Quello che si è concluso il 19 luglio probabilmente passerà alla storia come uno dei mondiali più legati alla politica dalla prima edizione a oggi. L’ombra del Presidente USA, infatti, ha permeato in larga parte l’evento.

 

Donald Trump ha cercato di essere protagonista del Mondiale americano fino alla fine. Dopo la vittoria della Spagna nella finale del Mondiale hanno iniziato a fare il giro del mondo le foto di rito scattate nel momento in cui il capitano della nazionale iberica alza la coppa. A questo momento storico ha voluto partecipare anche il presidente degli Stati Uniti che, dopo aver consegnato la Coppa del Mondo al capitano spagnolo Rodri, è stato quasi spostato fisicamente dal capitano stesso per far realizzare gli scatti. A questo punto il tycoon si è posizionato lateralmente ma sempre molto vicino ai calciatori spagnoli rendendo chiara la sua intenzione di voler comparire all’interno della foto e infatti, per le prime istantanee, così è. La federazione Spagnola però, nel postare le immagini sui propri canali social, ha deciso di utilizzare solamente le foto in cui il capo della Casa Bianca non compare e di far rimanere nel racconto solo i veri protagonisti, i calciatori spagnoli.

Una scelta, quella di Trump, che potrebbe lasciar stupiti viste le dichiarazioni rilasciate proprio dal Presidente a margine del Summit NATO dello scorso 7 luglio ad Ankara: “La Spagna è un caso senza speranza, non voglio avere niente a che fare con loro. Sono un partner terribile nella Nato”, ha riportato La Presse.

Questa voglia frenetica di apparire nel momento di gloria di qualcun altro è solo l’elemento conclusivo di uno dei mondiali più politici di sempre, se non il più politico di tutti.

Il Mondiale più politico di sempre

Quello andato in scena quest’estate avrebbe dovuto essere “Il Mondiale più grande, bello e inclusivo di sempre”. Questo stando alle parole del presidente della FIFA Gianni Infantino, la realtà dei fatti è però molto diversa dal racconto che alcuni vorrebbero far passare.

La verità è che si è trattato della prima Coppa del Mondo in cui uno dei paesi ospitanti aveva delle regole di accesso, ovviamente si tratta degli USA. Queste regole prevedono dei divieti d’accesso (travel ban) per cittadini provenienti da alcuni paesi specifici. Ci possono essere ban di due tipi: totali, per cui tutti i tipi di visti sono sospesi; parziali, vengono sospesi solo alcuni tipi di visti. Tra i 39 paesi con divieti d’accesso rientrano 4 delle nazionali che si sono qualificate al Mondiale: Iran e Haiti (divieto totale), Costa d’Avorio e Senegal (parziale).

Va ricordato che queste norme sono state introdotte da Trump nel 2025 e il presidente americano ha inserito una clausola per le squadre sportive, in vista dei Mondiali e delle Olimpiadi di Los Angeles del 2028. Questa clausola permette ai membri delle squadre sportive (atleti, allenatori, dirigenti ecc) di entrare negli USA a prescindere dai divieti.

La situazione più delicata, com’è facile intuire, è stata quella che ha interessato l’Iran. Non era mai successo infatti che uno dei paesi ospitanti fosse in guerra con uno dei paesi partecipanti e questo ha comportato alcuni importanti cambiamenti nel piano della nazionale iraniana, come la sede del ritiro spostata in Messico e le traversate del confine per giocare le tre partite dei gironi. La problematica principale però ha riguardato proprio i visti: i calciatori iraniani infatti hanno ricevuto i visti per l’accesso negli USA solo a inizio giugno, molto a ridosso della prima partita, e alcuni membri dello staff addirittura successivamente.

La storia, tra calcio e politica

La storia del calcio, in particolare quella dei mondiali, spesso  è legata a doppio filo con quella della politica e il Mondiale che si è appena concluso è solo l’ultimo anello di una catena che parte addirittura dalla seconda edizione della Coppa del Mondo, quella del 1934, e inizia proprio dall’Italia.

Non erano anni facili per l’Europa, in Germania Hitler era salito al potere da un anno mentre in Italia Mussolini aveva marciato su Roma già da 12 e, proprio per mostrare a tutto il mondo il valore dell’Italia e degli italiani, aveva chiesto e ottenuto che i mondiali si svolgessero in nella penisola. Lo sport è sempre stato un ottimo veicolo di propaganda e Mussolini non si fece sfuggire l’occasione di mettersi in mostra; la propaganda legata ai Mondiali valicò anche il campo, tanto che venne creata una marca di sigarette denominate “Coppa del Mondo” in modo da massimizzare la visibilità dell’evento e gli introiti dello Stato. L’Italia quel mondiale lo vinse, anche grazie a degli episodi favorevoli, probabilmente dovuti all’influenza di Mussolini. Anche in quel caso il capo di stato consegnò personalmente la coppa ai vincitori, non fece nulla però per comparire nelle foto di squadra.

Quando si parla di propaganda nei Mondiali non si può non citare il Mondiale di Argentina 1978, altro mondiale svolto sotto un regime, quello del generale Videla, che si macchiò di crimini terribili come la deportazione di oltre 30mila dissidenti (i desaparecidos) che vennero rinchiusi in centri di detenzione o direttamente uccisi. La realizzazione di un evento entusiasmante come la Coppa del Mondo, e soprattutto la vittoria proprio dell’Argentina, permisero al regime di allontanare lo sguardo delle persone dalle azioni criminali che venivano perpetrate giorno dopo giorno. Oggi non si parla di deportazioni ma di uno dei paesi ospitanti che attacca uno dei paesi partecipanti, senza nemmeno preoccuparsi di distogliere l’attenzione di chi guarda.

Mondiali nuovi, solita storia. Lo sport, nel 2026 come negli anni ‘30, viene usato come mezzo di propaganda e, purtroppo, risulta ancora molto efficace. Il prossimo appuntamento è fissato per il 2028 con le Olimpiadi di Los Angeles, molto dipenderà da chi sarà seduto nello Studio Ovale.

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