A Ventotene, l’isola-manifesto dell’Europa, i freedom fighters lanciano un appello alla coscienza democratica del Vecchio Continente.

 

 

Il democratic backsliding è concreto. Il Global Democracy Index 2024, pubblicato a fine febbraio 2025 dall’Economist Intelligence Unit (EIU), lo sottolinea in modo evidente, testimoniando come da ormai dieci anni il livello di democratizzazione degli Stati sia in continuo declino. E, a fronte dell’avanzata degli autoritarismi, il mondo ci osserva.

È questa forse la principale consapevolezza emersa durante la Prima conferenza europea per la libertà e la democrazia, ospitata a Ventotene dal 12 al 14 settembre.

“Ventotene è la patria degli uomini liberi. Per questo qui non sarete mai ospiti, mai stranieri. Se regimi autoritari operano riscrivendo la storia per eternizzare il proprio potere, chi vive in democrazia deve rispondere con gli strumenti del diritto internazionale e mantenendo salde le sue istituzioni. Stiamo dando forma a un network per un’Europa Libera e Forte in cui i freedom fighters possano fare rete e rafforzare la propria voce a livello europeo” ha ricordato, in apertura dei lavori, la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, che ha fortemente voluto e promosso questa iniziativa.

Presenti – tra i tanti – i rappresentanti di movimenti come Women of the Sun e Women Wage Peace, Shirin Ebadi, Premio Nobel per la Pace e pioniera della difesa dei diritti delle donne in Iran; Abubakar Yangulabev, avvocato, difensore dei diritti umani e dissidente ceceno e Hamza Howidy, attivista palestinese per la pace e i diritti umani.

Donne e uomini che incarnano sfumature solo in apparenza distinte di una stessa lotta contro l’oppressione. Da Taiwan alla Palestina, dall’Afghanistan all’Ucraina, dall’Iran alla Russia e alla Bielorussia, le loro storie hanno trovato visibilità e riconoscimento restituendo alla platea presente sull’isola l’idea che popoli schiacciati da regimi e dittature guardino all’Europa come a un baluardo di diritti, in nome degli ideali sui quali si fonda la stessa idea di Unione oggi realizzata dai 27 Stati membri.
Viene però da chiedersi se siamo all’altezza di questa immagine. Possiamo ancora definirci un modello credibile, capace di continuare a trasformare i nostri principi in azioni concrete, difendendo chi li incarna anche quando ciò comporta rischi e sacrifici?

Talk e conferenze di questa tre giorni hanno restituito risposte affermative – in buona parte sospinte dalla speranza – sottolineando al contempo la necessità stringente di rimanere vigili rispetto alla fragilità di tali equilibri e consapevoli del ruolo che, come europei, siamo chiamati a rivestire tanto oggi quanto nel prossimo futuro nel preservare la tenuta dello Stato di diritto e testimoniarne, con ritrovata forza e ben al di là dei nostri confini, i valori. Non certo nell’ottica colonizzatrice dell’esportazione della democrazia. Numerosi, del resto, i commenti sull’impossibilità di rivolgere lo sguardo agli Stati Uniti quando si è in cerca di un modello di leadership del mondo libero.

Lo ha affermato ad esempio Sviatlana Tsikhanouskaya, leader dell’opposizione bielorussa e Premio Sacharov, dicendo: “La volontà di riaprire l’Ambasciata statunitense a Minsk è l’ennesimo segnale di legittimazione. La solidarietà è una forma di complicità e lo abbiamo visto a Washington quando l’amministrazione Trump ha scelto di stendere un tappeto rosso in Alaska”.

E ancora, un richiamo alla responsabilità crescente dell’Unione europea nel quadro internazionale arriva alle spalle di un multilateralismo sospinto da una vocazione ben più commerciale che diplomatica. Wu’er Kaixi, leader studentesco di piazza Tienanmen oggi esule a Taiwan, ha messo a nudo l’illusione di un Occidente convinto che il libero commercio avrebbe portato con sé la globalizzazione dei diritti e la libertà politica in Cina, ricordando la condizione in cui versano i detenuti uiguri nei “campi di rieducazione” dello Xinjiang.

