L’Italia importa gran parte dell’energia che consuma, ma continua a discutere di combustibili fossili e nucleare mentre il cambiamento climatico presenta il conto. Per Luca Mercalli, climatologo, meteorologo e divulgatore scientifico, la vera partita è un’altra: accelerare sulle rinnovabili per ridurre insieme emissioni e dipendenza energetica.
L’intervista integrale sull’ultimo numero della Rivista LA NUOVA EUROPA
«Perché non diventiamo i leader europei dell’energia rinnovabile? Siamo il Paese del sole, ci sono persino le canzoni che lo dicono». Luca Mercalli, presidente della Società Meteorologica Italiana e direttore della rivista scientifica Nimbus, parte da una domanda che considera difficile da eludere: perché un Paese povero di risorse fossili non fa della produzione di energia rinnovabile una priorità strategica?
Per il climatologo, non è soltanto una questione ambientale. È una questione di autonomia, competitività e sicurezza. «Ogni watt in più prodotto su un tetto italiano è energia nostra». E significa anche essere meno esposti alle oscillazioni dei mercati internazionali e alle crisi geopolitiche: «Il sole non passa dallo Stretto di Hormuz».
Il ragionamento di Mercalli si inserisce in uno scenario internazionale nel quale le politiche climatiche stanno prendendo direzioni molto diverse. «Io partirei dalle parole di Antonio Guterres, pronunciate pochi giorni fa all’Assemblea delle Nazioni Unite». Il segretario generale dell’Onu, ricorda, ha definito la crisi climatica un danno enorme per le generazioni future e un «abuso di potere» della generazione presente nei confronti di quelle che verranno.
La risposta, secondo Mercalli, passa innanzitutto dalla fine della dipendenza dai combustibili fossili. Guterres, ricorda, lo ha detto con chiarezza: «Polluters must pay», gli inquinatori devono pagare. «Le grandi compagnie petrolifere hanno avuto un secolo e mezzo di enormi profitti dai combustibili fossili, che hanno portato al riscaldamento globale. Serve una forte pressione da parte dei governi per ridimensionare questo potere e trasferire una parte delle risorse oggi destinate alla gigantesca macchina dei combustibili fossili verso le energie rinnovabili».
La questione climatica, però, non può essere separata dalle altre grandi scelte di politica economica e internazionale. Mercalli guarda anche alla crescita della spesa militare. «Se già i combustibili fossili sono un problema, anche se servono alla nostra vita normale, mettere altri miliardi nelle armi è un ulteriore aggravamento della situazione». Guterres, osserva, ha richiamato anche il tema della finanza: «Dove mettiamo i soldi vuol dire accelerare certi processi».
Il peso degli interessi economici
Perché, allora, la politica non interviene con maggiore decisione? La risposta di Mercalli chiama in causa il peso degli interessi economici. «Là dove ci sono tanti soldi, c’è anche tanto condizionamento».
Il mercato dell’energia fossile, costruito in un secolo e mezzo, rappresenta secondo il climatologo una rendita di posizione difficilissima da mettere in discussione. «È un mercato che ha una così importante influenza che non lascia facilmente una posizione così redditizia per altro che ha in mano da 150 anni».
Il caso degli Stati Uniti è, ai suoi occhi, emblematico. L’amministrazione Trump ha modificato profondamente l’indirizzo della politica ambientale americana, tornando a sostenere le fonti fossili e riducendo alcune politiche di sostegno alla transizione energetica. «Abbiamo visto un ritorno indietro, con la riduzione di provvedimenti contro le emissioni e l’inquinamento, la riattivazione dell’uso del carbone e il taglio dei fondi alle energie rinnovabili».
Mercalli cita anche lo stop a progetti eolici come simbolo di questo cambio di direzione: «Siamo arrivati al punto di sospendere la costruzione di parchi eolici perché Trump ha detto: “No, basta”».
Stati Uniti, Europa e Cina
Il quadro internazionale, secondo Mercalli, è oggi molto diverso da quello che si delineava pochi anni fa. «Le grandi novità sono gli Stati Uniti che tornano indietro a gran velocità e l’Europa che tentenna».
Il Green Deal europeo, sostiene, «sulla carta rimane», ma nella pratica è «fortemente rallentato e ostacolato» dalle nuove posizioni politiche presenti nei Paesi membri. A questo si aggiunge la crescente destinazione di risorse alla difesa, che rischia di sottrarre spazio finanziario agli investimenti nella transizione ecologica.
E poi c’è la Cina, che Mercalli considera la grande eccezione rispetto alla frenata occidentale. «La Cina non ha abbandonato di un centimetro la sua posizione di investimento sulla produzione di energie rinnovabili», sia per il mercato interno sia per l’esportazione.
Il riferimento è soprattutto a pannelli solari e automobili elettriche, settori nei quali la Cina ha costruito una forte capacità produttiva. «Sta prendendo il posto di tutti e due messi insieme», dice Mercalli riferendosi alla posizione degli Stati Uniti e dell’Europa.
Il paradosso italiano
È però sull’Italia che il climatologo concentra le critiche più dure. Il paradosso, sostiene, è evidente: un Paese che non dispone di grandi riserve fossili dovrebbe avere un interesse strategico ancora maggiore nello sviluppo delle fonti rinnovabili.
«Lo riconoscono tutti, anche gli imprenditori: essere più autosufficienti nella produzione di energia ci porterebbe a essere più competitivi sul piano economico».
Eppure, osserva Mercalli, invece di accelerare sulle rinnovabili, il dibattito pubblico italiano continua a concentrarsi anche sul nucleare e sulla possibilità di sfruttare i giacimenti fossili presenti sul territorio.
