Questo articolo di Cristina Gambaro è stato pubblicato sulla Rivista LA NUOVA EUROPA
Una strada polverosa con edifici di legno, steccati e insegne cadenti nel deserto del Mojave. Oatman è una città fantasma lungo la Route 66, la mitica strada creata nel 1926 che collegava Chicago con Santa Monica, in California: oltre 3700 chilometri attraverso il cuore agricolo del Midwest e i deserti dai colori accesi e dai panorami infiniti di New Mexico e Arizona, fino alle spiagge dorate della California. La Mother Road di Steinbeck, che tra qualche mese compirà i 100 anni di vita, è una strada mito, simbolo del viaggio on the road, dove l’importante non la meta ma sono le esperienze e le sorprese che si incontrano lungo il percorso. Un modo di viaggiare quasi impossibile in anni di overtourism, dove tutto è prenotato e pianificato. Per essere in sintonia le atmosfere anni ’50 e 60’, quando divenne la strada preferita dell’American way of life, con le famiglie che passavano le vacanze a bordo di auto fiammanti dai grandi paraurti cromati, avrei dovuto guidare una Chevrolet cabrio. Invece ci accontentammo di una normale Ford dal cambio automatico, e partimmo attraverso i grandi spazi di New Mexico e Arizona fino a Santa Fe. Un viaggio nel tempo, un salto all’indietro di 25 anni, fermandosi in motel e diner che sembravano usciti da telefilm dell’epoca, attraversando le riserve indiane Navajos e Zuni. Un deserto che sorprendeva a ogni miglio, regalando i tronchi fossili del periodo triassico o le formazioni colorate del Painted Desert, dove minerali differenti diventano cangianti con il mutare della luce del sole.
Il viaggio on the road sembra quasi iscritti nel mio DNA. Tra i primi ricordi della mia vita c’è l’attesa su un imprecisato passo alpino, aspettando che l’acqua del radiatore si raffreddasse. Allora, alla fine anni 50’, i miei genitori caricavano la tenda e i tre figli sulla Fiat Giardinetta dal tetto apribile e partivano all’avventura. Sulla loro scia, ho scoperto la Corsica in lambretta agli inizi degli anni ’70, con un bagaglio ridotto al minimo e neppure una mappa dell’isola. Il biglietto del traghetto lo comprammo direttamente al porto a Livorno, prima di stendere i sacchi a pelo sull’aiuola di una rotonda del centro città. Senza che nessuno avesse da ridire. In Irlanda sono arrivata agli inizi degli anni ’80 su una Dyane 6 azzurra. Dopo aver peregrinato per mezza Europa, ho guidato sulle strette strade dell’ovest irlandese, tra muretti e secco e pecore al pascolo, dietro a trattori lentissimi. Quello che nel giro di 15 anni sarebbe diventato la Tigre Celtica, era un paese poverissimo, che pareva uscito dalla guerra. Nei negozi c’era poco da mangiare, un formaggio plasticoso di colore arancione, il bacon da cucinare, le sardine in scatola. Niente che potesse essere consumato in un pic-nic in riva all’oceano, visto che i pub servivano solo pinte di birra e che i gastropub non erano ancora stati inventati.