Guardare oltreoceano o all’Estremo Oriente non può tuttavia divenire un esercizio di deresponsabilizzazione, anzi. Shena Razabi, a nome dell’associazione per i Diritti Umani del Kurdistan-Ginevra (KMMK-G), lo ha ribadito chiaramente: “La libertà e la democrazia non sono mai concesse, vanno costruite e preservate. E il privilegio di vivere in uno Stato democratico non deve mai essere dato per scontato – va condiviso”.

Kiev rappresenta forse il fronte più visibile di questo confronto tra forze contrapposte. Lo si legge nelle parole di Oleksandra Matviichuk e Oleksandra Romantsova, insignite del Nobel per la Pace per il loro impegno nella resistenza civile ucraina. Entrambe, infatti, invitano a non aspettare che la crisi entri in casa, perché ha già bussato fragorosamente alla porta. Forse non abbiamo ancora aperto, ma siamo chiamati a vigilare su chi si avvicina alla soglia. Romantsova sottolinea: “La guerra è già in Europa e voi non siete pronti. Le risposte continuano ad essere indecise e lente, e questo incoraggia Mosca a proseguire”.

Il contesto in cui si è svolta la conferenza è dirimente per comprendere il senso d’urgenza trasmesso da messaggi simili. Appena poche ore prima che la presidente Ursula von der Leyen pronunciasse il discorso sullo Stato dell’Unione, momento chiave dell’agenda annuale europea per valutare i primi risultati del mandato in corso e imprimere la direzione e l’orizzonte delle nuove priorità, alcuni droni russi hanno sconfinato nello spazio aereo polacco, mobilitando il meccanismo di difesa NATO della cosiddetta enhanced Forward Presence (eFP). Yulia Navalnaya ha commentato l’accaduto proprio dal palco ventotenese: “Con i regimi non si negozia. I dittatori non vanno e non possono essere educati, e Putin ci sta mettendo alla prova”. A queste parole fanno eco quelle di Sviatlana Tsikhanouskaya: “La battaglia delle autocrazie contro le democrazie è sempre più dura. L’obiettivo delle autocrazie non è mai diretto contro un solo paese e non si ferma mai a quello”.

Ma se dal pulpito di Strasburgo emergono contraddizioni che riflettono l’ambivalenza dell’Unione, capace d’indignarsi ma esitante nell’agire, forse a Ventotene l’Europa è apparsa diversa: fragile ma autentica, più attenta all’ascolto che alla retorica, più vicina al linguaggio della testimonianza che a quello della geopolitica.

Proprio per questo il dramma si consuma quando tutto ciò si scontra con la realtà di importanti indici di disaffezione da parte della cittadinanza verso la classe politica che, come fratture, consentono al germe mai sopito delle derive populiste d’insinuarsi polarizzando l’opinione pubblica. La disinformazione continua a giocare un ruolo chiave in questo senso costituendo l’arma principale nelle ingerenze esterne: “Manca consapevolezza di quanto sia dannosa questa guerra ibrida – commenta il capo di gabinetto del Parlamento europeo in Italia Carlo Corazza – non si può più andare in ordine sparso in settori come sicurezza e informazione. La storia non perdona chi non si sa unire nel momento del pericolo”.

Dissidenti e rappresentanti europei parlano così con una sola voce: la democrazia non può limitarsi a proclamazioni d’ideali astratti, vive solo se si consolida come azione quotidiana. Lo ha ribadito in quest’occasione anche lo stesso Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “L’Europa deve essere completata per essere credibile e autorevole.” Altrimenti le voci di Ventotene resteranno confinate sull’isola, memoria di un nobile sogno incompiuto.