Questo articolo è la sintesi di un contributo di Cristina Gambaro pubblicato sull’ultimo numero della Rivista LA NUOVA EUROPA

 

Laboratorio architettonico vivente, la Sagrada Familia è l’opera visionaria di Antoni Gaudì e lo scorso 10 giugno, nel giorno esatto del centenario della morte, è stata inaugurata la Torre de Jesucrist con i suoi 172,5 metri, cuore verticale della basilica.

Sono passati 144 anni da quando Associació espiritual de devots de Sant Josep decise di costruire un tempio dedicato alla Sacra Famiglia. Il primo architetto, Francisco de Paula del Villar, immaginò una chiesa neogotica ma dopo pochi mesi al suo posto fu chiamato il giovane Antoni Gaudí i Cornet, allora trentunenne, che cambiò radicalmente prospettiva, concependo una basilica come una Bibbia di pietra, dove ogni dettaglio ha un significato spirituale. Alla Sagrada Familia Gaudí dedicò buona parte della sua vita, un impegno totale negli ultimi anni, quando viveva addirittura in cantiere, sperimentando, studiando nuove soluzioni architettoniche come le colonne arborescenti o elicoidali, nel laboratorio ai piedi delle impalcature. Alla sua morte improvvisa nel 1926, dopo essere stato investito da un tram, solo una piccola parte della chiesa era stata completata. Poi arrivò la guerra civile, molti disegni e appunti furono distrutti e solo grazie a un lunghissimo e certosino lavoro di recupero si è potuto ricostruire il progetto originale. 

Nato a Reus, vicino a Tarragona, Gaudí ha lasciato però la sua impronta a Barcellona dove tutti i suoi edifici sono stati dichiarati dall’Unesco patrimonio dell’umanità e dallo stato spagnolo Patrimonio storico nazionale. Uno dei suoi primi progetti, a 26 anni, fu il design dei lampioni a sei globi che ancora oggi illuminano Placa Real. In quel periodo, ebbe la fortuna di incontrare Eusebio Güell i Bacigalupi, industriale e banchiere, colto e liberale che diventò suo amico e mecenate. Per lui progettò i padiglioni della Finca Güell e Palau Güell, a due passi dalle Ramblas, in cui si trovano già tutti i caratteri delle sue opere future.

Il palazzo modernista non è una semplice residenza privata, ma una vetrina sociale, un luogo che possa raccontare la magnificenza del suo proprietario. Un’architettura onirica che si ritrova a Park Güell, in pratica una lottizzazione fallita ma una delle sue creazioni più fantasmagoriche. L’idea infatti era quella di creare una città-giardino sulle alture, ispirata ai modelli inglesi. I lavori iniziarono ma il progetto non ebbe successo, tanto che furono realizzate solo due delle sessanta case previste. Così nel 1926, alla morte di Gaudí, il parco fu aperto al pubblico e divenne un luogo unico dove la natura si fonde con l’arte e l’architettura: dalla scalinata con la grande salamandra colorata alla sala ipostila, con 86 colonne doriche e soffitti decorati con mosaici. Gli stessi che si ritrovano nella terrazza con le panchine ondulate, esplosione di colori, da cui si gode una bella vista sulla città. La tecnica è quella del trencadís, un rivestimento composto da frammenti irregolari di ceramica, piastrelle, porcellana, vetro o marmo: perfetta perché aderisce alle superfici curve, riflette la luce e trasforma materiali poveri in una superficie preziosa. 

 

 

© Riproduzione riservata