Il vento delle elezioni politiche spira già con forza sui Palazzi della politica e su tutta la nostra Penisola. E, come è ormai tradizione, porta con sé l’ennesima nuova legge elettorale, voluta dall’attuale maggioranza di centrodestra, con un super-premio di governabilità e l’obbligo di indicazione esplicita del candidato premier, che in realtà la Costituzione affida al Capo dello Stato. L’obiettivo della presidente del consiglio, Giorgia Meloni, è chiaro: dare più peso, con un mix di semi-premierato e di maxibonus in favore dei vincitori, a chi, a urne chiuse, si ritroverà al timone di Palazzo Chigi. E la premier punta ovviamente in un “bis”, sperando anche di poter giocare in posizione di forza nel 2029 la partita per il Quirinale. L’ennesima riforma, insomma, su misura dei partiti, quasi incuranti del progressivo calo dell’affluenza alle urne, scesa alle ultime “politiche” del 2022 al 63,9%.
Dall’inizio della seconda Repubblica gli italiani si sono visti passare sotto gli occhi il Mattarellum, il Porcellum, il fantasma dell’Italicum, poi il Rosatellum e ora il Melonellum, nella maggior parte dei casi con liste sempre più bloccate e premi di maggioranza anche in formato maxi. Proprio questi “premi” sembrano accomunare le riforme elettorali della destra: da quella voluta da Benito Mussolini nel 1923 per spianare la strada alla dittatura fascista, al Porcellum allestito dal leghista Roberto Calderoli, con la benedizione dell’allora premier, Silvio Berlusconi, fino all’attuale Stabilicum o Melonellum. Che nel testo arrivato a Palazzo Madama da Montecitorio prevede un sistema proporzionale con l’introduzione di un maxi-premio di maggioranza, sotto forma di una quota fissa di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, che scatterebbe solo nel caso in cui una lista-coalizione riuscisse a ottenere almeno il 42% dei voti validi in entrambi i rami del Parlamento. La coalizione vincitrice non potrebbe comunque superare i 220 deputati eletti su 400 e i 113 senatori eletti su 200. Il testo conferma le liste bloccate, vincola sostanzialmente l’elettore a indicare il nome del leader destinato a Palazzo Chigi e fissa una soglia di sbarramento del 3% per l’ingresso in Parlamento.
In altre parole, una sorta di versione rinforzata del Porcellum, che per le elezioni del 2006 fece scattare l’abolizione dei collegi uninominali, privò gli elettori della possibilità di eleggere i propri rappresentanti e assegnò un premio di maggioranza allo schieramento con più voti. Il Porcellum dopo un po’ di tempo fu dichiarato incostituzionale dalla Consulta. Così come l’Italicum, che, con Matteo Renzi alla guida di un esecutivo di centrosinistra, fu disegnato con un sistema proporzionale e un premio di maggioranza per la Camera che avrebbe assicurato ai vincitori 340 seggi su 630 a Montecitorio. Ma la riforma non arrivò mai al decollo. Il passaggio successivo è stato quello a un sistema misto proporzionale-maggioritario, che è il cardine del Rosatellum attualmente in vigore, ideato da Ettore Rosato (ex dem, passato poi a Italia viva e infine ad Azione). La legge, approvata a pochi mesi dalle elezioni del 2018, ha introdotto un sistema che punta a facilitare il raggiungimento di una maggioranza con un meccanismo abbastanza complesso, che alla fine produce un premio che equivale al 36-37%. Nulla a che vedere con il Mattarellum, la legge elettorale in vigore dal 1993 al 2005 che fu messa a punto dall’attuale Capo dello Stato in vista delle elezioni del 1994 e che prevedeva un sistema a prevalenza maggioritaria. Una riforma che arrivò dopo una lunga era “proporzionale”, cominciata con le elezioni del 1948. Ma già nel 1953 riemerse la tentazione di un ritorno al premio di maggioranza (del 65% alla lista o al gruppo che avesse superato il 50% dei voti) con il varo della cosiddetta “legge truffa”, o legge Scelba (il proponente era il democristiano Mario Scelba), voluta dalla Dc per garantire maggiore stabilità all’esecutivo. Ma la legge non produsse gli effetti sperati, così il premio fu abolito e si tornò alla precedente legge proporzionale. Premio al quale era ricorso Mussolini in vista delle elezioni del 1924. Il duce fece presentare una legge che manteneva il proporzionale ma che garantiva al partito che fosse riuscito ad ottenere il 25% dei voti ben 2/3 dei seggi della Camera con l’elezione di tutti i suoi candidati.
Ora il super premio di maggioranza è tornato centrale, con il centrodestra che lo considera indispensabile per evitare uno scomodo “pareggio” ed eventuali governi tecnici, non eletti dai cittadini. Pareggio che forse non era neppure contemplato dalla prima legge elettorale italiana: quella promulgata il 17 settembre 1860 dal re Vittorio Emanuele II di Savoia, che prevedeva un sistema maggioritario uninominale a doppio turno con ballottaggio. Quel ballottaggio che è il meccanismo chiave dell’attuale sistema elettorale per l’elezione dei sindaci, considerato come il più riconoscibile dai cittadini in termini di regole elettorali.
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