C’è un’immagine, cara a Hegel, secondo cui la filosofia è come la nottola di Minerva: spicca il volo soltanto sul far della sera, quando la giornata è ormai conclusa e non resta che comprenderla. Il filosofo Luciano Floridi, tra i più autorevoli studiosi al mondo di etica digitale e direttore del Digital Ethics Center della Yale University, la respinge senza mezzi termini. “Chi l’ha detto che la filosofia deve sempre arrivare alla fine? Lo diceva Hegel perché gli faceva comodo, per chiudere il discorso. Ma c’è sempre una mattina dopo, e io voglio sapere che cosa facciamo la mattina dopo”. È da questa convinzione che prende le mosse la sua riflessione sull’età digitale: il pensiero, quando è fatto bene — e non è affatto scontato che lo sia — non serve soltanto a capire ciò che accade, ma a disegnare e ridisegnare la società che vorremmo abitare. Comprendere, insomma, è soltanto metà del compito: l’altra metà è immaginare come intervenire.

Da Socrate a Kant, ricorda il filosofo, la grande tradizione occidentale non ha mai separato la comprensione dall’azione: ha cercato di capire per cambiare. “Socrate non è morto perché voleva comprendere il mondo — osserva — è morto perché voleva cambiarlo”. Alla filosofia che interviene dopo il fatto compiuto, come un investigatore chiamato a ricostruire un delitto, Floridi ne oppone una capace di prevenirlo. È un compito tanto più urgente in un secolo che ha “moltissimo da costruire” e, proprio per questo, tanto da capire con l’aiuto della filosofia.

Dalla registrazione alla cancellazione

Il primo terreno su cui si misura questa responsabilità è la memoria. Per millenni — se ne lamentava già Platone — la nostra è stata una cultura della registrazione, perché fissare i ricordi era difficile e costoso: la lastra di marmo, il papiro, la tavoletta incisa richiedevano uno sforzo continuo per contrastare l’entropia. Oggi accade il contrario. Accumuliamo per natura, quasi senza accorgercene, e la vera decisione è semmai che cosa cancellare. Lo sperimenta chiunque debba liberare la memoria del proprio telefono, deciso a scegliere quali fotografie conservare e quali lasciar andare.

Il paradosso, avverte Floridi, è che questo accumulo sterminato è al tempo stesso fragilissimo: “Basta pochissimo per perdere tutto”. Un server dismesso, un archivio non migrato su un nuovo supporto, e un’intera stagione — le campagne elettorali, i siti, le immagini di un’epoca — può svanire. Che cosa significherà scrivere la storia del pensiero politico quando la documentazione è interamente digitale e può dissolversi nel giro di un istante? È qui che la memoria diventa una questione etica: la responsabilità di ciò che scegliamo di custodire, e di ciò che lasciamo scomparire, non è più affidata alla fatica di pochi amanuensi, ma ricade su ciascuno di noi, giorno dopo giorno.

La tentazione di non decidere

Il secondo nodo riguarda il nostro rapporto con le macchine che ci rispondono. Da sempre attribuiamo un’anima agli oggetti con cui abbiamo a che fare: lo facciamo con le nuvole, con gli alberi, con i giocattoli dell’infanzia. La differenza è che oggi l’oggetto risponde, e lo fa in modo fluente, convincente. La tentazione di scambiare quella risposta per una reale comprensione del mondo diventa quasi irresistibile, complice anche una diffusa solitudine. Una tendenza antica, dunque, che però un tempo si esauriva nel silenzio dell’oggetto, mentre oggi viene moltiplicata da una macchina che replica, argomenta, sembra capire. La lucidità, per Floridi, sta nel non lasciarsi ingannare: per quanto sofisticato, e per quanto capace di dire: hai visto, ho capito quello che intendevi, un sistema di intelligenza artificiale resta software, dati, calcolo.

Ma il rischio più insidioso è un altro, e non è di ordine tecnologico: è delegare. “Quanto è facile dire: l’ha detto l’intelligenza artificiale”. Affidarsi al sistema per scegliere una meta di vacanza è innocuo; ben diverso è consegnargli le decisioni che orientano un’esistenza — se sposarsi, se avere un figlio, quale lavoro accettare, quale università scegliere. Qui, avverte, si entra “in zone ad alta intensità di rischio”. Lo scenario che ne deriva è una nuova polarizzazione: da un lato chi si abbandona al consiglio della macchina, dall’altro chi invece è in grado di governarla. E governare significa conoscere, possedere competenze reali.

Non è un caso che Floridi insista sul valore delle parole. Chi le sa usare — e oggi, sempre più, chi sa interrogare questi sistemi — possiede un patrimonio. Basta un esempio clinico: a seconda dell’ordine in cui si elencano i sintomi, uno stesso sistema può restituire una diagnosi più o meno accurata. Sono strumenti straordinari e utilissimi, ma delicati, e l’idea che “basti spingere il motore perché faccia tutto” resta, appunto, un’illusione. Il motore ce l’abbiamo; sta a noi imparare a guidarlo. E imparare, ancora una volta, è il compito di chi ha scelto di educare. La ragione per cui, in fondo, tutto comincia da un’aula, dal dialogo e dal ruolo di una formazione consapevole.

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