Questo articolo di Piero Graglia è stato pubblicato sulla Rivista LA NUOVA EUROPA

 

Chiunque voglia oggi fare il superuomo non solo deve avere le qualità per farlo, ma deve essere in grado di mobilitare l’Ue al suo fianco, perché solo l’Unione ha la forza di imporre le sue regole con una chiara proiezione verso l’esterno ed è l’interdipendenza il contesto nel quale il superuomo diventa riconoscibile

 

Uno degli aspetti più interessanti della pratica democratica risiede non solo nella turnazione dei rappresentanti eletti, nel bilanciamento dei poteri, nella definizione e tutela dei diritti fondamentali ma nella possibilità che il “capo” pro tempore, sia lui (o lei) presidente del Consiglio, Premier, Primo ministro, Capo dello Stato, può non essere riconfermato e, anche dopo molti anni e significative realizzazioni, lasciare quietamente il potere.

Il caso più eclatante è sicuramente quello di Winston Churchill, che perse le elezioni per la conferma come Primo ministro nel luglio 1945, proprio mentre si accingeva, alla Conferenza di Potsdam, a dare un volto nuovo al mondo. Aveva condotto la guerra britannica dal 1940, succedendo allo stanco e malato Chamberlain, eppure il popolo inglese gli preferì un politico dalla faccia furba, Clement Attle, laburista, che aveva collaborato con Churchill nel governo di coalizione che resse il Regno Unito fino a quella data fatidica. Il vecchio leone tornò al governo solo nel 1951, cercando inutilmente di salvare il “suo” impero – quello che lo aveva visto giovanotto combattere contro i Boeri in Sudafrica – ma senza molto successo.

Un altro caso famoso, e vicino ai nostri ricordi, è Alcide De Gasperi. Alla vigilia del fascismo per un paio di anni era stato nella segreteria collegiale di un partito di osservanza clericale, il Partito popolare; nel 1945, anonimo sconfitto, inglesi e americani lo consideravano un soggetto senza una chiara storia. In quelle condizioni di precarietà guadagnò la fiducia degli statunitensi; guidò la transizione del Regno d’Italia verso la Repubblica e poi fu Presidente del Consiglio fino alle dimissioni nel 1953, minato dalla malattia e dalla delusione per la mancata approvazione della riforma elettorale. In pochi anni incluse l’Italia nel processo di integrazione europea e nel vincolo atlantico con abilità e combattendo tendenze neutraliste anche all’interno del suo stesso partito. I suoi successori, Mario Scelba e Giuseppe Pella, fecero del loro meglio per distruggere la credibilità che aveva costruito pazientemente, soprattutto con gli statunitensi; avrebbe desiderato che l’Italia ratificasse la Comunità europea di difesa, atto di nascita di una piccola federazione europea, ma i due citati distrussero quel piccolo sogno concreto. Era il suo più ardente desiderio, e l’unica ricompensa che avrebbe voluto.

Un altro personaggio algido e, per molti versi, simile a De Gasperi, fu Charles de Gaulle. Dopo aver guidato la riscossa nazionale della Francia libera dal 1940, nel 1946 uscì di scena come presidente del governo provvisorio della Francia liberata, per poi tornare nel 1959, richiamato dalla crisi algerina come un novello Cincinnato. Riprese il suo posto da buon militare, unico europeo dell’epoca ad avere una visione «politica» per il futuro del continente, e uscì quietamente di scena nel 1969, tornando nel suo paesello a scrivere le sue illeggibili e vanitose memorie senza nulla volere né nulla pretendere.

Altri leader sono stati ugualmente persistenti: si pensi ai dieci anni di Margareth Thatcher, domina della politica britannica dal 1979, agli otto anni di Helmut Schmidt e alla durata rimarchevole, in Europa occidentale, della carriera di Konrad Adenauer: dal 1949 al 1963 cancelliere federale della Germania ovest, quattordici anni, primato che ha resistito fino al 2021 quando Angela Merkel lo ha infranto con i suoi diciotto anni di mandato continuato.

Papi e papesse civili, si direbbero, o sovrani repubblicani, ma in realtà anche figure che rispondono a una serie di circostanze che li hanno accompagnati: l’eccezionalità dei tempi e la indubbia capacità politica. La transizione dalla Seconda guerra mondiale alla ricostruzione ha indubbiamente favorito molte carriere politiche, nel caso tedesco molto ha contato anche la riunificazione delle due Germanie, un nuovo «anno zero» sotto molti profili. Momenti che hanno fatto emergere delle eccellenze che i tempi non hanno più offerto successivamente.

Oggi, facendo un giro di orizzonte, abbiamo poche personalità comparabili ma restiamo affascinati dall’idea del leader supremo, del punto di riferimento della politica nel quale (o nella quale) riversiamo le nostre aspettative e riconosciamo i nostri difetti. In genere il pubblico chiede persone tecnicamente preparate, ma poi adora «uno di noi», il commoner venuto su dal nulla. Così come nel Medio Evo la nobiltà si costruì e definì sulla base dell’oro e della spada, così oggi chi viene dal nulla, chi si fa da solo, ha un suo fascino irresistibile. Scrivendo di Mussolini un acuto diplomatico francese, André François-Poncet, affermava che gli italiani perdonavano tutto al «duce» proprio perché ne sentivano la provenienza popolare e, al di là delle discutibili doti oratorie, lo sentivano comprensibile e vicino perché così simile a molti di loro. Lo stesso discorso vale per Hitler, e financo per Stalin, orgoglioso delle sue radici georgiane ben addentro la Santa Madre Russia. Questa fascinazione non è scomparsa ed è ancora attiva, fa ancora sentire il suo peso determinante. Addirittura, viene sublimata e presentata con orgoglio, più a destra che non a sinistra: una gioventù alla Garbatella in una famiglia disfunzionale vale una scuola privata in Svizzera; l’università della vita (accoppiata al disprezzo per i «professoroni» che scrivono sui «giornaloni») vale un dottorato ad Harvard, per arrivare alla celebrazione del non-educated people che Trump sostiene come sua base elettorale privilegiata. Insomma, vogliamo persone competenti ma queste devono provenire dai più lontani e reconditi recessi della società, avendo dato prova di poter sfilare la spada dalla roccia.

