Su gentile concessione dell’autore, Mauro Ceruti, ecco il suo intervento agli Incontri internazionali per la Pace di Assisi
Oggi si è affermato un paradigma tecnocratico secondo il quale ogni problema dovrà e potrà essere risolto con una soluzione tecnica. È quello che è stato definito “soluzionismo” tecnocratico.
Certo, le tecnologie non cessano di far apparire il dato (la materia, il vivente, l’uomo) come trasformabile. E certo le tecnologie non cessano di estendere il ventaglio delle possibilità e delle innovazioni.
Ma il passaggio alla fase di realizzazione sembra affidato e arbitrato solamente dalle regole di funzionamento dei mercati finanziari: infatti, non si dispone in tempo di adeguati strumenti regolativi, giuridici, etici, epistemologici, o di filtri istituzionali. E questi ultimi, d’altra parte, non potrebbero essere solo locali o nazionali, considerato il raggio d’azione mondiale della produzione e della diffusione delle tecnologie.
Inoltre, quanto più le tecnologie sono precise nelle loro messe a punto, tanto più cresce l’incertezza sull’avvenire del mondo. E poi, quanto più le tecnologie sono precise nelle loro messe a punto, tanto più cresce l’inquietudine per la loro eccezionale capacità trasformativa, perché questa capacità trasformativa procede nell’ignoranza delle proprie implicazioni ecosistemiche e antropologiche, suscitando la percezione di un progresso “cieco”.
Mi vien da dire: l’impotenza della tecnologia cresce proporzionalmente alla sua potenza, perché la tecnologia non può calcolare e controllare le conseguenze e gli effetti dei suoi progressi.  Le crisi globali hanno confermato la fragilità dell’uomo in relazione all’aumento della sua potenza industriale e tecnologica. Le crisi globali hanno confermato la fragilità dell’uomo in relazione alle incertezze connesse all’accelerazione dei processi della nostra era planetaria, processi che sono complessi e aleatori.
Insomma, potremmo dire che le crisi planetarie che stanno investendo il mondo globalizzato hanno cominciato a favorire la coscienza della impossibilità della “tecnocrazia”.
Non si tratta di limitare l’espansione libera del sapere e della ricerca tecnologica. Si tratta piuttosto di sviluppare la coscienza del fatto che questa espansione contiene in se stessa rischi potenziali che non possono essere definiti in anticipo.  E si tratta di promuovere contesti di riflessione e di deliberazione i più larghi possibili, a cui partecipino i cittadini nell’ottica di una inedita democrazia cognitiva.
La necessità di democratizzare il sapere si impone anche per fugare lo spettro di un uomo semplificato: l’uomo che accetta, senza riflettere, il “fascino” delle tecnologie, che attribuisce loro un sapere assoluto, e che attribuisce loro una potenza indipendente dalla sua volontà; l’uomo deresponsabilizzato dalla delega alle macchine “intelligenti” o ai componenti tecnici dentro il proprio corpo che ne migliorino le performance. È questo un uomo sempre meno capace di tollerare l’incertezza, di abitare la complessità e di assumere la responsabilità di un avvenire non prevedibile in un mondo complesso.
Indubbiamente, oggi le tecnologie esercitano una considerevole fascinazione.
Questa fascinazione porta fra l’altro a inseguire un duplice sogno.
Il sogno di avere a disposizione macchine sempre più intelligenti (dal tablet al robot), con la speranza che ci rendano più facile e più semplice la vita.
E poi il sogno “postumano” dell’uomo aumentato, del cyborg, in cui la nostra specie diviene per la prima volta “oggetto” della tecnologia.
In entrambi i casi, è implicita una semplificazione dell’immagine dell’identità umana.
Nel primo caso, si finisce per immaginare l’uomo attraverso i comportamenti essenziali riproducibili dal robot o dal computer.
Nel secondo caso, si finisce per ridurre l’essere umano al bios: il mero superamento dei confini biologici si sostituisce al progetto di soggettivazione, che già invece nel mondo antico era esordito come “cura di sé”, e si era poi sviluppato nel progetto di un soggetto alla ricerca della propria autenticità e del riconoscimento degli altri.
Il rischio ancora una volta è quello di “semplificare” lo sguardo su noi stessi, di abiurare la nostra complessità, cioè l’irriducibile intreccio di dimensioni di cui siamo costituiti. Così come nell’età moderna si è ritenuta affidabile e veramente umana solo la dimensione razionale intesa restrittivamente come calcolo.
Riconoscere la complessità del rapporto umano-naturale-artificiale, la complessità dei circuiti di co-determinazione uomo-macchina, mente-corpo-tecnologia, può essere la crisalide di un nuovo modo di ideare, progettare e utilizzare le tecnologie (comprese quelle emergenti e convergenti) non più in una prospettiva epistemologica dualista, centrata sulla nozione di un soggetto umano separato e dominante rispetto ad uno sfondo inanimato da sfruttare.
Se si vuole passare da un antropocentrismo “deviato”, violento, predatorio, e oggi potenzialmente autodistruttivo, a un antropocentrismo della responsabilità e della “cura di sé”, si tratta di comprendere che, in quanto parti della natura, creiamo nella natura equilibri e squilibri; e si tratta di comprendere che ci spetta di assicurare il buon funzionamento di una biosfera complessa, come parti della quale soltanto possiamo continuare la nostra avventura.
È questo l’orizzonte di un umanesimo planetario, un umanesimo a cui spetta di valorizzare la scienza che, con coscienza, potrà consentire innanzitutto di preservare dall’autodistruzione e di fare evolvere in modo creativo e integrale la specie umana.
È nell’orizzonte di questo umanesimo che si inscrivono la possibilità e la necessità di fare la pace fra i popoli per fare la pace con la Terra, e di fare la pace con la Terra per fare la pace fra i popoli. Questo umanesimo planetario è l’orizzonte francescano e globale di “Assisi”.

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