Non è stata un’invasione. Non è stato un incidente. Quello che è accaduto a Ceuta è il fallimento di un’intera politica europea sull’immigrazione. Decine di migliaia di persone hanno attraversato in poche ore la frontiera tra Marocco e Spagna, trasformando un’enclave di appena 85 mila abitanti nell’epicentro della più grave crisi migratoria degli ultimi anni. In pochi giorni, quasi tutti sono tornati indietro. Ma le decine di morti in mare, i migliaia di minori dispersi e la sensazione di impotenza delle istituzioni europee restano lì, come un monito.

La rapidità con cui la crisi si è apparentemente dissolta rischia infatti di far dimenticare la domanda fondamentale: com’è stato possibile che circa 60 mila persone raggiungessero contemporaneamente una delle frontiere più controllate d’Europa? La risposta va ben oltre la cronaca e riguarda il modo in cui l’Unione europea ha scelto di gestire le migrazioni negli ultimi anni.

La leva migratoria come arma geopolitica

L’ipotesi sostenuta dal governo spagnolo attribuisce l’esplosione della crisi a una combinazione di fattori: una recente sentenza della Corte Suprema che ha limitato i respingimenti immediati, la diffusione di informazioni sui social network, controlli meno rigidi in Marocco durante una festività nazionale e l’azione di reti criminali.

Una ricostruzione che però convince pochi osservatori.

È difficile immaginare che decine di migliaia di persone possano concentrarsi in poche ore davanti a una frontiera tanto sensibile senza che le autorità marocchine ne siano consapevoli. Per molti analisti, Rabat avrebbe deliberatamente allentato i controlli, trasformando i migranti in uno strumento di pressione politica verso Madrid.

I rapporti tra Spagna e Marocco si erano infatti raffreddati nelle settimane precedenti, soprattutto sul delicatissimo dossier del Sahara Occidentale. La visita del premier Pedro Sánchez in Algeria e alcune iniziative parlamentari spagnole considerate ostili da Rabat avrebbero rappresentato il casus belli. Non sarebbe nemmeno la prima volta: già nel 2021 il Marocco aveva favorito un improvviso afflusso di migranti a Ceuta per esercitare pressione diplomatica sulla Spagna.

Se questa lettura fosse confermata, il dato politico sarebbe evidente: i flussi migratori sono ormai parte integrante degli strumenti di pressione internazionale, al pari dell’energia, delle materie prime o delle rotte commerciali.

L’Europa non può continuare a rincorrere le emergenze

La vicenda di Ceuta dimostra ancora una volta quanto l’Europa continui ad affrontare l’immigrazione esclusivamente come una sequenza di emergenze nazionali. Prima è stato il Mediterraneo centrale, poi la rotta balcanica, oggi le enclavi spagnole in Nord Africa. Cambia il luogo, ma non cambia l’approccio.

Il cardinale Matteo Zuppi ha colto il punto con una frase tanto semplice quanto efficace: «L’immigrazione è un tema europeo. Se qualcuno rimane con il cerino in mano, ci bruciamo tutti». È una constatazione prima ancora che un auspicio.

La sospensione temporanea di Schengen da parte dell’Italia, i controlli straordinari negli aeroporti e nei porti, la convocazione urgente dei ministri dell’Interno europei sono tutte misure che intervengono quando la crisi è già esplosa. Manca invece una strategia condivisa capace di prevenire situazioni come quella di Ceuta, rafforzando al tempo stesso la cooperazione con i Paesi di origine e di transito e garantendo vie legali e sicure per chi ha diritto alla protezione.

Le immagini dei migliaia di oggetti abbandonati sulla spiaggia raccontano molto più di una crisi di frontiera. Raccontano persone che, nel giro di ventiquattro ore, hanno visto svanire la speranza di entrare in Europa e sono state costrette a tornare indietro, spesso senza aver ricevuto nemmeno assistenza di base.

Dietro le analisi geopolitiche e gli scontri diplomatici restano infatti almeno 84 vittime, migliaia di minori e decine di migliaia di esseri umani che qualcuno ha probabilmente utilizzato come pedine di una partita tra Stati.

È questa la lezione più amara di Ceuta: quando l’immigrazione diventa uno strumento di pressione politica, a perdere sono sempre le persone più vulnerabili. E ogni volta che l’Europa risponde soltanto all’emergenza, senza una visione comune, conferma di essere ancora impreparata davanti a una delle grandi sfide del nostro tempo.

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