Nel 2025 sono nati appena 355 mila bambini, il dato più basso dal dopoguerra. Il confronto con il passato e con gli altri Paesi europei mostra una crisi profonda: il problema non è l’assenza di desiderio di genitorialità, ma la difficoltà economica e sociale nel trasformarlo in realtà.
L’Italia continua a perdere abitanti e il declino demografico raggiunge un nuovo punto critico. Nel 2025 sono nati appena 355 mila bambini, il numero più basso dal secondo dopoguerra, con un tasso di fecondità di 1,14 figli per donna, ben lontano dalla soglia di ricambio generazionale fissata a 2,1.
Per capire la portata del cambiamento basta guardare alla distanza con il passato: nel 1964, nel pieno del boom demografico, in Italia nacque un milione di bambini; nel 1995 le nascite erano ancora 526 mila. Oggi il Paese si trova invece davanti a una combinazione di fattori: una popolazione in età fertile sempre più ridotta e un numero crescente di persone che, pur desiderando figli, non riesce a realizzare il proprio progetto familiare.
Il dato emerge dal Dossier Natalità 2026 – Volere o Potere, realizzato dalla Fondazione per la Natalità in collaborazione con l’Istat. Il rapporto evidenzia come la denatalità italiana non sia principalmente il risultato di un cambiamento culturale, ma il riflesso di condizioni economiche, lavorative e sociali che rendono più difficile costruire una famiglia.
Il divario tra figli desiderati e figli realmente nati
Il dato più significativo riguarda la distanza tra aspirazioni e realtà. Se le intenzioni di fecondità dichiarate dalle donne italiane si fossero concretizzate, nel 2025 sarebbero nati circa 760 mila bambini, più del doppio rispetto ai 355 mila effettivamente registrati.
Solo il 5,5% degli italiani in età feconda dichiara che la genitorialità non rientra nel proprio progetto di vita. Al contrario, il 62% di chi ha rinunciato ad avere altri figli indica come principale causa ostacoli economici, lavorativi o sociali.
Sono oltre 2,8 milioni le persone che individuano nelle difficoltà economiche e occupazionali il principale freno alla scelta di avere figli. Il problema riguarda anche la percezione del rischio: più della metà delle persone teme che la nascita di un figlio possa peggiorare la propria situazione finanziaria.
La maternità continua inoltre a essere associata a un forte impatto professionale. Il 49,9% delle donne teme conseguenze negative sulla carriera, contro il 24% degli uomini. A questo si aggiunge il peso del lavoro di cura: sono oltre 3 milioni le donne inattive per motivi familiari, mentre 763 mila persone rinunciano ad avere figli anche per assistere familiari anziani.
Un’Italia più povera e più anziana rispetto all’Europa
Il calo della natalità si intreccia con un quadro economico che negli ultimi decenni ha visto peggiorare le prospettive di molte famiglie. Tra il 1990 e il 2024, secondo i dati Ocse citati nel dibattito sul tema, le retribuzioni reali nei Paesi membri sono cresciute in media del 35%, mentre in Italia hanno registrato una contrazione.
Anche il confronto europeo mostra un quadro complesso. Il tasso di fecondità italiano, pari a 1,14 figli per donna, è inferiore a quello di Paesi come la Germania (1,46) e la Francia (1,61). Anche diversi Paesi nordici, grazie a sistemi di welfare più strutturati e servizi per l’infanzia più sviluppati, registrano livelli più elevati.
L’età media alla nascita del primo figlio continua inoltre ad aumentare: per le madri italiane è salita a 32,7 anni. Il rinvio della maternità, legato spesso a percorsi lavorativi instabili e alla difficoltà di raggiungere una sicurezza economica, riduce nel tempo la possibilità di avere più figli.
Le conseguenze dello squilibrio demografico sono già visibili. Nel 2025, a fronte di 355 mila nascite, si sono registrati 652 mila decessi, con un saldo naturale negativo di 297 mila persone. Secondo l’Istat, nel 2050 per ogni 100 giovani sotto i 14 anni ci saranno circa 300 persone con più di 65 anni.
La denatalità diventa così una questione che riguarda l’intera società: il futuro del mercato del lavoro, la sostenibilità del sistema pensionistico, il welfare e la crescita economica dipenderanno dalla capacità di creare condizioni in cui avere figli torni a essere una possibilità concreta e non una scelta percepita come economicamente rischiosa.
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