Il vento delle elezioni politiche spira già con forza sui Palazzi della politica e su tutta la nostra Penisola. E, come è ormai tradizione da oltre trent’anni a questa parte, porta con sé l’ennesima nuova legge elettorale, sfornata dalla maggioranza di turno, in questo caso di centrodestra, con un super-premio di governabilità e l’obbligo di indicazione esplicita del candidato premier, che in realtà la Costituzione affida al Capo dello Stato. Nello stesso centrodestra, però, non mancano le perplessità e punti di attrito su alcuni snodi chiave, che si sono manifestati plasticamente nel primo passaggio del testo alla Camera con lo stop, emerso dall’esito del voto segreto, al tentativo di Fdi di ripristinare, ma solo parzialmente, le preferenze, senza peraltro fornire adeguate garanzie sulla questione dell’alternanza di genere. Giorgia Meloni è intenzionata a tornare alla carica al Senato perfezionando la misura, anche se nei corridoi dei due rami del Parlamento c’è chi continua a evocare la possibilità che tutta la riforma possa subire in extremis una battuta d’arresto definitiva, anche perché, in caso di ritocchi a Palazzo Madama, il testo dovrebbe tornare a Montecitorio. La presidente del consiglio non sembra preoccuparsene troppo. Il suo obiettivo è chiaro: dare più peso e più forza, con un mix di semi-premierato e di maxibonus in favore dei vincitori, a chi, dopo la prossima tornata elettorale, si ritroverà al timone di Palazzo Chigi. E la premier punta ovviamente in un bis, sperando anche di poter giocare in posizione di forza la partita per il Quirinale che si aprirà nel 2029.

L’ennesima riforma, insomma, su misura dei partiti, almeno sulla carta.  Quasi una provocazione in un Paese che nel bel mezzo della prima Repubblica andava ai seggi con in testa il celebre “vota Antonio” pronunciato dal “maestro” Antonio De Curtis, in arte Totò, nel film “gli onorevoli” del 1963. Nel frattempo, quella che il fondatore della Lega Nord, Umberto Bossi, scomparso nei mesi scorsi, chiamava “gabina elettorale” ha perso molto del suo appeal originario tra gli italiani. All’ultima tornata elettorale del settembre 2022 l’affluenza è scesa al 63,9%, ma considerando anche il voto degli italiani all’estero si è di fatto precipitati al 60%. Una delle cause è la crescente disaffezione degli italiani verso la politica, ma molto dipende dal tourbillon di nuove regole elettorali che, quasi sistematicamente, viene alimentato e imposto dai partiti, a partire da quelli della maggioranza di turno, in prossimità della data delle elezioni per continuare a restare in sella.

Non c’è da stupirsi del disorientamento di molti italiani che, dall’inizio della cosiddetta seconda Repubblica, si sono visti passare sotto gli occhi, in rapida sequenza, il Mattarellum, il Porcellum, il fantasma dell’Italicum, poi  il Rosatellum e ora il Melonellum, tutti avvolti da una selva quasi inestricabile di liste sempre più bloccate, di preferenze perdute anche se a volte promesse, di collegi elettorali dalla fisionomia mutevole e di premi di maggioranza che si dilatano quasi a dismisura. Proprio questi “premi” sembrano accomunare, quasi ostinatamente, le riforme elettorali della destra: da quella voluta da Benito Mussolini per spianare la strada alla dittatura fascista, al Porcellum -allestito dal leghista Roberto Calderoli, con la benedizione dell’allora premier, Silvio Berlusconi, in nome di una stabilità di governo rimasta però a lungo una chimera – fino all’attuale Stabilicum, o appunto Melonellum. Che nel testo arrivato a Palazzo Madama da Montecitorio prevede un sistema proporzionale con l’introduzione di un maxi-premio di maggioranza, sotto forma di una quota fissa di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, che scatterebbe solo nel caso in cui una lista-coalizione riuscisse a ottenere almeno il 42% dei voti validi in entrambi i rami del Parlamento. I partiti possono presentarsi da soli o in coalizione, ma se la soglia del 42% non venisse raggiunta anche in uno solo dei due rami del Parlamento il premio non scatterebbe e seggi diversi da quello della circoscrizione “Estero” e da quelli attribuiti nei collegi uninominali della Valle d’Aosta e del Trentino Alto Adige sarebbero distribuiti proporzionalmente. La coalizione vincitrice non potrebbe in ogni caso superare i 220 deputati eletti su 400 e i 113 senatori eletti su 200. Non solo: il testo uscito da Montecitorio conferma le liste bloccate, di fatto dettate dalle segreterie dei partiti, vincola sostanzialmente l’elettore, quasi a dispetto della Costituzione, a indicare il nome del leader con destinazione Palazzo Chigi e fissa una soglia di sbarramento del 3% per l’ingresso in Parlamento.

