Un conto complessivo da oltre 312 miliardi. È quello delle manovre approvate negli ultimi dieci anni, che hanno tra l’altro visto il loro perimetro limitato dai paletti europei e dalla necessità di evitare esondazioni del debito pubblico, già non troppo lontano dai livelli di guardia. Un conto comunque influenzato dai costi delle misure straordinarie e d’emergenza adottate nel periodo della pandemia, ma anche in parte preservato dalla voracità dei partiti. Che, soprattutto in vista degli appuntamenti elettorali, spingono per rompere gli argini che, almeno nella seconda Repubblica, hanno consentito di tenere sostanzialmente sotto controllo i conti pubblici. In Parlamento c’è chi ipotizza che lasciando una mano maggiormente libera alle forze politiche ogni singola legge di bilancio dell’ultimo decennio sarebbe stata caricata in media di non meno di altri 10-15 miliardi l’anno: come dire, dai 100 ai 150 miliardi in più nel decennio. E anche per la prossima legge di bilancio, l’ultima del primo governo Meloni, il pressing dei partiti dell’attuale maggioranza di centrodestra è già scattato da settimane. L’obiettivo è chiaro: trasformare la ex Finanziaria in una vera manovra preelettorale, prima ancora del tradizionale assalto parlamentare, per attrarre il più possibile i consensi all’appuntamento delle elezioni politiche del 2027, destinato con tutta probabilità ad essere anticipato in primavera.
Da Fdi, Lega, Fi e Nm sono già arrivate richieste per almeno 40 miliardi, e c’è chi come il Carroccio evoca addirittura il ricorso a uno scostamento di bilancio, ovvero a maggiore deficit. Ma il governo al momento ne ha a disposizione meno della metà: 14-15 miliardi per il 2027 derivanti dai 36 di flessibilità concessa nel prossimo triennio da Bruxelles ma esclusivamente per interventi in energia “pulita” e difesa, ai quali si dovrebbero aggiungere altri 2-3 miliardi che dovrebbero essere ricavati dall’attuale quadro dei conti pubblici, sulla base delle previsioni dello scorso aprile, che però sono destinate ad essere riviste a fine settembre magari contando già quest’anno anche su quell’uscita dalla procedura per disavanzo eccessivo che il governo non è riuscito a centrare in primavera.
Quella della maxi-finanziarie “elettorali” è un po’ un rito che si ripete, a prescindere dall’evoluzione della composizione del Parlamento e delle varie stagioni politiche. La corsa alla manovra elettorale è quasi una tappa obbligata nella storia del nostro Paese, anche se dopo la caduta della prima Repubblica – che soprattutto nella sua ultima fase aveva favorito l’esplosione del debito pubblico – e l’adesione al trattato di Maastricht gli spazi per dilatare le leggi finanziarie, poi diventate prima leggi di stabilità e da qualche anno leggi di bilancio, si sono molto ristretti.
Sono lontani gli anni Ottanta, in cui il democristiano Paolo Cirino Pomicino (scomparso nel marzo scorso), a lungo presidente della Commissione Bilancio di Montecitorio e poi ministro del Bilancio, era accusato di aver creato una specie di “sportello spese” al quale si presentavano in tanti per allargare le maglie della “finanziaria” di turno. Nel suo libro “Strettamente riservato” Pomicino ricordava che c’era chi premeva per fondi straordinari per alcune funivie e chi chiedeva regolarmente 10 miliardi di lire per l’anagrafe dei cani, senza dimenticare <<l’emendamento cimiteriale>> che quasi sistematicamente si materializzava per concedere decine di miliardi di lire per l’allargamento delle aree cimiteriali: tutto, dallo zoo di Napoli al bacino al restauro di villa Schifanoia a Firenze, meritava un finanziamento aggiuntivo da caricare sul già pesante treno merci della legge finanziaria. Si trattava di fatto di quell’assalto alla diligenza evocato da Giovanni Goria, giovane ministro del Tesoro Dc ininterrottamente dal dicembre del 1982 al luglio 1987 (nel quinto e nel sesto esecutivo Fanfani e nei due governi Craxi), che ha continuato a ripetersi con la precisione di un orologio svizzero fino ai nostri giorni, anche se in forma forzatamente più ristretta rispetto alla finanza pubblica allegra di 40-50 anni fa.
La legge finanziaria diventa uno strumento legislativo obbligato e annuale nel 1978. Pertanto, la prima finanziaria della storia Repubblica è quella per il 1979, che fissava un tetto massimo per il saldo netto da finanziare (il disavanzo dello Stato di competenza) pari a circa 33.100 miliardi di vecchie lire. Negli anni 70 e 80 del Novecento i governi, nella maggior parte dei casi, avevano una breve durata, e anche per questo motivo le finanziare erano in larga parte concepite con uno schema votato al consenso, al netto di singoli interventi per tamponare le emergenze finanziarie o economiche che via via si presentavano o le impennate dell’inflazione.
