Il Dossier Statistico Immigrazione 2026 mette alla prova due frasi che ricorrono nel dibattito pubblico. I numeri raccontano un’altra storia, e aprono domande più scomode di quelle a cui siamo abituati
Più che un’invasione, un Paese che si svuota
La parola invasione evoca qualcosa di improvviso, di massiccio, di ostile. I dati descrivono invece una presenza lenta e radicata. A fine 2025 gli stranieri residenti in Italia sono circa 5,56 milioni, il 9,4 per cento della popolazione. Solo 20 Comuni su 7.896 non ne registrano nemmeno uno.
Non si tratta di un’ondata arrivata ieri. Quasi metà dei cittadini non comunitari regolari ha un permesso di lungo periodo, cioè vive qui da anni. E tra il 2021 e il 2025 quasi un milione di persone è diventato cittadino italiano: gente che non compare più nelle statistiche sugli stranieri, perché straniera non è più.
Anche gli sbarchi, l’immagine che più alimenta la paura, raccontano altro. Nel 2025 gli arrivi via mare sono stati 66.296, praticamente quanti l’anno prima. Nei primi otto mesi del 2026 si sono fermati a 19.497. Le persone ospitate nel sistema di accoglienza sono 142.116: lo 0,2 per cento della popolazione.
Allarghiamo lo sguardo. Nel mondo i migranti internazionali sono circa 304 milioni, il 3,7 per cento dell’umanità: oltre il 96 per cento delle persone vive nel Paese in cui è nato. Chi fugge da guerre e persecuzioni resta per lo più vicino a casa: il 65 per cento dei rifugiati si trova in uno Stato confinante con il proprio, il 68 per cento in Paesi a basso o medio reddito. Nell’intera Unione europea rifugiati e richiedenti asilo sono il 2 per cento degli abitanti.
C’è poi un dato che rovescia la prospettiva. All’inizio del 2026 gli italiani iscritti all’anagrafe dei residenti all’estero sono 6.630.284, oltre un milione in più degli stranieri che vivono in Italia. Siamo, ancora oggi, un Paese da cui si parte più di quanto vi si arrivi.
Il vero fenomeno, insomma, non è il riempimento ma lo svuotamento. Tra il 2021 e il 2025 i morti hanno superato i nati di quasi un milione e mezzo; senza il saldo positivo degli stranieri il calo sarebbe stato ancora più profondo. Nel 2025 le nascite sono scese a 355mila, sesto minimo storico consecutivo, e il 13,4 per cento dei bambini aveva entrambi i genitori stranieri. Secondo l’Istat, nel 2080 l’Italia avrà 13 milioni di abitanti in meno.
Tutto questo non significa che la percezione sia inventata. Gli sbarchi sono visibili e drammatici, la presenza è concentrata (12,9 per cento in Emilia-Romagna, 3,7 in Sardegna), e un sistema di accoglienza gestito da anni con strumenti emergenziali finisce per sembrare, appunto, un’emergenza. Ma un fenomeno visibile non è per questo un fenomeno travolgente. Il luogo comune nasce da esperienze reali; è la cornice a essere sbagliata.
Il conto che torna
Il secondo luogo comune, «ci costano e ci rubano il lavoro», tiene insieme due insinuazioni che a ben vedere si contraddicono. Se gli immigrati sottraggono lavoro, allora sono una fascia produttiva, che versa tasse e contributi. Se invece vivono di assistenza, il lavoro non lo sottraggono. Per questo, conviene partire dai conti.
Secondo le stime del Dossier IDOS, nel 2024 i cittadini stranieri hanno versato alle casse pubbliche 40,7 miliardi di euro. La voce principale sono i contributi previdenziali, 19,4 miliardi, che servono a pagare le pensioni di oggi. Seguono l’Irpef con 12,3 miliardi e l’Iva con 7, versata a ogni acquisto. Altri 1,6 miliardi arrivano da Tari, accise e canone Rai; circa 200 milioni dai costi di permessi e pratiche di cittadinanza, e altrettanti da fondi europei.