In altre parole, una sorta di versione molto rinforzata del Porcellum, che per le elezioni del 2006, con il centrodestra che puntava alla conferma di Berlusconi a Palazzo Chigi, fece scattare l’abolizione dei collegi uninominali, privò gli elettori della possibilità di eleggere i propri rappresentanti e assegnò un premio di maggioranza allo schieramento con più voti, in nome di una stabilità che nei fatti però non si materializzò, visto che Romano Prodi con soli 24mila voti di scarto sugli avversari  fu chiamato a guidare tra non poche difficoltà il suo secondo governo di centrosinistra, sostenuto da una maggioranza a dir poco variegata, che rimase in carica non più di due anni. Il Porcellum dopo un po’ di tempo fu dichiarato incostituzionale dalla Consulta. Così come l’Italicum, che con Renzi al timone di un altro esecutivo di centrosinistra, uscì dal Parlamento come legge n. 52 del 2015 con i tratti somatici di un sistema proporzionale con premio di maggioranza per la Camera, congegnato per assicurare la governabilità. Questa riforma prevedeva poi un ballottaggio nell’eventualità in cui nessuna lista avesse raggiunto il 40% dei voti al primo turno. Anche in questo caso il pilastro portante della legge era il premio di maggioranza che avrebbe assicurato ai vincitori 340 seggi su 630 a Montecitorio. Ma nel gennaio del 2017 la Consulta bocciò il testo dichiarandolo parzialmente incostituzionale e la riforma non arrivò mai al vero decollo.

Il passaggio successivo è quello a un sistema misto proporzionale-maggioritario non facilmente decifrabile, che è il cardine del Rosatellum attualmente in vigore, dal nome del suo promotore Ettore Rosato (ex dem, passato poi a Italia viva e infine ad Azione). La legge è stata approvata nel novembre del 2017, a pochi mesi dalle elezioni del marzo 2018, ha introdotto un sistema che quasi in via sotterranea facilita il raggiungimento di una maggioranza con un meccanismo abbastanza complesso: più di un terzo dei seggi arriva dai collegi uninominali ed è prevista una combinazione con il voto disgiunto, ovvero l’elettore che sceglie un certo partito per il proporzionale non può votare il candidato di una coalizione, o formazione politica, avversa per l’uninominale. Di conseguenza la coalizione vincente in una determinata circoscrizione nel proporzionale si accaparra automaticamente anche i seggi del maggioritario, beneficiando alla fine di un premio che equivale al 36-37%. Anche in questo caso l’agognato “super-bonus”.

Nulla a che vedere con il Mattarellum, la legge elettorale in vigore dal 1993 al 2005 (poi soppiantata dal Porcellum), che fu messa a punto dall’attuale Capo dello Stato, Sergio Mattarella in vista delle elezioni del 1994. Che poi videro prevalere per la prima volta Silvio Berlusconi. Quelli del parto di questa riforma erano gli anni difficili e complicati del passaggio dalla prima alla seconda Repubblica. Il Mattarellum era un sistema elettorale a prevalenza maggioritaria. Il 75% dei seggi di ciascuna Camera era infatti attribuito con un sistema maggioritario a turno unico, che in ogni collegio uninominale determinava l’elezione del candidato maggiormente votato. La fetta restante del 25% dei seggi veniva assegnata con un meccanismo proporzionale diverso tra Camera e Senato: a Montecitorio l’assegnazione era su base nazionale con una soglia di sbarramento al 4%; a Palazzo Madama la ripartizione avveniva su base regionale.

