Questa intervista di Raffaella Rizzo a Michele Ainis è stata pubblicata sulla Rivista LA NUOVA EUROPA
Costituzionalista, professore universitario, scrittore e commentatore sui principali quotidiani nazionali. Uno dei suoi più recenti libri si intitola Capocrazia, e traccia molto bene il ritratto della personalizzazione del potere attorno al leader. Ora questa tendenza all’uomo forte comincia davvero a fare paura. Ma come siamo giunti a questo punto, abbiamo sottovalutato qualcosa?
Certamente questa tendenza si è amplificata e comporta una deriva autoritaria che si diffonde anche in Occidente. Le due maggiori democrazie del mondo sono gli Stati Uniti e l’India: negli Stati Uniti c’è Trump e potremmo parlarne a lungo ma in India – che ha 1miliardo e 400 milioni di abitanti ed è la democrazia più popolosa del mondo – governa da undici anni Modì e ha dato un giro di vite molto serrato al dissenso e alla libertà di opinione e di stampa e discrimina anzi perseguita la minoranza musulmana: e parliamo di centinaia di milioni di persone. Quindi quando Eugenio Scalfari parlava di “democratura”, crasi fra democrazia e dittatura, ecco, si sta avverando.
Perché sta accadendo questo?
Perché viviamo il tempo della paura, delle grandi paure collettive. In primo piano ci sono le guerre in questo momento; poi c’è il clima, che soprattutto i più giovani avvertono come una minaccia esistenziale. E poi c’è l’immigrazione, tutti i governi autoritari traggono benzina dalla paura verso l’immigrato che in qualche modo minaccia la tua identità culturale, persino quella fisica e somatica. Il terrorismo, di cui temo vedremo nei prossimi tempi nuovi colpi con quello che sta accadendo in Medio Oriente. L’economia, non c’è mai stata una situazione come quella attuale, in cui ci sono pochi miliardari che hanno un patrimonio superiore al Pil di interi Stati. E questa è una miscela esplosiva…
Pochi miliardari che erano tutti alla corte del re, quando Trump si è insediato alla Casa Bianca, gli oligarchi del Big Tech che detengono questo enorme potere economico al servizio del capo assoluto, il che fa forse ancora più paura. Non crede?
È un capo assoluto che intraprende guerre non per liberare i popoli dalla tirannia ma per impadronirsi delle risorse, del petrolio o delle terre rare, quindi c’è una motivazione predatoria dove tutto si misura in dollari. Il Board of Peace che ha inventato Trump è un club dove paghi un miliardo di euro per entrare, Trump è presidente a vita e ha potere di veto su qualunque decisione, con la finalità è espropriare l’ONU – che è in gravissima crisi – delle sue residue funzioni.
Perché la democrazia sembra così in difficoltà? La nostra Costituzione è costantemente chiamata a confrontarsi con riforme che ne vogliono ridimensionare la portata. In questa legislatura abbiamo visto il premierato, l’autonomia differenziata, la separazione delle carriere, riforme che cercano di svuotare quei contropoteri che hanno sempre avuto il ruolo di sostegno di una tenuta democratica. È un processo inarrestabile?
Silvio Berlusconi ai suoi tempi diceva che l’eletto dal popolo è l’unto del Signore. E oggi il Signore sta ungendo molti gentiluomini…Perché qual è la grammatica populista? Chi ottiene un successo elettorale non deve essere infastidito dai contropoteri, come la magistratura e la stampa per esempio. E questo avviene in una società più debole, dove si sono indeboliti i corpi intermedi, i sindacati, le associazioni, i partiti, le chiese. Le aggregazioni collettive quali sono i corpi intermedi sono in crisi perché noi viviamo nell’epoca della disintermediazione, e questa è una responsabilità della rete e dei social: io mi rinchiudo nel mio social che diventa una “camera dell’eco”, un recinto intellettuale impermeabile alle idee altre rispetto alle mie. Ora la democrazia che cos’è, se non la possibilità di un confronto con l’altro? Se questo confronto viene reso molto più difficoltoso dal contesto tecnologico in cui siamo immersi, anche la democrazia soffre.
Sono in crisi anche i parlamenti, la democrazia rappresentativa è in affanno…
In realtà la crisi dei parlamenti c’è dovunque, ma il nostro è più acciaccato degli altri perché si limita ad avere un ruolo confermativo delle decisioni del governo. C’è una crisi generale delle assemblee, i consigli comunali non valgono nulla rispetto al sindaco, le assemblee regionali nemmeno. Ci siamo abituati a sentire la parola del governatore, ma non siamo né in Texas né in California, noi avremmo dei presidenti regionali ma li chiamiamo governatori. Lo stesso Consiglio dei ministri è schiacciato dalla figura del presidente del Consiglio, tant’è che negli ultimi anni ci siamo accorti che esiste questa fonte del diritto che è il DPCM, il decreto del presidente del Consiglio dei ministri, che è un atto individuale con cui però si prendono decisioni anche molto importanti. Sfugge ai controlli del presidente della Repubblica, sfugge anche ai controlli della Corte Costituzionale e quindi, attraverso questa fonte che si trova in un sottoscala del diritto, in realtà si decidono questioni fondamentali senza avere sufficienti controlli.
Cosa si devono rimproverare i partiti democratici, hanno gravi responsabilità nell’avvento delle autocrazie come avvenne per il partito socialista ai tempi dell’avvento del fascismo e del nazismo?
I partiti sono diventati partiti personali e, da partiti personali, sono diventati delle corti con il re in mezzo a mille cortigiani. Questo è avvenuto per una serie di leggi elettorali che hanno espropriato della libertà di voto gli elettori con i listini bloccati, con le pluricandidature, di cui poi anche l’ultima proposta che chiamano Stabilicum – e io ho ribattezzato Mussilinium – questo meccanismo ha reso onnipotente il capo, ecco la “Capocrazia”. Perché è il capo, il leader di partito che decide chi va in parlamento e chi no, non è più l’elettore che, disarmato, va molto poco a votare. E quindi l’asset è quello della legge elettorale, per cui la rappresentanza parlamentare è determinata dai leader dei diversi partiti. Questo sta bene a tutti, sia a destra che a sinistra, però questo fenomeno ha corroso il prestigio e l’autorità del parlamento. Un parlamento di nominati non è più autorevole e nemmeno rappresentativo.
Stiamo andando anche noi verso un piano inclinato della democrazia, verso una democratura?
Le variazioni costituzionali hanno bisogno di un popolo che le difenda. Se non c’è una sensibilità che ogni generazione dovrebbe avere, perché siamo nel tempo delle paure, perché c’è una concezione leaderistica della politica, la Costituzione la puoi anche non riformare, non intaccandola sulla carta ma svuotandola nella sua applicazione. È proprio l’esperienza storica che lo dimostra. Quando Hitler è andato al potere, negli anni Trenta, c’era in Germania la Costituzione di Weimar del 1919, celeberrima, perché fu la prima aperta ai diritti sociali: diritto alla salute, alla casa, all’istruzione. Hitler non l’ha sostituita con un’altra Costituzione e lo stesso ha fatto Mussolini, quando ha preso il potere nel 1922 e c’era lo Statuto Albertino del 1848, che era una Costituzione liberale che garantiva la libertà di riunione, di opinione. Si è solo limitato a non tenerne conto. Una Costituzione può anche rimanere inalterata ma essere di fatto svuotata.
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