Dall’altra parte, la spesa pubblica riconducibile agli stranieri ammonta a 35,9 miliardi. La quota maggiore va a previdenza e sicurezza sociale (14,5 miliardi), poi a istruzione (8,4), sanità (5,9), giustizia e sicurezza pubblica (4,3). L’accoglienza, la voce che occupa più spazio nel dibattito, vale 2 miliardi: poco più di un euro su venti. Il saldo finale è positivo per 4,8 miliardi.
Il confronto pro-capite è ancora più eloquente. In media ogni italiano versa 10.300 euro e ne riceve in spesa pubblica 11.700, con un saldo negativo di 1.400 euro. Ogni straniero versa 7.700 euro e ne riceve 6.800, con un saldo positivo di 900.
Non è un merito morale, né una garanzia per sempre. Si tratta soprattutto di un effetto dell’età. La popolazione straniera è giovane e conta pochissimi pensionati. I cittadini non comunitari sono appena l’1 per cento di chi riceve pensioni di vecchiaia, invalidità o reversibilità. Quando anche loro invecchieranno, il bilancio cambierà. Oggi, però, il conto torna, e vale di più in un Paese dove lavorano appena 1,5 persone per ogni pensionato.
Lavori diversi, non lavori sottratti
Gli occupati stranieri sono 2.587.000, il 10,7 per cento del totale. Ma la media nasconde una distribuzione molto squilibrata. Gli stranieri sono il 64,3 per cento di chi lavora nei servizi alle famiglie, il 21,5 per cento in agricoltura, il 19,2 in alberghi e ristorazione, il 17,9 nelle costruzioni. Nella pubblica amministrazione sono lo 0,3 per cento, nell’istruzione l’1,7.
Quasi un lavoratore straniero su tre svolge una professione non qualificata, contro l’8 per cento degli italiani. Solo il 9,1 per cento arriva a una professione qualificata, contro quasi il 40 per cento degli italiani. Quasi metà delle lavoratrici straniere fa la badante, la colf o l’addetta alle pulizie. Più che concorrenza, i dati descrivono due mercati del lavoro che si toccano poco.
Questo non esclude che, in singoli settori e territori, la disponibilità di manodopera a basso costo spinga i salari verso il basso. Ma lì il problema ha un nome preciso e si chiama “sfruttamento”. Un lavoratore straniero guadagna in media 15.891 euro l’anno, un terzo in meno della media dei dipendenti; più della metà dei laureati stranieri svolge un lavoro per cui la laurea non serve. È un danno per loro ma, dopotutto, anche per chi lavora accanto a loro.
Chi il lavoro lo crea
C’è poi chi il lavoro lo crea. Nel 2025 le imprese guidate da persone nate all’estero sono 673.103, l’11,5 per cento di quelle registrate nelle Camere di commercio: più di un’impresa su dieci, una quota in linea con il peso degli stranieri tra gli occupati.
Sono attività che pagano tasse, assumono e alimentano lo stesso gettito di cui si è detto. E sono forse il segno più concreto del radicamento: chi apre un’impresa, con i rischi e i debiti che comporta, non pensa di essere di passaggio.
Una paura vera, un colpevole sbagliato
Perché frasi così fragili davanti ai numeri resistono tanto? Forse perché non parlano davvero di immigrazione. Si nutrono di paure reali: salari fermi, servizi che peggiorano, un Paese che invecchia e sente di contare meno. Il luogo comune offre a questi timori un colpevole semplice e un volto riconoscibile.
Per la stessa ragione bisogna diffidare anche del luogo comune opposto, quello per cui «gli immigrati ci pagheranno le pensioni». Il Dossier IDOS è più prudente: l’immigrazione può contribuire a rispondere alla crisi demografica ma insieme a una maggiore partecipazione al lavoro di giovani e donne. Una scorciatoia rassicurante resta pur sempre una scorciatoia.
I numeri non ci dicono quale politica scegliere: quella resta una scelta democratica, che spetta a noi. Ci dicono però quali parole non possiamo più permetterci di usare. «Invasione» non descrive un Paese che si svuota. «Ci costano» non descrive un bilancio in attivo. Liberarsi di queste parole non chiude il dibattito sull’immigrazione: semmai, finalmente, permette di cominciarlo.
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