L’ex commissario europeo Thierry Breton legge la crisi di Ceuta come un possibile esempio di guerra ibrida: pressione migratoria, disinformazione e algoritmi. E chiede a Bruxelles di usare il Digital Services Act anche come strumento di sicurezza.

 

«Ceuta non è una crisi migratoria. È un’operazione». Thierry Breton, ex commissario europeo al Mercato interno e tra gli artefici del Digital Services Act (Dsa), propone una lettura diversa dell’assalto all’exclave spagnola. Dietro la pressione sulla frontiera, sostiene, potrebbe esserci una dimensione digitale: informazioni false, social network e sistemi algoritmici capaci di amplificare rapidamente messaggi e mobilitazioni.

«Dal Sud o dall’Est, dai Balcani o dalla Scandinavia, il prossimo attacco ibrido utilizzerà un algoritmo. Non abbiamo tre anni ma tre mesi per essere pronti», ha scritto Breton su X. È una tesi che l’ex commissario ha sviluppato anche in interventi recenti su Le Grand Continent, Le Soir e La Stampa: le prossime crisi alle frontiere europee potrebbero essere preparate non soltanto sul terreno, ma anche nello spazio digitale.

La questione non è quindi soltanto se un contenuto sia vero o falso. È capire chi lo produce, come si diffonde e quale ruolo abbiano gli algoritmi nel trasformare un messaggio in una mobilitazione di massa.

Ceuta come caso europeo

Durante la crisi di Ceuta, osserva Breton, sui social sono circolati contenuti che descrivevano la frontiera come aperta o facilmente attraversabile. Una mobilitazione di decine di migliaia di persone in un arco di tempo così breve, sostiene, non dovrebbe essere analizzata senza interrogarsi anche sull’origine e sulla diffusione di queste informazioni.

Da qui la richiesta di un’indagine urgente nell’ambito del Dsa. Non soltanto per individuare eventuali contenuti falsi, ma per ricostruire l’intera catena di propagazione: dagli autori originari agli account che hanno rilanciato i messaggi, fino ai sistemi di raccomandazione che possono averne moltiplicato la visibilità.

Per farlo servirebbe anche un maggiore accesso ai dati delle piattaforme. Ricercatori accreditati, secondo Breton, dovrebbero poter analizzare la velocità di diffusione dei contenuti, le dinamiche di raccomandazione e l’eventuale coordinamento tra account.

È una prospettiva che amplia il campo di applicazione del Digital Services Act. La normativa europea nasce per affrontare i rischi sistemici delle grandi piattaforme, dalla disinformazione alla manipolazione dei servizi digitali. Breton chiede di considerare quegli stessi strumenti anche quando la conseguenza potenziale riguarda la sicurezza di una frontiera esterna dell’Unione.

Un precedente, almeno sul piano degli strumenti, esiste. Nel dicembre 2024 la Commissione europea aveva chiesto a TikTok di conservare dati relativi alle elezioni rumene, nel quadro dei timori per una possibile campagna di disinformazione. A Ceuta, però, la questione sarebbe diversa: non la protezione di un processo elettorale, ma la gestione di una crisi alla frontiera dell’Unione.

Una nuova dimensione della sicurezza

La proposta di Breton porta così il dibattito verso una possibile nuova dottrina europea delle frontiere. Se un flusso migratorio può essere accelerato o strumentalizzato attraverso una campagna digitale, la risposta non può essere affidata soltanto alle forze di frontiera. Deve coinvolgere anche le piattaforme e le autorità che regolano l’ambiente digitale.

La frontiera, in questa prospettiva, non è più soltanto il luogo fisico in cui si controllano gli ingressi nell’Unione. È anche uno spazio informativo nel quale una crisi può essere preparata, orientata e amplificata.

Il Dsa potrebbe quindi diventare, oltre che una legge sulle Big Tech, uno degli strumenti della politica europea contro le minacce ibride. Per farlo, Bruxelles dovrebbe disporre di procedure comuni per identificare le campagne coordinate, ottenere rapidamente i dati necessari, valutare il ruolo degli algoritmi e coordinare la risposta tra Commissione, governi nazionali e piattaforme.

La questione riguarda direttamente anche Schengen. «Schengen non può essere smantellato con un semplice post sui social», sostiene Breton. Ma il punto, nella sua analisi, non è il singolo post. È la possibilità che migliaia di post, video e raccomandazioni algoritmiche producano in poche ore un effetto concreto su una frontiera europea.

La frontiera nel feed

È questa la sfida che Breton propone a Bruxelles: prepararsi a una categoria di crisi nella quale la mobilitazione fisica è preceduta da quella digitale.

La domanda europea, dunque, non riguarda soltanto come proteggere una frontiera da chi arriva via mare o via terra. Riguarda anche come riconoscere e contenere una pressione che può iniziare molto prima, dentro gli smartphone e le piattaforme utilizzate ogni giorno da milioni di persone.

La frontiera europea, in altre parole, non finisce più al confine. Comincia anche nel feed. E il prossimo attacco ibrido, avverte Breton, potrebbe non partire da una barca. Potrebbe partire da un algoritmo.

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