Questa intervista di Eva Giovannini a Emmanuel Carrère è stata pubblicata sulla Rivista LA NUOVA EUROPA
Emmanuel Carrère è sbarcato a Rimini con il suo ultimo libro — Kolkhoz (Adelphi, traduzione di Francesco Bergamasco) — e con una notizia: da tre mesi vive a Roma, e non ha intenzione di andare via presto. L’intervista si è svolta davanti a un pubblico foltissimo, la “Woodstok riminese” l’ha definita l’autore. Il libro ripercorre, in trentuno capitoli, cento anni e quattro generazioni, la storia della sua famiglia. Il fulcro è la madre, Hélène Carrère d’Encausse — storica, segretaria perpetua dell’Académie Française, morta il 5 agosto 2023 a novantaquattro anni — ma il vero protagonista, quello che emerge lentamente dall’ombra, è il padre
Sua madre ha ricevuto un omaggio nazionale agli Invalides: Macron ne ha pronunciato l’elogio funebre. Nel libro lei racconta quei momenti con uno sguardo quasi divertito. Sarebbe stata soddisfatta, secondo lei, di quell’ultimo, solenne, saluto?
“Il discorso di Macron era ottimo, il suo ghostwriter ha lavorato bene, devo riconoscerlo. E sì, mia madre sarebbe stata contenta. Anzi, si sarebbe offesa se non ci fosse stato quell’omaggio pubblico. Era arrivata in Francia come una bambina povera e apolide, con il cognome Zurabichvili — un nome georgiano che nel 1935 sconcertava chi lo leggeva. Ha passato la vita a desiderare l’integrazione nella società francese, e l’ha ottenuta nel modo più spettacolare possibile. Quell’omaggio era il coronamento di tutto. Se lo aspettava, non avrebbe accettato qualcosa in meno”.
Nel libro emerge con forza l’umorismo, forse involontario, di sua madre, che aveva un approccio alla vita in verità rigidissimo.
“Appunto, mia madre non aveva nessun senso dell’umorismo — zero assoluto. Eppure era esilarante, involontariamente. Poteva programmare una settimana prima di declinare una cena sgradita dicendo, serissima:«Non sarà possibile, tuo padre quella sera avrà l’influenza». Oppure, quando una figlia si lamentava di un malanno, rispondeva: «Nella nostra famiglia non siamo mai ammalati». Per lei era sbagliato anche sudare, “un uomo perbene non suda”, diceva. Il fatto è che poi ha finito per ammalarsi e anche per morire non sposta il suo punto di vista: ammalarsi era disdicevole. E anche morire, diciamo, era contrario ai suoi principi”.
La foto del matrimonio dei suoi genitori, Luis e Hélène, è una delle immagini centrali del libro. Quel giorno sua madre «sposa la Francia» e suo padre «accetta un segreto». Quale segreto?
“Mio nonno materno, il padre di mia madre, era un emigrante georgiano travolto dalla Rivoluzione russa. Era brillante, intelligente, colto — ma fondamentalmente infelice, e non riuscì mai a integrarsi. Durante l’Occupazione parlava tedesco, aveva studiato filosofia in Germania, e lavorò come interprete per i tedeschi. Alla Liberazione, a Bordeaux, lo prelevarono degli sconosciuti e non lo rivide più nessuno. Era stato giustiziato nel caos dell’epurazione. Mia madre aveva sedici anni. Perdere un padre è già duro. Ma una sparizione è un’altra cosa: non c’è morte certa, non c’è sepoltura, non c’è lutto possibile. Mi diceva che fino alla fine della sua vita sognava ancora il ritorno di suo padre. E poi c’era la vergogna: suo padre era dalla parte sbagliata della storia. Non si poteva dire la verità su di lui. Mia madre è cresciuta con quel segreto. E mio padre — questo è il patto — lo ha accettato del tutto. Faceva parte dell’amore che provava per lei”.
Lei ha rivelato quel segreto nel suo libro Un romanzo Russo, contro la volontà di sua madre. C’è voluto molto tempo prima che vi perdonaste, reciprocamente.
“È stato un conflitto gravissimo. Per lei era una spada di Damocle sospesa sulla testa da tutta la vita. Quando ha capito che proprio io stavo per tagliare il filo, ha fatto di tutto per fermarmi. Non ci è riuscita. Ma dopo l’uscita del libro si è accorta che in realtà non era successo niente: nessuno le aveva voltato le spalle. Non lo ha mai voluto ammettere apertamente. Ma un giorno — stavamo passando da una stanza all’altra per andare in sala da pranzo — mi ha detto, en passant: «A proposito, penso che tu avessi ragione a scrivere quel libro». E non è mai più tornata sull’argomento. A modo suo, mi aveva perdonato”.
