Presentato alla Consulta, alla presenza di Sergio Mattarella, “L’Europa in trasformazione. Tra geopolitica e democrazia”, l’ultimo saggio del giudice costituzionale in cui legge la crisi dell’ordine internazionale e prova a immaginare quale Europa possa nascere dal nuovo disordine mondiale.

Un’anticipazione del volume è ospitata nell’ultimo numero della Rivista LA NUOVA EUROPA

 

Per molto tempo l’Europa ha potuto permettersi di pensare che il mondo intorno a lei sarebbe rimasto sostanzialmente quello costruito dopo la Seconda guerra mondiale: un sistema fondato sulle regole, sul diritto internazionale, sul multilateralismo e sull’apertura dei mercati, dentro un equilibrio nel quale gli Stati Uniti rappresentavano il principale garante dell’ordine occidentale.

Quel mondo oggi non c’è più, o almeno non c’è più nella forma che abbiamo conosciuto.

È da questa consapevolezza che prende le mosse L’Europa in trasformazione. Tra geopolitica e democrazia (Mondadori), il nuovo saggio di Giovanni Pitruzzella, giudice della Corte costituzionale. Un libro presentato il 9 ottobre, al Palazzo della Consulta, a Roma, alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Ad aprire l’incontro è stato il presidente della Corte costituzionale Gaetano Amoroso. Interventi anche da parte di Giuliano Amato, presidente emerito della Consulta, Romano Frendo, giudice della Corte di giustizia dell’Unione europea, Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo della Commissione europea per la Coesione e le riforme, Alfredo Mantovano, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Francesco Boccia, senatore, e Raffaella Pezzuto, giudice del Tribunale dell’Unione europea.

Il mondo è cambiato, l’Europa deve accorgersene

La guerra in Ucraina, il ritorno della Russia come potenza aggressiva, la competizione sempre più aspra tra Stati Uniti e Cina, l’amministrazione Trump, la rivoluzione dell’intelligenza artificiale, la dipendenza energetica e la crescente trasformazione dell’economia in uno strumento di pressione geopolitica raccontano, per Pitruzzella, una sola grande trasformazione.

La forza torna a prevalere sulle regole. Tornano le sfere di influenza e le ambizioni imperiali. E l’economia, che sembrava destinata a essere sempre più separata dalla geopolitica, ne è diventata uno dei principali terreni di confronto.

È proprio qui che l’Europa si trova davanti al suo dilemma più difficile. L’Unione è stata costruita sull’idea opposta: mettere il diritto al posto della forza, trasformare la competizione tra Stati in cooperazione, affidare all’integrazione economica una parte della costruzione della pace.

Ma cosa accade quando il mondo attorno all’Europa torna a ragionare soprattutto in termini di potenza?

Un’Europa diversa

La risposta, secondo Pitruzzella, non può essere quella di difendere semplicemente l’Europa che esiste. L’Unione è già cambiata, quasi senza accorgersene.

Parla di sicurezza e difesa, di autonomia tecnologica, di industria, di energia, di filiere strategiche. Si confronta con la necessità di proteggere il proprio mercato e, contemporaneamente, di restare aperta al commercio internazionale. È diventata un attore geopolitico proprio perché il nuovo scenario la costringe a esserlo.

Il passaggio decisivo consiste allora nel capire quale debba essere il confine tra ciò che conviene fare insieme e ciò che invece deve restare nelle mani degli Stati.

La formula proposta da Pitruzzella è semplice: «più Europa in certi campi, ma anche meno Europa in altri». Più integrazione dove un singolo Paese non può essere efficace da solo, dalla difesa alla politica estera, dalle grandi strategie industriali alle migrazioni. Più autonomia nazionale dove l’intervento europeo non è necessario.

Non un’Europa necessariamente più centralizzata, dunque, ma un’Europa più capace di scegliere.

Oltre lo scontro tra sovranisti e federalisti

È anche un modo per uscire dalla contrapposizione, ormai consueta, tra sovranisti e federalisti. Perché secondo Pitruzzella il rischio maggiore è un altro: un’Europa incapace di decidere.

Una «democrazia dell’impotenza», nella quale le istituzioni non riescono a dare risposte ai cittadini, finirebbe per alimentare proprio quelle forze nazionaliste che vogliono ridimensionare il progetto europeo o trasformarlo dall’interno.

Per questo il problema dell’Europa è anche un problema di legittimazione. Le sue istituzioni devono tornare a essere percepite non soltanto come produttrici di regole, ma come strumenti attraverso i quali i cittadini possono affrontare problemi che nessuno Stato, da solo, riesce più a governare.

Il confine tra politica e diritto

Il tema diventa particolarmente evidente quando si arriva alle migrazioni. I governi chiedono maggiore libertà di intervento e maggiore capacità di controllo; dall’altra parte restano i vincoli del diritto europeo e la tutela dei diritti fondamentali.

Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo rappresenta, nell’interpretazione di Pitruzzella, il tentativo della politica di riprendere uno spazio decisionale più ampio. Ma nessuna scelta politica può prescindere dal rispetto della dignità umana, dell’uguaglianza, della solidarietà, della non discriminazione e del diritto d’asilo.

È qui che entra in gioco il ruolo dei giudici. La politica, legittimata dal voto, deve assumersi la responsabilità delle decisioni. La magistratura deve però continuare a garantire che quelle decisioni rimangano dentro il perimetro del diritto.

Non è una contraddizione da eliminare, ma un equilibrio da preservare.

La nuova Europa

Il libro di Pitruzzella racconta in fondo proprio questo passaggio: l’Europa che conoscevamo è figlia di un mondo che non esiste più, ma i suoi principi non sono necessariamente destinati a scomparire con quel mondo.

La sfida consiste nel portarli dentro una realtà nuova, nella quale sicurezza, tecnologia, energia, industria e geopolitica sono tornate al centro della politica.

L’Europa dovrà imparare a essere più forte senza diventare ciò contro cui è stata costruita. Dovrà difendere i propri interessi senza rinunciare al diritto. Dovrà recuperare capacità di decisione senza smarrire la democrazia.

È forse questa la domanda più importante che attraversa il saggio: se il mondo sta cambiando così rapidamente, può l’Europa permettersi di restare la stessa?

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