Edoardo Caprino

 

Andare avanti a immaginare il tetto senza verificare se le fondamenta sono ancora buone. E reggono. È questa la strana sensazione che si prova ripensando all’incontro dei 27 presso il Castello di Alden Biesen, cui sono stati invitati Mario Draghi ed Enrico Letta.

Per Antonio Costa l’appuntamento nelle Fiandre è stato “un brainstorming strategico sulla competitività dell’Europa, su come costruire un’economia più competitiva e resiliente che promuova la nostra prosperità, crei posti di lavoro di alta qualità e garantisca l’accessibilità economica”.

Tutto a posto? Parzialmente. Siamo di fronte a una notizia che scalda i cuori degli europei? Difficile. Fa comprendere che l’Europa vuole più unità? Ancora più difficile.

La sensazione netta è che ad Alden Biesen sia mancato, come antipasto, un altro brainstorming. Di altro tipo, ma ancora più stringente e importante. In questi ultimi anni viviamo di non detti, di ambiguità, di frasi di rito e di apparenti certezze. Spesso evitiamo di porci le domande. Quelle vere. Quelle doverose. E a evitarle per primi sono i ventisette membri del Consiglio. Basta leggere i loro comunicati stampa. Una sola domanda si sarebbe dovuta porre nel pre-brainstorming mancato: “Quale concetto di identità europea e quali valori condividiamo?”. Tutto il resto viene dopo.

Parlare di investimenti nella difesa, di competitività o delle ottime e sacrosante soluzioni offerte dai piani predisposti da Mario Draghi ed Enrico Letta – vere “voci di uno che grida nel deserto” – senza affrontare la domanda decisiva è un gioco a perdere. Non risolve alcun problema. Non fa fare alcun passo in avanti e non riscalda i cuori spenti di diversi europeisti.

Oggi nulla può essere dato per scontato. L’ex Presidente della Commissione Europea Romano Prodi, in un libro da poco uscito in Italia – La stagione dell’identità, di Domenico Petrolo, Franco Angeli editore – ricorda come in molti Paesi dell’Europa orientale l’UE venga vissuta come una realtà che ha “indebolito o cancellato le radici”. Per Prodi l’identità è una cosa molto complessa e non può essere trattata come una variabile secondaria.

Se è valido il pensiero di Prodi e si condivide l’assunto che si siano indebolite le radici, su quali basi si può pensare di raggiungere il “federalismo pragmatico” proposto da Mario Monti? Non a caso si sta tornando indietro verso un’apparente Europa delle Patrie che neanche più il generale De Gaulle propugnerebbe.

Dominano egoismi e visioni corte che fanno a pugni con le roboanti dichiarazioni di Costa.

Quindi, richiamando Karl Marx, che fare se i fondamenti si sono persi? Viene utile il pensiero di Silvano Petrosino, raccolto dalla testata CON. Per il filosofo italiano gli intellettuali non parlano più delle fondamenta, di cosa esse siano. “Pensiamo alla polemica sulle radici dell’Europa; osteggiarle è stata una sciocchezza. Perché le radici sono quelle: non si trattava di ‘obbedire al Papa’, ma di riconoscere le proprie origini”.

Ecco, quindi, che tornano le fondamenta. Non è un vuoto esercizio di retromarcia quello che attende l’Europa che vuole crescere, ma, al contrario, una consapevolezza di cosa questa Unione voglia rappresentare: su quali basi, su quale identità, su quale idem sentire.

Ci viene in soccorso Peter Sloterdijk, uno dei più importanti filosofi tedeschi viventi. Nella sua recente opera Il Continente senza qualità – Segnalibri nel romanzo d’Europa, in una delle pagine più interessanti del volume si trova questa affermazione: “L’Europa libera potrebbe persino essere descritta come un’unione di sereni apostati. In essa i ‘non credenti’ non devono più temere la persecuzione e i credenti possono voltare le spalle al plotone dei non credenti senza rischiare più di un vago sorriso”. E ancora: “L’Europa illuminata è viva finché le passioni creative tengono a freno quelle del ressentiment”.