Il Mattarellum arrivò sostanzialmente dopo una lunga era “proporzionale” durata circa 45 anni. Dopo il passaggio dalla monarchia alla Repubblica, nel 1946 per l’elezione dell’Assemblea costituente si optò per un sistema proporzionale, che diventò il “cuore” della legge elettorale con cui si votò alle elezioni del 1948, la prima consultazione politica dalla caduta del fascismo e dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Soprattutto per la Camera la vocazione era proporzionale con qualche correzione sul numero dei collegi e con la possibilità di esprimere fino a quattro preferenze. Per il Senato la legge ufficialmente era maggioritaria con collegi uninominali, ma per come era stata pensata, con una soglia minima di elezione al 65%, funzionava di fatto quasi da sistema proporzionale, anche se su base regionale.

Ma solo qualche anno più tardi la tentazione di un ritorno al premio di maggioranza tornò a farsi forte e culminò nel 1953 con il varo della cosiddetta “legge truffa”, o legge Scelba (il proponente era il democristiano Mario Scelba), voluta dalla Dc per garantire maggiore stabilità all’esecutivo dopo che in appena otto anni si erano alternati ben sei governi. La “legge truffa” prevedeva l’introduzione di un premio di maggioranza del 65% dei seggi alla lista, o al gruppo di liste, con più del 50% dei voti validi, e fu approvata, nonostante l’ostruzionismo delle opposizioni, con un voto di fiducia. Ma non consentì alla Dc di vincere le elezioni del 1953 perché il partito di Alcide De Gasperi, che in quell’occasione si presentava in alleanza con Pri, Pli e Psdi, non raggiunse il 50% dei voti. A quel punto il “premio” venne abolito e si tornò alla precedente legge proporzionale fino alle elezioni del 1994. Premio al quale era ricorso Mussolini – già al potere dopo la marcia su Roma malgrado nelle elezioni del 1921 avesse ottenuto non più di 32 deputati sui 535 totali – in vista delle elezioni dell’aprile 1924 facendo presentare al suo sottosegretario alla Presidenza del consiglio, Giacomo Acerbo, una legge che manteneva il  sistema proporzionale ma prevedeva anche un premio di maggioranza e raggruppava le precedenti 54 circoscrizioni in un unico collegio nazionale, suddiviso a sua volta in 16 circoscrizioni elettorali. Il partito che fosse riuscito ad ottenere il 25% dei voti avrebbe conquistato 2/3 dei seggi della Camera eleggendo tutti i suoi candidati. In mancanza del raggiungimento della soglia del 25%, il premio non sarebbe stato assegnato.

Facendo riferimento al maxi-premio di governabilità, in Parlamento nei mesi scorsi c’è chi ha parlato di un passato che ritorna. Il centrodestra le ha definite provocazioni, aggiungendo che una nuova riforma della legge elettorale era da considerare indispensabile per evitare scomodi “pareggi” e un ulteriore ricorso a governi tecnici o di solidarietà nazionale, non eletti dai cittadini. Pareggio che forse non era neppure contemplato dalla prima legge elettorale italiana, quella che venne promulgata il 17 settembre 1860 dall’allora re Vittorio Emanuele II di Savoia, prima ancora che l’Unità d’Italia fosse una realtà del tutto compiuta. Quella legge prevedeva un sistema maggioritario uninominale a doppio turno: risultavano eletti al primo turno i candidati che ottenevano il 50+1% dei voti e “consensi” pari ad almeno un terzo degli aventi diritto al voto, altrimenti accedevano al secondo turno i due candidati che avevano ottenuto più voti al primo turno. Proprio il ballottaggio è il meccanismo cardine dell’attuale sistema elettorale per l’elezione dei sindaci, considerato come il più riconoscibile dai cittadini in termini di regole elettorali.

 

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