Questo duplice scenario – la scarsa tenuta della carica da parte dei leader attuali e la richiesta di «uno di noi» come leader – non è un buon segnale. Nell’epoca dei social si accoppia alla spettacolarizzazione della politica; agli annunci che diventano azione politica e spesso confusi con la concreta realizzazione di quanto comunicato; a leader che non segnano più una strada, ma seguono il vento dei sondaggi e delle mode.

Non sarà anche questo un motivo della scarsa durata dei «grandi» leader attuali che tali non sono? Proviamo a fare un semplice gioco: citiamo un leader, italiano o straniero che, negli ultimi venti anni, cioè dal 2006, meriti di essere ricordato, nel bene e nel male, come iniziatore di percorsi sociali e politici di qualche interesse. Un o una leader che abbia lasciato il segno, che venga ricordato/a non con il refrain qualunquista e consolatorio del «quando c’era lui, caro lei…!», ma per concrete e consistenti realizzazioni che possono essere a lui/lei intestate. Personalmente sarei in difficoltà: in campo politico mi vengono in mente per l’Italia Silvio Berlusconi, ma in senso negativo, come un grande sdoganatore di volgarità gratuite ed esaltatore dei difetti strapaesani dell’italiano medio; nessun altro «politico» come leader che abbia lasciato un segno persistente. Per la Germania penso a Merkel, volente o nolente ha modellato la RFG. Per la Francia… mah… nessuno con il carisma di un Giscard d’Estaing o di un de Gaulle (ma va bene anche un Pompidou) e per il Regno Unito dopo la Thatcher il deserto postmoderno e fricchettone di Blair e una serie di premier che non hanno lasciato neppure il tempo di imparare il loro nome…

Se ci spostiamo a livello europeo, però, arriva una sorpresa: la leadership esiste, eccome, ma si esplica nel campo economico e monetario. Solo l’imbarazzo della scelta: da Delors, che ha tenuto a battesimo il mercato unico e modellato il sistema monetario europeo trasformandolo in euro, a Romano Prodi, che ha gestito il grande allargamento del 2004. Da Draghi, che ha retto la BCE con il piglio del comandante in capo con una visione, a Ursula von der Leyen, meno potente di quanto sembri ma con il carisma innegabile della leder che lascia il segno, amata e odiata quasi in egual misura. È l’Unione europea, in altre parole, il suo sistema istituzionale e la sua realtà operativa l’ambiente nel quale si vedono le qualità di una leadership, le arene nazionali sono ormai buone solo per rappresentare il sogno di una passata grandezza che non riesce più a esplicitarsi in azioni politiche che lasciano il segno. È l’interdipendenza il contesto nel quale il «superuomo» (o la «superdonna») sono ormai riconoscibili. Perché solo in quell’ambito si gestiscono movimenti di risorse e politiche strutturali che non sono alla portata di nessuno Stato europeo; perché solo l’Unione ha la forza di imporre le sue regole oltre qualsiasi confine interno e con una chiara proiezione verso l’esterno.

E qui sta anche l’assurdo di oggi, il limite che solo la vanesia presunzione del passato impedisce di realizzare e di comprendere: un «sovranista» vero, che voglia avere la forza di difendere gli interessi della sua nazione e, in senso lato, quelli del proprio spazio politico di riferimento, si può affermare positivamente solo a livello europeo. Chi butta dalla finestra la necessaria interdipendenza che lega tutti gli Stati dell’Unione, e che rende ogni leader nazionale in fondo limitato e limitante, se la vede rientrare dalla porta, e senza chiedere il permesso. I processi politici all’interno dell’Unione sono ormai tali da influenzare qualsiasi scenario politico ed economico nazionale (si chieda a Boris Johnson per la Brexit, se essa ha messo il Regno Unito in condizione to take back control sul suo futuro: intelligentemente Keir Starmer ha dichiarato che quella stagione è terminata e bisogna guardarsi indietro. Detto dal leader di un partito che non è mai stato tenero con il processo di integrazione europea, fa impressione. Neppure Macron, l’enfant prodige della politica francese, sfugge a questa regola, e mentre parla di potere nucleare pensa a come l’UE possa fornire le risorse necessarie per dotarsene, magari con i nuke-bond. Niente da fare, ovviamente, perché l’algido Merz non vuole, e parlotta con Meloni anche se entrambi poi producono documenti nel quale sta scritto chiaro e tondo che non sono dei trattati e che, anzi, sono accordi in linea con gli orientamenti e le politiche dell’UE. Non si salvano neppure iniziative statali, presentate al pubblico come puro frutto del genio e dell’iniziativa nazionale, come il tanto decantato Piano Mattei, che per funzionare dichiara apertamente che deve dotarsi delle risorse per la cooperazione dell’UE.

Si torna sempre lì: chiunque voglia oggi fare il superuomo non deve solo avere le qualità per farlo, ma deve essere in grado di mobilitare l’UE al suo fianco, o dietro di sé, altrimenti fa solo messaggini sui social con dubbia fortuna.

Il superuomo o è europeo o non è; solo a livello europeo diventa davvero un «oltreuomo», uno o una in grado di andare oltre le gabbie nazionali che invece di lanciarlo lo tengono a terra: ditelo a Nietzsche.

 

 

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