Questo articolo di Roberto Sommella è tratto dall’ultimo numero della rivista La Nuova Europa ed è parte della rubrica “A che punto è la notte”. Per leggere la versione integrale della nuova uscita è acquistarne la versione digitale o cartacea.
Più ricca, svettante e internazionale, ospita le Olimpiadi ma ha espulso giovani, studenti e milanesi. La lezione di Giorgio Bocca e le memorie di Ferruccio de Bortoli.
Com’è ora Milano? Più ricca, più visitata, più alta e sicuramente più inavvicinabile. Chiunque volesse esercitarsi nel tracciare un profilo della città che è stata per anni un sesto della ricchezza nazionale si troverebbe subito di fronte una montagna da scalare di giornalismo sopraffino. Quello di Giorgio Bocca che, nel celebre Miracolo all’italiana, già nei primi anni Sessanta sembrava aver capito tutto: il capitale, a Milano, avrebbe avuto la meglio sulle persone, quelle che oggi qualcuno chiama popolo per affibbiargli l’oro della Banca d’Italia. Cavalier Silvio che si fece premier e a ridosso di Olimpiadi invernali non volute. Sede della Borsa europea chiamata Euronext, che ha trasmigrato in un immenso data center a Bergamo tutte le grida della sua Piazza Affari e dunque le mitiche figure degli agenti di cambio alla conquista dell’affare, la città che gli italiani stanno scoprendo come meta turistica da weekend non possiede più nemmeno Milan e Inter. Perché forse è diventata troppo internazionale, troppo europea, troppo alta, troppo cara.
Con una profezia che sembra estratta da un passaggio dell’inchiesta della Procura sugli appalti della città meneghina del 2025, Bocca descriveva la corsa allo sviluppo e la trasmigrazione dall’hinterland milanese, dove la vita era meno cara già allora, ogni giorno verso il Duomo di duecentomila persone. Questi lavoratori, molti meridionali ma non solo, dormivano assonnati e ammassati su treni locali, tram e mezzi privati. Otto ore per lavorare, otto ore per dormire, otto ore per svagarsi, quasi come ai tempi delle industrie tessili nei primi dell’Ottocento. Quasi come oggi. Si andava formando un nuovo ceto sociale, quello del consumatore, per irrobustire il filone padronale e degli imprenditori, spesso nati da qualche cortile oscuro di una casa di ringhiera.
Un miracolo anche di prestazione fisica, se è vero che, come diceva Leopardi, nel fondare una città si tiene conto di tutto meno che della sua insalubrità. Ma lo smog e la nebbia pesante che si attaccava ai cappotti non impediva a chi fosse davvero motivato a lavorare e basta, di raggiungere il successo, così quasi in uno stato ipnotico. “Fare soldi, per fare soldi, per fare soldi”, si chiedeva a Vigevano lo scrittore partigiano, per poi tirare una riga fulminante come una sentenza: “Sembra incredibile che un ceto così ricco di fiuto merceologico, di attaccamento al lavoro, di ardimento commerciale, di gusto manufatturiero non riesca a capire che una società, la società in cui vive, non può continuare senza un solido assetto sociale, senza interessi e iniziative intellettuali, senza un ordine. In altre parole senza una civiltà che non sia quella pura e semplice dei consumi”.
Sembrava impossibile ma la Milano odierna, intuita futuristicamente da Bocca, è diventata una realtà consolidata. Cinquant’anni dopo il boom, le cambiali, il Ramazzotti da bere, Mani Pulite e l’età del Ferruccio de Bortoli, altro grande osservatore delle cose milanesi, lo ha scritto tempo fa sul Corriere della Sera, con una giusta dose di nostalgia e forse di tristezza: “Milano ti amo ma non mi piaci più. La notorietà è una droga a lento rilascio, libera gli istinti peggiori. E noi milanesi ci siamo fatti ammaliare da questa inebriante centralità ritenendo che ogni traguardo fosse possibile. Un’ebbrezza irrazionale”.
E noi non milanesi, ma dal sangue lombardo, ci lavoriamo ospiti e comunque fieri di esserci e di scrivere per una testata che ha Milano nel cuore e Finanza nella testa.
Cosa si può aggiungere dopo questi due campioni del giornalismo di costume? Che persino Mediobanca non è più dei milanesi ma di signori romani, che le famiglie di un tempo, Berlusconi, Doris, Pirelli, Marzotto, Ligresti, Bracco, esistono sì ma anch’esse non sembrano più protagoniste della Milano progressista, borghese e liberale di un tempo, anche se ancora oggi il Comune a chi voglia organizzare una manifestazione pubblica chiede una dichiarazione scritta di antifascismo.
Insomma, Milano è ancora vicino all’Europa, come cantava Lucio Dalla o è stata letteralmente inglobata da essa come accaduto per il mercato dei capitali, le società e le holding storiche scappate all’estero? Non lo so, ma so che Milano “quando piange, piange davvero” e che qualcosa è rimasto di quella civiltà risorgimentale. Qui si è fatta l’Italia e la si è anche liberata dalla dittatura di Mussolini.
Qualcosa è rimasto, nel dna, nei modi, nel concepire il senso civico e i beni comuni, ma il nodo resta sempre lo stesso: fare soldi per fare soldi e non per costruire progresso e sviluppo diffuso. Fine della storia come fu del socialismo di Turati? Io non voglio crederci.