In Kolkhoz, ricostruendo la storia della sua famiglia, rappresenta subito un’asimmetria, i cinque faldoni genealogici preparati da suo padre: solo uno dedicato alla famiglia Carrère, quattro a quella di sua madre. Specchio di un’asimmetria amorosa?
“In parte quello di mio padre era snobismo — uno snobismo che trovo simpatico, persino commovente. La famiglia di mia madre aveva origini aristocratiche, proveniva da diversi paesi europei, era rimasta travolta dalla grande storia, dalla rivoluzione russa. Vite spezzate in due. Quella di mio padre rappresentava la provincia francese tranquilla: gente che ha vissuto e basta, che durante l’Occupazione non era né resistente né collaborazionista. Ma la ragione vera di quella sproporzione è un’altra: mio padre amava mia madre molto più di quanto non amasse se stesso. E la cosa che più mi ha stupito, scrivendo questo libro, è essere riuscito piano piano a dargli il suo posto nella storia. Mia madre era un personaggio ingombrante, di portata storica. Lui viveva nella sua ombra. Sono contento di avergli restituito un po’ di luce”.
Il libro si apre con il grande omaggio nazionale agli Invalides e si chiude su un uomo solo che cammina in una foresta sui Pirenei e sbuca in una radura inondata di sole. “Lo lascio lì”: una scelta che vendica anche la sua vita, in qualche modo…
“Me ne sono reso conto dopo aver finito di scrivere il libro. Anche perché quella solitudine non è triste: è luminosa, segreta — come tutta la sua vita è stata segreta. C’è un verso di W.H. Auden che cito, o meglio parafraso: «Se l’amore deve essere ineguale, preferisco essere quello che ha amato». Io non credo di essere capace di una cosa simile. Ma mio padre lo era. Per me è lui il personaggio più grande del libro”.
Anche lei parla di perdono. C’è una frase di Oscar Wilde nel libro: i figli prima amano i genitori, poi li giudicano, alla fine — con un po’ di fortuna — li perdonano. Vale anche al contrario?
“Sì. E nel mio caso specifico ho l’impressione di essere stato perdonato”.
Un romanzo russo era un libro duro, ruvido. Questo è luminoso, quasi allegro in certi passaggi. Da dove ha attinto tutta questa dolcezza? In quale “faldone” l’ha trovata?
“Il punto di partenza è la morte di mia madre — e mia madre ha avuto una morte ammirevole. È morta circondata dai suoi figli, in modo stoico, maestoso. Ho avuto l’impressione che quella morte coronasse una vita intera, che in quel passaggio i difetti si cancellassero e restasse solo il meglio di lei. Il libro è illuminato da due luci: quella della morte, e quella dell’infanzia — perché scrivere di lei mi ha riportato alla mia infanzia, che è stata felice. Ecco da dove viene la dolcezza. È un libro di lutto, sì, ma un lutto dolce. Mentre lo scrivevo, spesso mi sono divertito. E aver finito di scriverlo mi ha lasciato più solo”.
Lei ha iniziato come critico cinematografico, scriveva in riviste come Télérama e Positif. Una volta, su Positif ha scritto che “ogni inquadratura è un «olocausto»”, perché stermina tutte le altre possibilità di sguardo. Vale anche per la letteratura?
“Non ricordo di aver scritto quella frase, e non sono del tutto sicuro di capirla fino in fondo! Ma le rispondo con un esempio. Ho adattato come regista il mio romanzo La moustache. Quel libro funziona perché il lettore ha accesso solo alla percezione del protagonista: non può interpretare quello che accade in nessun altro modo. Nel film è più difficile, perché l’immagine oggettiva tutto. Se il protagonista ha i baffi, i baffi si vedono. La letteratura è più malleabile. E forse per questo mi sento più a mio agio nella letteratura che nel cinema”.
Oriana Fallaci, nel suo libro postumo dedicato alla storia della sua famiglia Un cappello pieno di ciliege, scrisse che tutti quei “nonni e bisnonni diventarono i miei figli, perché stavolta ero io a partorire loro”. Sente anche lei questa inversione?
“Sì, assolutamente. È una frase bellissima, e mi ci riconosco del tutto”.
Vive a Roma da tre mesi. Sarà anche questo materiale per la sua scrittura?
“Non lo so ancora. Ma a Roma vorrei fermarmi ancora parecchi mesi, e Roma sì, aiuta a trovare l’ispirazione, in qualche modo”.
Intervista raccolta a Rimini nell’ambito del festival letterario BIGLIETTI AGLI AMICI, il 23 giugno 2026. Traduzione simultanea di Sonia Folin. Il libro di Emmanuel Carrère è pubblicato in Italia da Adelphi, con traduzione di Francesco Bergamasco.
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