Dal primo shock petrolifero del 1973 la crescita del fabbisogno pubblico non ha sostanzialmente conosciuto soste e il debito pubblico è lievitato dal 55,4% all’84% a metà degli anni 80. Facendo leva sulle leggi finanziarie aumenta significativamente la spesa pubblica per istruzione, sanità, pensioni e assistenza, non finanziata da una corrispondente crescita delle entrate fiscali. Tra il 1980 e il 1984 la spesa pubblica tende a raddoppiare. E nel decennio del famoso <<assalto alla diligenza>> il debito esplode sotto la spinta di manovre nelle quali il ricorso all’indebitamento era quasi la regola, guardando anche al ritorno elettorale in termini di voti. Un debito che continuerà a lievitare fino ad arrivare al 110,8% del Pil nel 1992: è l’anno della crisi valutaria e della svalutazione della lira ed è anche l’anno in cui venne firmato il trattato di Maastricht che fissava un tetto massimo del 60% al rapporto debito pubblico-Pil e nel quale il governo Amato per evitare il default del nostro Paese varò la maximanovra da 93mila miliardi di lire di allora, che faceva seguito alla manovra correttiva da 30mila miliardi di lire approvata pochi mesi prima (quella del prelievo del 6 per mille sui depositi bancari).
Da quel momento si è ridotto lo spazio per appesantire in chiave elettorale le leggi finanziarie, poi trasformatesi in leggi stabilità e leggi di bilancio, che in diversi momenti sono state quasi esclusivamente utilizzate per dare linfa al processo di risanamento, come in occasione della crisi dello spread che nel 2011 portò il governo guidato da Mario Monti a varare una manovra prevalentemente restrittiva. Ma, tranne che nei momenti di vera emergenza, i partiti non hanno mai rinunciato ad allargare le maglie delle leggi di bilancio, prima del varo e, successivamente, con gli assalti a colpi di emendamenti (spesso notturni) durante l’iter parlamentare. Quegli stessi partiti che, nella maggior parte dei casi, nei loro ricchi programmi di promesse elettorali non citano quasi mai le coperture. In occasione delle ultime elezioni del 2022 è stato quantificato che su 328 proposte indicate nei quattro principali programmi elettorali solo per 13 misure erano indicate le risorse per finanziarle.
Nell’ultimo decennio le manovre varate hanno oscillato tra una fisonomia improntata al rigore e tratti modellati su interventi espansivi, passando da una legge di stabilità da 14,7 miliardi varata nel 2014 dal governo Letta di centrosinistra ai 47 miliardi del “Conte 1” a tinte gialloverdi fino agli oltre 22 miliardi dell’ultima legge di bilancio “leggera” per il 2026 targata Meloni. Proprio l’esecutivo Conte 1, nato con una maggioranza M5S-Lega dopo le elezioni del 2018, lasciò la sua impronta sull’andamento del deficit, facendo tremare Bruxelles, con l’approvazione di una manovra espansiva che è risultata la più corposa degli ultimi 10 anni: i 47 miliardi servirono prevalentemente per finanziare la Quota 100 pensionistica (in deroga alla legge Fornero), il reddito di cittadinanza caro ai Cinque stelle e la flat tax per le partite Iva. Un salto in avanti anche rispetto alle “ex Finanziarie” già con una filosofia “espansiva” adottate dal governo Renzi, da 32 miliardi nel 2015 e 35,4 miliardi nel 2016, con cui fu introdotto il bonus da 80 euro, fu messo in moto il Jobs act e vennero rafforzati gli investimenti in infrastrutture. Il tutto sfidando i vincoli europei. E così il successivo governo Gentiloni, sempre di centrosinistra come il precedente, fu di fatto costretto a correggere la rotta con due manovre da 27 miliardi per il 2017 e appena 22,5 miliardi per il 2018 nonostante fosse l’anno elettorale.
Anche il governo Meloni dovrà ora trovare una sintesi tra la necessità di salvaguardare lo stato di salute dei conti pubblici, come ha sostanzialmente fatto fin qui il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e dare comunque alla prossima manovra un respiro elettorale senza cedere troppo, però, alla pressione degli alleati di governo. In ogni caso, il governo non sembra intenzionato a adottare la stessa strategia utilizzata nel 2008 dall’allora ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che fece varare per decreto a Palazzo Chigi in soli nove minuti e 30 secondi dall’ultimo esecutivo guidato da Silvio Berlusconi la manovra estiva con il piano triennale 2009-2011 da 35 miliardi complessivi.
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