organizzazione mondiale del commercio creata nel 1995, il cui primo direttore è stato il vecchio commissario europeo al commercio Pascal Lamy, i tribunali penali internazionali per la ex Jugoslavia e il Rwanda, fino alla Corte penale internazionale creata nel 2002. A ben ragione, il noto politologo francese Sylvain Kahn ha parlato del decennio degli anni Novanta come “il momento europeo del mondo”, coinciso con un’ondata di democratizzazione che ha riguardato non soltanto l’antica Europa sovietica, ma anche l’America del sud, il sud-est asiatico e l’Africa. A tal proposito, Zaki Laïdi pubblicava nel 2005: La Force par la norme. L’enigme de la puissance européenne.

Questo indubbio successo riposava però su un azzardo morale, ovvero sulle garanzie di sicurezza offerte dagli Stati uniti posti al vertice della Nato, soprattutto dopo il fallimento del progetto della CED nel 1954. Il progetto europeista era nato in un’ottica federale e puntava a fare della nascente comunità europea una unione politica che superasse definitivamente il paradigma dello Stato nazione. L’occasione “passa e non tornerà più”, disse De Gasperi fautore del progetto, convinto che bisognasse afferrare quella chance e “inserirla nella logica della storia”. Fu però il non voto dell’assemblea nazionale francese nell’agosto del 1954, spinta in particolare dai gollisti, a seppellire le speranze europeiste. Il demone nazionalista non era morto; sopravviveva nel più antico Stato nazione d’Europa. Come ricorda il suo biografo Julian Jackson, De Gaulle non “attaccò nessuna organizzazione sovranazionale più ferocemente della abortita Comunità europea di difesa”. Fu “la fine dei governi europeisti”, disse all’indomani Spinelli.

Sbarrata la strada federalista, da allora l’Europa ha fatto dipendere l’integrazione politica da quella economica, procedendo in senso funzionalista, per cui si mettevano in comune le policy di un particolare settore strategico dell’economia e queste avrebbero via via condotto all’unione federale. In tal modo, l’Europa è diventata il più grande spazio economico integrato del mondo, protetta militarmente dagli Stati uniti in una relazione asimmetrica, la cui leadership veniva accettata anche perché impediva l’egemonia all’interno degli stessi paesi europei. La garanzia offerta dagli Usa ebbe tuttavia l’indubbio merito di permettere ad un’Europa distrutta di investire le sue risorse nello sviluppo economico, sociale e commerciale, facendo del continente europeo nel giro di 50 anni lo spazio maggiormente garantito al mondo in termini di welfare state. Non a caso, Jeremy Rifkin nel 2004 scrisse che ormai il sogno europeo aveva preso il posto di quello americano.

Questo mondo è finito per via di un duplice shock! A partire dall’invasione russa dell’Ucraina che ha riportato la guerra in Europa, gli europei si sono trovati posti nuovamente di fronte alla potenza e all’imperialismo. Non solo, ma il reinsediamento dell’amministrazione Trump nel gennaio del 2025 ha inaugurato una nuova era post-liberale, spezzando quel legame storico tra atlantismo e europeismo che è stato l’asse su cui si era costruito il primato dell’Occidente nel mondo dopo la seconda guerra mondiale.

La politica di Donald Trump si caratterizza così, da una parte, per un progressivo disimpegno dall’Europa in nome degli interessi supremi americani; dall’altra, per una messa in discussione di quei principi e valori che hanno cementato l’alleanza euroatlantica definendo la civiltà occidentale. Oggi gli europei non vengono più percepiti dall’amministrazione americana come alleati, trovandosi così in una solitudine senza precedenti.

Questo vuoto di sicurezza comporta per l’Europa un triplice rischio esistenziale che mette a nudo le debolezze della sua intera impalcatura: l’Europa è impreparata ad affrontare una superpotenza militare come la Russia; è “costretta” ad accettare il ruolo di vassallo imposto dalla nuova amministrazione americana nella speranza di non perdere del tutto il suo sostegno; conduce ogni esercito nazionale in Europa a riarmarsi per sopperire al vuoto creatosi, mettendo di nuovo in allarme il continente.

“L’Europa – diceva Monnet – sarà forgiata dalle sue crisi e sarà la somma delle soluzioni trovate per risolvere tali crisi”. In questi settantacinque anni dalla sua nascita, a partire dalla dichiarazione Schuman, non c’è dubbio che la forza trainante dell’europeizzazione sia stata la necessità. L’Europa non si è costruita a partire da dichiarazioni di principio o su basi concettuali, ma sulla base di questioni concrete e attraverso le risposte alle crisi. Oggi tuttavia la crisi è diventata sistemica, e ciò richiede un passaggio non più di grado ma di natura. Altrimenti detto, se vuole sopravvivere l’integrazione è chiamata ad un salto di qualità non economico ma politico, capace di far fronte al cambio di paradigma in atto nella geopolitica mondiale.

Pierre Haroche ha scritto autorevolmente su “Le Monde” il 12 dicembre 2023 che l’Europa vive “un momento Demostene”. Nei suoi discorsi, conosciuti sotto il nome di Filippiche, l’oratore antico Demostene (384-322 a.C.) chiamava gli ateniesi a non rimanere passivi davanti all’espansionismo del re Filippo II il macedone. Li esortava a sostenere coloro che subivano gli attacchi dei macedoni e organizzare la loro resistenza producendo armi e mobilitando tutta la Grecia. Per Demostene, in gioco c’era la sopravvivenza delle città libere e democratiche della Grecia e ciò esigeva uno sforzo unitario come civiltà.

Mutatis mutandis, l’Europa nella guerra in corso deve dotarsi finalmente di una politica di difesa propriamente europea e risolvere il suo problema con la potenza per difendere la democrazia e il diritto calpestati nel suo territorio.

Di fatto, una prima risposta c’è stata ed è stata rapida e coerente: dall’accoglienza di milioni di rifugiati, ai miliardi di euro versati in aiuti economici, militari e in assistenza alle persone, alla diversificazione dell’approvvigionamento delle fonti energetiche, fino alle sanzioni comminate alla Russia, possiamo affermare di essere davanti per la prima volta ad una politica estera e di difesa realmente comune da parte dell’Unione europea. Per arrivare però ad una autosufficienza, necessaria per la sua libertà e indipendenza, bisogna superare il corporativismo nazionale delle industrie belliche e costringerle ad esempio a cooperare su scala europea con una politica di appalti pubblici. Nello stesso tempo, occorre predisporre debito comune sul riarmo per evitare che i paesi europei che dispongono di maggiori risorse possano permettersi maggiori spese in armamenti rispetto ai partner europei, creando squilibri pericolosi.

Sta alle classi politiche dirigenti e ai popoli europei interpretare la sfida in atto alla stregua di quella richiamata da Demostene; una sfida non semplicemente morale ma esistenziale. Quella in Ucraina è una guerra europea. La libertà e l’indipendenza che l’Europa gode da tre generazioni dipendono in ultima analisi dall’esito del conflitto in corso.