Qualche anno dopo, su una R4 rossa fiammante siamo partiti alla volta di Capo Nord, con il bagagliaio attrezzato per un viaggio di quasi 8000 chilometri in una terra ostile, perché costosissima: pasta, pomodori pelati, olio ecc. secondo lo stereotipo dell’italiano spaghetti e pizza. Non arrivammo mai a Capo Nord, causa maltempo, ma ci perdemmo tra le nebbie e le piogge dei fiordi norvegesi. Fu una Fiat 131 nuova di zecca a portarci a est quasi ai confini con Siria e Iran. 10.000 chilometri attraverso la Grecia e l’Anatolia, anche se poi fummo costretto a fermarci perché la benzina super era merce sconosciuta, come del resto i pneumatici tubeless, che destarono l’incredulità in un intero villaggio quando fummo costretti a rivolgersi a un gommista dopo una foratura. Istanbul ci accolse con le case in legno, i mercati, i vapur che facevano la spola attraverso il Bosforo. Al Gran Bazar entrammo in auto, incuranti dei turchi che si sbracciavano per fermarci, e fummo anche truffati al cambio nero, quando al grido di polis polis ci diedero in mano un rotolo di banconote false. Alle rovine di ittite di Hattussas ad aprirci il cancello di legno fu un contadino della vicina fattoria che arrivò seguito da uno stuolo di oche bianche. E Dyarbakir ci apparve come un miraggio lontano, con le mura in basalto circondate dal deserto, oggi inglobate da brutti palazzi di periferia. In auto riuscimmo a salire anche sulla cima del Nemrut Dağı e alla tomba mausoleo di re Antioco I di Commagene, su un sentiero ripidissimo che avrebbe potuto essere percorso giusto da muli.
Poi sono arrivate le strade del Ladakh, un’India fuori dagli stereotipi, fatta di deserti di montagna, di villaggi oasi all’ombra di albicocchi, di monasteri buddisti e di strapiombi da capogiro. Era l’alba quando abbiamo lasciato la nostra house-boat che profumava di cedro a Srinagar, che sembra avesse ospitato niente di meno che i Rolling Stones. A bordo di una Ambassador color crema partimmo sulla National Highway 1 per lo Zojla Pass, 3528 metri di altitudine tra Kashmir e Ladakh, ancora oggi una delle più pericolose al mondo. , Non pensavamo fosse un’autostrada, come il nome avrebbe suggerito, ma non ci aspettavamo poco più di un sentiero non asfaltato, con una pendenza impossibile, occupato da file lunghissime di camion dell’esercito diretti al fronte con il Pakistan. A ogni curva c’era il rischio di scontrarsi con un camion che arrivava nel senso opposto, con la prospettiva di precipitare nei gorghi del fiume Indo, 400 metri più in basso. La costante del viaggio erano le lunghe attese, per frane, incidenti, mezzi usciti di strada. Sulla strada, gruppi di stradini vestiti di stracci, donne e bambini compresi, aggiustavano l’asfalto accendendo grandi fuochi di catrame, come in un girone dantesco. Sosta dopo sosta, il nostro autista accendeva il narghilè, con il risultato di essere sempre più serafico e con le pupille sempre più dilatate.
Sono tornata in Ladakh altre volte, per amore del deserto di montagna e dei Buddha ieratici, ma anche per la bellezza delle strade da percorrere per arrivarci. Fu una Toyota 4×4 a portarci lungo la Leh-Manali Highway, 475 chilometri a una altitudine media di 4000 metri, attraverso cinque passi di montagna tra i più alti del mondo. Allora la strada non era asfaltata, come oggi e ogni chilometro era un’avventura attraverso paesaggi unici, nel nulla. La più alta strada è stata però quella che porta da Leh alla valle di Nubra, un’enclave fuori dal mondo, tra lo Xinjiang cinese, il Tibet e il Pakistan. A spingermi oltre il Khardungla Pass, tripudio di preghiere nell’aria rarefatta dei 5600 metri di quota, era stato il racconto di Ella Maillart e Peter Fleming, fratello del creatore di 007, che nel 1935 in viaggio da Pechino al Kashmir s’imbatterono nel postino indiano del British Raj che aveva superato il fiume Nubra e il passo del Karakorum per portare la posta e il quotidiano, vecchio di tre mesi, ai commercianti indiani della città cinese di Hotan, ai margini del deserto del Taklamakan. In pochi chilometri una strada ripidissima supera l’altitudine del Monte Bianco per scendere poi in una valle spoglia dove le macchie di colore sono solo quelle dei campi d’orzo, dei filari di pioppi, delle distese di lavanda selvatica e delle finiture dei cammelli battriani, a due gobbe, che sostano ai piedi di improbabili dune di sabbia, testimoni della antica via carovaniera che collegava il Turkestan con il Tibet. Poi sono arrivate le frontiere e tutto si è fermato.
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