«Io non riesco a capire. Non capisco come cittadino e come ricercatore».
La domanda che pone è semplice: «Perché non diventiamo i leader europei dell’energia rinnovabile? Siamo il Paese del sole». Da qui nasce l’idea di trasformare la vocazione solare italiana in un vero progetto nazionale: «Un brand nazionale d’Italia, il Paese del sole, primo investitore mondiale sull’energia rinnovabile».
Non si tratta, sottolinea, di competere con la Cina sul piano delle dimensioni. «Non abbiamo la dimensione della Cina, ma avevamo competenze sicuramente tutte. Fantasia, creatività, i nostri grandi valori».
La burocrazia e la questione nucleare
Uno degli ostacoli più evidenti alla diffusione delle rinnovabili è la burocrazia. Anche installare un pannello solare può trasformarsi in un percorso complesso.
Per Mercalli, tuttavia, la questione burocratica è soprattutto una questione di volontà politica. «Un governo che vuole promuovere semplifica». E porta l’esempio delle risorse destinate alla difesa: «I soldi per le armi sono stati trovati in un giorno. Improvvisamente si è aperto un cassetto nei ministeri e sono saltati fuori miliardi che prima non c’erano per la sanità, per la scuola, per l’energia rinnovabile».
Il ragionamento, sostiene, vale anche per il nucleare. L’Italia ha votato in due referendum contro il nucleare, ma oggi la questione è tornata al centro del dibattito politico.
«Se fosse stato il contrario, ci avrebbero detto: “È difficilissimo far rientrare il nucleare”. Ci sarebbero stati due enormi baluardi. E invece è rientrato nel dibattito».
La stessa determinazione, osserva Mercalli, potrebbe essere utilizzata per accelerare le rinnovabili. «Se uno vuole promuovere l’energia rinnovabile farebbe la stessa cosa, una grande azione di semplificazione».
La sua proposta, volutamente provocatoria, rende l’idea: «Dovremmo andare avanti con i pannelli solari, distribuirli gratis al mattino all’uscita della messa». E ricorda che anche Papa Francesco aveva indicato con forza il tema della transizione energetica nell’enciclica Laudato si’.
«Tra dieci anni vedo un’Italia più debole»
Il futuro dell’Italia, se la transizione non verrà accelerata, preoccupa Mercalli. «Io tra dieci anni vedo un’Italia molto più debole, perché il cambiamento climatico ci comincerà a far pagare un prezzo importantissimo».
Un segnale arriva già dal settore assicurativo, che osserva con attenzione l’aumento dei danni provocati dagli eventi climatici estremi. «Il mercato assicurativo è molto vigile e attento al tema del clima, perché purtroppo vede un aumento del danno».
Per un Paese già fragile, l’incremento dei danni climatici potrebbe quindi tradursi in un ulteriore peso economico. «Avremo più danni climatici in una situazione di Paese già fragile per tutti gli altri problemi. E ci renderà ancora più deboli, perché dovremo pagare tutti questi danni».
Ma il problema non sarà soltanto quello degli eventi estremi. La mancata transizione energetica potrebbe lasciare l’Italia esposta alla volatilità dei prezzi dei combustibili fossili e alle crisi geopolitiche.
«Se non ci saremo attrezzati in tempo con la transizione ecologica, non solo avremo un danno climatico in più dalle nostre emissioni, che sono poche e non cambieranno il mondo, ma soprattutto non ci saremo attrezzati per l’autosufficienza nazionale».
L’Italia, spiega, continuerà a dipendere da prezzi dell’energia «fatti da altri e non da noi». E quindi «saremo sempre in balia di queste fluttuazioni e di questi giochi geopolitici».
Al contrario, ogni nuova capacità installata sul territorio nazionale riduce questa dipendenza. «Ogni watt in più prodotto su un tetto italiano è energia nostra».
È questo, per Mercalli, il punto decisivo della transizione: non soltanto ridurre le emissioni, ma aumentare la libertà di scelta del Paese. «Ci libera dalle dipendenze, oltre ad avere un vantaggio».
L’estate 2026: il record di Torino
A raccontare concretamente la trasformazione del clima sono anche le serie storiche delle temperature. Mercalli indica quella di Torino, una delle più lunghe d’Italia, con dati che risalgono al 1753.
Secondo il grafico elaborato sulla base dei dati meteorologici utilizzati dalla Società Meteorologica Italiana e da Arpa, l’estate 2026 risulta la più calda dell’intera serie storica torinese, lunga circa 270 anni.
Un record che, secondo Mercalli, non riguarda soltanto Torino. L’estate 2026 è stata eccezionalmente calda anche in vaste aree del Nord Italia e dell’Europa occidentale, dove sono stati registrati numerosi primati di temperatura.
Il valore di una serie storica così lunga sta proprio nel confronto con il passato: non si tratta di una singola giornata particolarmente calda, ma del posizionamento dell’intera stagione rispetto a quasi tre secoli di osservazioni.
Per Mercalli, questi dati rappresentano una delle manifestazioni più concrete del cambiamento climatico e rendono ancora più urgente la discussione sulle scelte energetiche.
«Qui non si tratta di tornare indietro, dobbiamo andare avanti». La questione, conclude, non è soltanto come ridurre le emissioni, ma quale Paese l’Italia voglia costruire nei prossimi decenni: un Paese ancora dipendente dall’energia fossile e dalle decisioni altrui, oppure un Paese capace di produrre una quota crescente della propria energia. «La transizione ci libera dalle dipendenze, oltre ad avere un vantaggio».
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