Un maxi premio di maggioranza, ma solo se una coalizione ottiene almeno  il 42% in entrambe le Camere; un ritorno parziale e circoscritto delle preferenze ma non per i capilista che restano bloccati; l’indicazione vincolante per liste e coalizioni del candidato premier, ma non sulla scheda; una soglia di sbarramento del 3% per i singoli partiti; un’alternanza di genere di fatto solo a metà; e un numero minimo di firme necessario per chi non è già in Parlamento che sale da 1.500 a 6mila per ogni collegio.

L’ultima legge elettorale della serie quasi infinita che, soprattutto negli ultimi 30 anni, ha caratterizzato la storia repubblicana del nostro Paese ha ottenuto il via libera definitivo della Camera dopo tre “fiducie” e un voto finale a scrutinio segreto, al termine di un percorso parlamentare travagliato e pieno di scossoni.

La riforma, denominata Stabilicum o Melonellum, appare a molti costituzionalisti come una sorta di derivazione del premierato, promosso dal centrodestra ma rimasto ai blocchi di partenza, e guarda già a probabili elezioni anticipate tra fine maggio e inizio giugno 2027. Ma non senza qualche apprensione per la maggioranza di centrodestra che l’ha fortemente voluta e che, dopo essere inciampata nel primo passaggio a Montecitorio sul ripristino delle preferenze, rischia ora di essere costretta a giocare i tempi supplementari. In rampa di lancio, infatti, c’è un non trascurabile pacchetto di ricorsi alla Corte costituzionale, promossi dalle opposizioni ma non solo, che riguardano più punti della legge: dal premio di governabilità, soprattutto al Senato, al numero elevato di firme richieste. La Consulta potrebbe pronunciarsi già a febbraio o a marzo, e magari sancire l’incostituzionalità di alcune parti della riforma. E non sarebbe una novità.

Un film già visto più volte dagli italiani, ormai quasi indifferenti ai ripetuti cambiamenti di regole elettorali, come mostra l’affluenza alle urne sempre più bassa. Giorgia Meloni si è dichiarata soddisfatta per l’approvazione di una riforma su cui ha molto insistito. Anche perché da tempo ha un chiaro obiettivo da centrare: dare più peso e più forza a chi, dopo la prossima tornata elettorale, si ritroverà al timone di Palazzo Chigi, cercando di evitare il rischio di un pareggio. La premier punta ovviamente in un bis, sperando anche di poter giocare in posizione di forza la partita per il Quirinale che si aprirà nel 2029.

L’ennesima riforma, dunque, su misura dei partiti, almeno sulla carta. Dall’inizio della seconda Repubblica gli italiani si sono visti passare sotto gli occhi, in rapida sequenza, il Mattarellum, il Porcellum, il fantasma dell’Italicum, poi il Rosatellum e ora il Melonellum, tutti avvolti da una selva quasi inestricabile di liste sempre più bloccate e di premi di maggioranza che si dilatano quasi a dismisura. Proprio questi “premi” sembrano accomunare le riforme elettorali della destra: da quella voluta da Benito Mussolini per spianare la strada alla dittatura fascista, al Porcellum – targato Calderoli, con la benedizione dell’allora premier, Silvio Berlusconi – fino al Melonellum.

La necessità di garantire la stabilità è, per l’attuale maggioranza, all’origine della nuova riforma. Che nel testo finale licenziato dal Parlamento – dopo i correttivi introdotti a Palazzo Madama anche per provare ad attutire l’effetto Vannacci – prevede un sistema proporzionale corretto con l’introduzione di un maxi-premio di maggioranza, sotto forma di una quota fissa di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, che scatta solo nel caso in cui una lista-coalizione riesce a ottenere almeno il 42% dei voti validi in entrambe le Camere. I partiti possono presentarsi da soli o in coalizione, ma se la soglia del 42% non viene raggiunta anche in uno solo dei due rami del Parlamento il premio non scatta. La coalizione vincitrice non può in ogni caso superare i 220 deputati eletti su 400 e i 113 senatori eletti su 200.

La riforma conferma i capilista bloccati, ma, per effetto dei ritocchi del Senato, ripristina, seppure solo parzialmente, le preferenze: sulla scheda l’elettore può indicare, con le crocette, fino a tre nomi in una lista di sette. Se viene data più di una preferenza, si devono indicare candidati di sesso diverso, ma si tratta di un’alternanza di genere limitata: per i capilista bloccati non ci sono “quote”. Possono votare anche i fuorisede. I partiti devono poi obbligatoriamente indicare nel programma il nome del loro candidato premier, che non comparirà però sulla scheda elettorale come inizialmente immaginato, perché in questo modo si sarebbe andati in aperto contrasto con le prerogative costituzionali del Capo dello Stato sulla nomina del presidente del Consiglio. Prerogative che, secondo vari costituzionalisti, vengono comunque di fatto intaccate in nome di una sorta di premierato sotterraneo, non previsto da alcuna norma in vigore.

© Riproduzione riservata