Dal Parlamento italiano ogni mese escono più provvedimenti delle assemblee britannica, francese e spagnola, ma il 75,6% delle leggi è promosso direttamente dal governo Meloni

 

Il Parlamento ha davvero ceduto il passo allo strapotere legislativo del governo? La domanda ricorre da tempo tra molti costituzionalisti e anche nelle aule di Camera e Senato. Gli ultimi dati del tradizionale report del Servizio studi di Montecitorio confermano la centralità dell’esecutivo, a discapito delle Camere, nell’azione legislativa, che, Costituzione alla mano, sarebbe affidata anche ai due rami del Parlamento: al 13 luglio scorso, quindi dopo quasi quattro anni di legislatura, delle 340 leggi che risultano complessivamente approvate, ben 257, pari al 75,6%, sono nate da iniziative governative. E oltre un terzo dei provvedimenti usciti dal Parlamento è stato licenziato con il percorso obbligato della conversione di ben 116 decreti legge varati dal governo Meloni, ai quali va sommato un altro decreto ereditato dall’esecutivo Draghi.  Non solo: per il via libera a 70 testi il governo ha fatto ricorso almeno in un ramo parlamentare alla “fiducia”, che in 53 casi è stata posta in entrambe le Camere.  L’esecutivo, insomma, “detta legge”. Ma di fatto non solo in Italia. Dal confronto con Francia, Germania, Regno Unito e Spagna – che, va ricordato, hanno architetture istituzionali e costituzionali diverse da quelle del nostro Paese – emerge che dall’inizio dell’attuale legislatura al 30 aprile scorso, l’Assemblea nazionale francese ha fatto registrare una percentuale di leggi promosse dal governo sensibilmente più bassa di quella del Parlamento italiano: il 41%. Il Regno Unito ha raggiunto quota 87%, la Germania l’82,4% e la Spagna il 75%.

Va detto che nei quattro Paesi su cui è scattata la ricognizione del Servizio studi di Montecitorio le legislature in corso sono più “giovani” di quella italiana, che ha preso il via il 13 ottobre 2022: in Francia l’Assemblea nazionale si è messa in moto il 18 luglio 2024, il Bundestag tedesco il 25 marzo 2025, la Camera dei comuni britannica il 9 luglio 2024 e il Congresso dei deputati spagnolo il 17 agosto 2023. C’è però una non trascurabile differenza sugli strumenti addottati. Nelle principali democrazie europee il veicolo legislativo maggiormente utilizzato è la legge ordinaria, per la quale in molti casi sono previsti tempi certi di approvazione e anche percorsi “protetti”. Il nostro Parlamento è invece sostanzialmente invaso da decreti legge del governo, che entrano in vigore al momento del varo, quindi già prima dell’esame parlamentare, e che vanno tassativamente convertiti dalle Camere entro 60 giorni, pena la decadenza.

È evidente che il massiccio ricorso da parte dell’esecutivo alla leva della decretazione d’urgenza, ormai in atto da alcune legislature, lascia esigui spazi di manovra al Parlamento, che è riuscito a condurre in porto su sua iniziativa solo il 22,9% dei testi licenziati, ai quali vanno aggiunte le leggi di iniziativa popolare (0,3%), di iniziativa regionale (0,3%) e di iniziativa mista (0,9%). Basti pensare che oltre il 57% delle parole contenute nei 340 provvedimenti approvati dalle Camere è riconducibile alle leggi di conversione dei decreti. Oltretutto, ai 116 decreti legge targati Meloni che hanno ottenuto il disco verde parlamentare andrebbero aggiunti altri 14 decreti varati dallo stesso esecutivo che in corsa sono stati poi assorbiti in altre leggi di conversione. Si tratta dei cosiddetti decreti “matrioska” o “minotauro” che sono ripetutamente finiti nel mirino dei Comitati di legislazione di Camera e Senato e della maggior parte dei costituzionalisti auditi in Parlamento in questa legislatura.

Il Parlamento, da parte sua, prova ancora a lasciare il segno puntando quasi tutte le sue “fiches” sugli emendamenti: sempre a tutto il 13 luglio ne sono stati approvati 6.077, di cui 1.011 provenienti dalle opposizioni e altri 926 in condivisione tra gli schieramenti. Ma oltre la metà dei ritocchi apportati dalle Camere ai testi licenziati è stato assorbito dalle leggi di conversione dei decreti. I due rami del Parlamento tentano di difendersi dalle critiche per un atteggiamento troppo remissivo sul fronte legislativo. Il confronto elaborato dagli esperti di Montecitorio con l’attività degli altri quattro Parlamenti è servito soprattutto a misurare la produttività delle Assemblee legislative. Dall’inizio della legislatura Montecitorio e Palazzo Madama hanno sfornato in media 7,6 leggi al mese, anche se in larga parte promosse direttamente dal governo Meloni. In un arco di tempo per altro più breve solo il Parlamento tedesco ha mostrato un risultato migliore: 9 leggi al mese. Fino al 30 aprile scorso in Francia l’Assemblea nazionale ha marciato al ritmo di 5 leggi al mese, mentre nel Regno Unito e in Spagna ci si è fermati rispettivamente a 3,2 e a 2 leggi al mese.

 

© Riproduzione riservata