“La libera circolazione è un bene prezioso, ma dovrebbe essere una scelta, non una necessità”. Con questa frase Enrico Letta sintetizzava, nel suo Rapporto sul futuro del Mercato unico del 2024, uno dei grandi problemi alla base della famiglia europea: le opportunità non sono uguali per tutti dappertutto. E per trovare migliori condizioni spesso un cittadino europeo è costretto a lasciare la propria casa e il proprio Paese. A farlo, il più delle volte, è chi quelle opportunità ancora deve costruirsele e non vuole rischiare di perderle: i giovani.

 

I numeri dell’esodo

Tra il 2011 e il 2024 l’Italia ha perso, al netto di chi è tornato, 441mila giovani. Non partenze temporanee o brevi esperienze all’estero, ma addii per sempre, senza tornare indietro. Nel decennio 2013-2022, su oltre un milione di espatriati, 352mila avevano tra 25 e 34 anni. Un’emorragia dolorosa, che priva il Paese della parte più preziosa della propria forza lavoro: quasi il 40% di chi parte è laureato. Capitale umano che il Paese ha formato e che va a produrre valore altrove.

Chi parte lo fa quasi sempre per ragioni economiche. Un neolaureato italiano che si affaccia oggi al mondo del lavoro può aspettarsi, in media, di iniziare con uno stipendio lordo di 25mila euro all’anno. In Spagna il corrispettivo è di 28mila euro, in Francia 32mila, in Germania 35mila. Una coppia italiana senza figli con doppio reddito medio dispone di circa 50.700 euro a parità di potere d’acquisto, contro quasi 58mila in Francia e quasi 73mila in Germania. Mentre i redditi reali tedeschi sono cresciuti del 24,3% nell’ultimo decennio, l’Italia arranca su un incremento molto più modesto, eroso dall’inflazione. E se è vero che la disoccupazione in Italia cala (la percentuale di NEET, giovani tra i 19 e i 29 anni che non studiano e non lavorano, è scesa dal 25,7% del 2015 al 13,3% del 2025), il miglioramento occupazionale non si è tradotto in miglioramento salariale. Si lavora di più, ma non si guadagna meglio. Anche nelle occupazioni a maggior reddito, dove l’offerta lavorativa è costituita in buona parte da grandi aziende multinazionali, la differenza tra chi lavora in Italia e chi altrove in Europa è spesso abissale: orari di lavoro più lunghi, carichi di lavoro maggiori e remunerazione e opportunità di carriera più povere.

 

È un paese per vecchi

Al di là dei numeri, nei giovani italiani sembra anche mancare, sempre più, una visione ottimistica del futuro, la fiducia nei propri mezzi e nella capacità del sistema paese di premiarli. In questo non si può dire che l’Italia sia, in Europa, un caso isolato. Il vecchio continente è vecchio anche nel lavoro, un po’ ovunque. Mentre negli Stati Uniti non è raro vedere grandi aziende guidate da trentenni (va detto, in gran parte brillanti menti provenienti dall’estero) e il dinamico ecosistema regolatorio e finanziario favorisce la nascita e la crescita delle start-up, in Europa medi e grandi gruppi sono molto più restii ad affidarsi ai giovani in ruoli apicali. Eccezion fatta, ovviamente, per le aziende di famiglia. Un fenomeno, questo, in cui l’Italia è imbattibile. Le dinastie sono sempre state un tratto distintivo della nostra industria ma oggi, dopo aver attraversato la rivoluzione informatica, quella digitale, e mentre entriamo nell’era dell’Intelligenza Artificiale, le grandi famiglie sono rimaste pressoché le stesse di cinquant’anni o un secolo fa. Decisamente troppo. Le sfide tecnologie non vengono raccolte, l’industria resta quella di un tempo e i cognomi rimangono i soliti. Difficile, per i nuovi, farsi strada.

 

Le politiche fiscali non bastano

Inevitabilmente, le soluzioni vanno trovate a livello nazionale. Le politiche di rientro adottate finora in Italia agiscono quasi tutte sul lato dell’offerta: cercano cioè di convincere il singolo giovane a restare o a tornare, con uno sconto sulle tasse o un bonus una tantum. Il problema, però, sembra collocarsi altrove: mancano, in intere aree del Paese, i posti di lavoro qualificati da occupare. Non a caso gli sgravi per gli impatriati finiscono per premiare soprattutto chi si trasferisce in Lombardia, nel Lazio o comunque in territori dove un tessuto produttivo capace di assorbire competenze già esiste, mentre nel Mezzogiorno, dove quel tessuto è più debole, lo stesso incentivo produce effetti molto più limitati. Si può davvero trattenere un ingegnere offrendogli un taglio fiscale, se in quella provincia non c’è un’azienda che possa assumerlo alle condizioni che troverebbe nei Paesi del Nord Europa?

Il fronte d’azione più immediato resta quello salariale e fiscale: velocizzare il rinnovo dei contratti collettivi, molti dei quali restano scaduti per anni, riaprire il dibattito su un salario minimo legale (indicato dall’OCSE come strumento più reattivo della sola contrattazione nelle fasi di inflazione elevata) e alleggerire il cuneo fiscale (tra i più pesanti d’Europa). Ma oltre a questo, più difficile, più complessa e più ambiziosa, serve una vera politica industriale. Che generi domanda di lavoro qualificato dove oggi non c’è, attragga investimenti produttivi, sostenga gli ecosistemi dell’innovazione che già stanno crescendo e ne estenda il modello a territori che ne sono rimasti esclusi (tra tutti, il Mezzogiorno).

Il rischio, altrimenti, è di perdere ulteriore terreno nei confronti dei nostri cugini europei. E allora la libera mobilità nell’Unione, diritto da rivendicare e difendere con forza, diventerà per i giovani italiani sempre più una via di fuga. Non più una scelta tra due strade ugualmente percorribili, ma l’unica via verso un percorso professionale giusto e dignitoso.

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