L’articolo è il pezzo di copertina dell’ultimo numero in versione cartacea de La Nuova Europa 

 

La democrazia è debole, come non mai in questo periodo, ed è debole anche la stessa idea di democrazia. Tra i luoghi comuni rassicuranti che ci scambiamo frequentemente sulla politica, sulle istituzioni, ce n’è uno dominante: la democrazia non è perfetta ma è il sistema migliore che abbiamo sottomano. Sarà forse per questo che i regimi democratici sono una netta minoranza nel panorama mondiale? Se si considera il Democracy Index che la rivista The Economist pubblica ogni anno, valutando alcuni “indicatori di democrazia” in 167 paesi del mondo, si vede che soltanto il Canada, l’Australia e i paesi scandinavi passano l’esame a pieni voti. Il resto dell’Europa e del Nord America va sotto la voce di “democrazia imperfetta”, Italia e Stati Uniti compresi e, visto quello che sta succedendo attualmente sotto il secondo mandato di Trump, si prevede per qualcuno una ulteriore discesa in classifica.

Soltanto il 10% del mondo sceglie la democrazia come forma di ordinamento istituzionale e sociale, e solo il 20% di quel 10% riesce a creare regimi democratici reali e compiuti. La democrazia è debole, per definizione: essa permette e tollera il dissenso, e tale dissenso spesso porta alla limitazione delle pratiche democratiche perché semplicemente propone per esse vincoli e limiti come soluzione virtuosa per una democrazia troppo permissiva, troppo liberale, troppo questo o quello, una democrazia che non piace. La democrazia non regge e non può durare quando vi sono forme estese di disinteresse e di assenza di partecipazione politica o forme di aperta ostilità. La cosa pubblica ha bisogno di impegno e coinvolgimento. Quando manca la partecipazione, le forme democratiche si incistano in momenti di tutela del proprio particolare, famiglia o affetti che siano, disinteressandosi del resto. Lo vediamo continuamente, lo critichiamo, ma allo stesso tempo manteniamo forme di egoismo sociale distruttive per la pratica democratica.

I sociologi negli anni Settanta parlavano di “familismo amorale” per l’Italia; forse nei prossimi anni verrà coniata un’espressione nuova per dar conto delle trasformazioni che sono intervenute dopo la pandemia di Covid. Che so, un “individualismo amorale” 2.0, la riscoperta di una società atomistica basata sulle pretese dei singoli, senza alcun dovere.

Negli Stati Uniti, grande laboratorio delle perversioni moderne sul piano politico e sociale, esiste il movimento dei cosiddetti cittadini sovrani (sovereign citizens): individui che rifiutano l’autorità pubblica, non si riconoscono negli assetti istituzionali esistenti, non riconoscono le autorità di polizia, rifiutano di avere la patente quando guidano, e ovviamente assicurazione e registrazione del veicolo sono cose impensabili.

Si tratta di una forma esasperata di solipsismo sociale che però ha molti seguaci negli Stati Uniti e pretende di usare una democrazia “fai da te”; queste persone brandiscono la costituzione statunitense dichiarando che poiché all’interno non c’è nulla per quanto riguarda l’obbligo della patente per guidare o sulla necessità di avere un documento per essere identificato in caso di necessità, rifiutano questi orpelli inutili della modernità e cercano di vivere letteralmente senza alcuna regola, si dichiarano loro stessi entità sovrane. Democraticamente e senza alcuna regola. Un po’ diverso dal movimento dei figli dei fiori degli anni Sessanta, non perseguono alcun ritorno alla natura, e anzi amano il contesto tecnologico che fa da sfondo alla libertà da ogni dovere e obbligo; rifiutano quindi qualsiasi ordine e organizzazione sociale, qualsiasi documento di identità – che si fabbricano da soli in libertà. Il cittadino è un’entità sovrana e quindi non riconosce nessuno al di sopra di sé.

Il corto circuito è garantito, visto che queste persone vivono all’interno di una società organizzata, ne godono i vantaggi e ne usano gli strumenti ma poi sostengono una loro condizione naturale senza alcun fondamento.

Di fronte a questi fenomeni, cosa può fare la democrazia intesa in senso lato? Di fronte a persone che rifiutano di partecipare a qualsiasi processo di aggregazione politica e sociale e di confrontarsi sulle scelte da prendere rifugiandosi nell’individualismo esasperato (quindi odiando la pratica democratica), la democrazia è assolutamente disarmata, si stempera in un brodo di diritti da declamare ma senza alcun contenuto. È questa l’evoluzione dell’uomo-massa professato dai totalitarismi degli anni Quaranta? Erich Fromm in un vecchio libro proprio di quel terribile periodo (Fuga dalla libertà) si interrogava sui meccanismi che portano i popoli a ripudiare la partecipazione democratica spiegandola con l’impegno e la “fatica” che la democrazia comporta. È sicuramente più semplice delegare a una guida, sola al comando, la gestione del potere e il destino di tutti, ma sempre questo risultato è frutto di una decisione collettiva di milioni di persone che rifiutano di partecipare, di assumersi una qualche responsabilità di controllare il potere.

Le dittature, i totalitarismi, i regimi autoritari sono sempre fondati su una rinuncia a decidere da parte dei molti a favore dei pochi, mostrando l’esistenza di una mistica della dittatura che spesso si consolida e si afferma soltanto dopo la presa del potere. Si tratta di un processo per certi versi “democratico” anch’esso, perché spesso il consenso si accompagna alla rinuncia della democrazia, e piccole dosi di indifferenza, di mancata partecipazione, di disinteresse per la politica diventano nel tempo dei macigni che rendono anche i palazzi vuoti, visto che bastano sempre poche persone a gestire la cosa pubblica quando non c’è democrazia. La democrazia è affollata e caotica quando funziona e quando vede molta partecipazione da parte dei cittadini, ma quando la partecipazione non c’è tutto si riduce a una ritualità formale piuttosto noiosa. Ma oggi sembra di vivere qualcosa di diverso. Ci sono i leader, certo, ma soprattutto ci sono gli individui che negano le competenze, la scienza, i punti di riferimento in un confuso panorama di anarchia diretta.

In questa forbice – la caricatura della democrazia di chi si crede unico interprete di testi e leggi e gli odiatori delle regole a meno che non siano fatte da loro – la democrazia muore lentamente e vede i suoi sostenitori davvero consapevoli rarefarsi sempre di più. L’ondata sovranista, la sindrome ungherese, i decisionismi autoritari alla Trump – sempre accompagnati da un consistente consenso – sono il segno che la crisi è conclamata, e quella parte di mondo, piccola tutto sommato, nella quale la democrazia è fiorita ha deciso che la democrazia non piace più così tanto.

Il futuro della democrazia era il titolo di un aureo libretto di Norberto Bobbio nel quale una delle affermazioni principali era che la democrazia non consiste nel dire “chi vota”, ma risponde alla domanda “dove si vota”, cioè quanto è estesa la pratica democratica. Faticosa, assorbente, impegnativa e responsabilizzante, la democrazia oggi sembra non porsi più questa domanda, semmai privilegiando il “chi comanda”. E la risposta è sempre la stessa: “io, il popolo”.