Ma se l’Europa evita di riconoscere che le sue radici sono anche quelle ellenico-giudaico-cristiane, accanto al pensiero illuminista, su quale identità può pensare di basare il suo futuro? Si badi bene: riconoscere da dove si viene non è un regalo ai sovranisti, a JD Vance o ai fanatici MAGA. Farsi dire dal Segretario di Stato statunitense Rubio quali siano i nostri “dei” nel Pantheon è ridicolo. Non abbiamo bisogno del suo elenco: Dante, Leonardo e Michelangelo non avrebbero mai neanche immaginato, nel loro genio, quanto hanno realizzato senza quel substrato di cultura e civiltà proveniente da quelle origini che ha plasmato la nostra identità. Leggere la Commedia o ammirare la Cappella Sistina non sono “solo” vuote opere d’arte. Sono anche altro. Tenere a mente il grande André Malraux: “Io sono ateo, ma naturalmente cattolico”.

Nella sua ultima opera editoriale la Premio Nobel Herta Müller scrive, anche sulla base della sua esperienza personale, come l’Europa stia mostrando segni di debolezza e dunque di attrazione verso forme di governo autoritarie.

Gli autoritarismi spesso riempiono vuoti creati da altri. E un vuoto sulle origini e sulla propria identità è pericolosissimo.

Allora giunge in soccorso una riflessione che sino a poco tempo fa sarebbe stata etichettata come “eretica”. È il contributo offerto dal sociologo tedesco Hartmut Rosa nel volume Perché la democrazia ha bisogno della religione. In un’intervista a “L’Espresso”, Rosa segnala, parafrasando Heidegger, come “nelle nostre società in crisi potrà salvarci solo una politica che ci consenta ancora di credere in un Dio. Perché, al contrario di un suo abuso dogmatico, l’apertura alle risonanze della fede potrebbe rinforzare le radici e le virtù repubblicane del corpo democratico”. E ancora, nelle pagine del volume: “Le tradizioni religiose e le istituzioni come le chiese hanno a disposizione narrazioni, domini cognitivi, riti, pratiche e spazi in cui un cuore che ascolta può venire coltivato e sperimentato”.

Se quanto sopra non suona troppo eretico, ecco la proposta per il pre-brainstorming che al momento non vi è stato, ma che i ventisette possono recuperare in ogni momento: un tempo nel quale riflettere su quali valori e su quale identità siano alla base della nostra Unione. Ieri come oggi.

Chi invitare quindi al posto di Draghi e Letta? Un aiuto potrebbe venire dai rappresentanti delle Chiese, delle associazioni, delle comunità religiose e delle organizzazioni filosofiche e non confessionali che siedono all’apposito tavolo di ascolto previsto dal Parlamento europeo. Si chiudano con loro per un fine settimana e si facciano aiutare a ritrovare un terreno comune forte di radici e identità.

Senza l’obiettivo di guerreggiare con le visioni di Trump e Vance: quelle lasciamole a loro.

Se il discorso di Mark Carney è entrato nella mente e nei cuori di tante e tanti lo si deve anche, e soprattutto, al richiamo al “Potere dei senza potere” scritto da Václav Havel. Se quel libro ancora oggi accende cuori e speranze è perché Havel era ciò che era anche e soprattutto grazie all’impegno e al cammino condiviso all’interno di Charta 77, luogo di incontro tra credenti e non credenti che si riconoscevano in un ideale così forte da ispirare una rivoluzione non violenta.

Questa è l’Europa che deve generare speranze e attese e che può riaccendere la passione in tanti che hanno la fiammella spenta nel proprio cuore.

Immaginare che l’Europa avanzi solo per mercati o per acquisti di armi, senza mettere al centro i valori, gli obiettivi e anche le visioni, significa avere una prospettiva un po’ gretta che non porta da nessuna parte. Un pragmatismo senza valori ribaditi e aggiornati rischia di morire.

È tempo, quello che viviamo, che richiama alla memoria una lucida riflessione del cardinale Carlo Maria Martini, non a caso Presidente delle Conferenze Episcopali d’Europa, che sognava un’“Europa dello Spirito”. Scriveva Martini: “Mi angustiano, invece, le persone che non pensano, che sono in balia degli eventi. Vorrei individui pensanti. Questo è l’importante. Soltanto allora si porrà la questione se siamo credenti o non credenti”.

È questo il tempo in cui i pensanti devono farsi avanti. E devono essere ascoltati.