Il testo che segue è un estratto dall’articolo di Guido Bosticco, pubblicato nel nuovo numero della rivista La Nuova Europa“Anno zero, come ricostruire l’Europa”. La rivista è ora disponibile in formato digitale e cartaceo. 

 

Siamo al paradosso che i valori e soprattutto le istituzioni create storicamente dall’Europa si sono diffusi in molte parti del mondo nei secoli e ora, proprio in Europa, sono più in crisi che mai…

 

“La crisi della civiltà moderna” è il titolo del primo capitolo del Manifesto di Ventotene. Un titolo che potrebbe stare sopra la maggior parte degli editoriali di questi mesi, in cui la parola crisi, che significa etimologicamente decisione, è quanto mai appropriata. È questo, infatti, il momento di prendere delle decisioni, che di per sé è attività ordinaria della politica, ma occorre prenderne di importanti, cioè straordinarie, e soprattutto non potendo fare affidamento sul sistema che ha sorretto le decisioni degli ultimi decenni. In altre parole, gli sconvolgimenti geopolitici recenti, la mastodontica potenza della finanza e l’impero crescente della tecnologia come dispositivo esistenziale sempre più ramificato, hanno reso obsoleto in pochi anni l’ordine mondiale (parola piena di progettualità politica questa!) conosciuto finora e tuttavia non hanno ancora disegnato quello possibile futuro. In questa incertezza, si devono prendere delle decisioni che, a loro volta, plasmeranno quel futuro. Ecco che cosa significa oggi la parola crisi. Va detto che la crisi della civiltà moderna è soprattutto occidentale, sempre che questo termine abbia ancora un senso, nell’epoca dei flussi comunicativi globali, dello spostamento delle merci, delle informazioni e delle persone in tempi rapidissimi, nell’epoca delle comunità transnazionali. Di certo, però, buona parte dell’Oriente geografico sta vivendo in uno spazio di apertura, di possibilità, di progettualità, il Medio Oriente e parte dell’Africa sono in cerca di riscatto e all’Occidente non resta che la crisi. C’è un bellissimo libro del 2009, di Dominique Moïsi, intitolato Geopolitica delle emozioni, in cui si tentano di leggere i conflitti, le politiche identitarie, le rivoluzioni, le migrazioni e, in generale, tutti i rapporti tra potenze, attraverso la lente emozionale: speranza, paura e umiliazione – sostiene Moïsi – sono diventate vere e proprie “culture emozionali” che informano i comportamenti delle nazioni. E allora, l’Asia è la speranza, è in ascesa, in crescita economica e demografica, ha fiducia nel futuro ed è pronta a lottare con i concorrenti che dovesse incontrare lungo questa via. Il mondo arabo-musulmano viceversa è l’umiliazione, per via del suo grande passato imperiale perduto, dei fallimenti politici degli ultimi decenni e degli interventi continui di Paesi stranieri, così che anche le giovani generazioni provano risentimento, il quale porta alla radicalizzazione e alla possibile violenza in cerca di riscatto. Infine l’Occidente, in cui prevale la paura: del terrorismo, di un declino relativo, delle crisi economiche e della fragilità di questa identità culturale attorno alla quale si è costituito anche narrativamente. Quella paura porta a politiche di chiusura, difensive, disgregative, alla sfiducia nella globalizzazione, a una decisa resistenza all’apertura verso l’esterno e contemporaneamente alla polarizzazione interna. Il risultato è l’ansia di dover prendere decisioni che non si è in grado di prendere. Sono passati più di quindici anni da quel libro e molte cose sono cambiate. Sono passati più di ottant’anni dal Manifesto di Ventotene e molte cose sembrano simili. Non è però con i paradossi che potremo affrontare le decisioni, tuttavia nemmeno con il mero calcolo, con la mediazione al ribasso, basata su criteri ormai logori, che produce necessariamente risultati subottimali per tutti. L’economista e sociologo Vilfredo Pareto enucleò un criterio, che porta ancora il suo nome, che riguarda le decisioni applicate alla collettività. In estrema sintesi, dice più o meno così: una società dovrebbe optare per la situazione in cui, rispetto alle alternative possibili, almeno una persona ottiene un miglioramento e, contemporaneamente, nessun’altra subisce un peggioramento. Tuttavia, questo criterio non consente di prendere una decisione quando le due opzioni comportano un aumento del benessere per qualcuno ma, allo stesso tempo, una riduzione per qualcun altro, cioè la maggior parte dei casi; di conseguenza, non permette di stabilire una gerarchia tra tutte le alternative. Più tardi, un altro economista, Kenneth Arrow, si domandò quindi se potesse esistere una regola di scelta sociale che, a partire dalle preferenze dei singoli individui, fosse in grado di ordinare l’insieme delle possibilità in modo più ampio rispetto al criterio di Pareto, rispettando alcune condizioni fondamentali.

[continua nel nuovo numero della rivista]