Questo articolo è la sintesi di un contributo di Elisabetta Stefanelli pubblicato sull’ultimo numero della Rivista LA NUOVA EUROPA

 

Seduti nell’ultimo vagone di seconda classe di un treno che li avrebbe portati fino a Stoccolma, il 5 dicembre del 1927 Grazia Deledda e il marito Palmiro Madesani, meno emozionati di quanto ci si potesse aspettare, partirono dalla Stazione Termini per il loro primo viaggio europeo salutati da un gruppetto di lettori fedeli. La scrittrice sarda aveva 56 anni e da tanto tempo viveva a Roma, quella capitale che era nei suoi sogni di bambina nuorese e che aveva finalmente raggiunto scegliendo di sposare l’uomo che sarebbe diventato il suo manager letterario. Il 10 dicembre avrebbe ricevuto il premio Nobel, il primo per una donna italiana, l’unico ancora oggi mai ricevuto da una scrittrice della penisola e isole comprese, l’unico mai ricevuto per la narrativa italiana visto che tutti gli altri titoli letterari dell’Accademia di Svezia sarebbero stati assegnati ad autori per la poesia o il teatro. Viaggiarono tre faticosi giorni sul cosiddetto Treno del Nobel, tra scomodità e mal di testa, facendo tappa a Milano, Berlino e Copenaghen, attraversando la campagna gelata (“le muricce lungo i margini dei prati e sui rialti al confine dei boschi rassomigliano a quelle delle tancas di Sardegna”) passando per il tratto di mare Sassnitz – Trelleborg . Erano passati oltre quattro decenni da quando aveva visto il mare:  ‘’… vide una grande spada luccicante messa ai piedi di una scogliera un segno che l’isola era stata tagliata dal Continente e tale doveva restare per l’Eternità’’,  racconta di quella prima volta  in Cosima, il libro autobiografico uscito postumo nel 1936, in una versione purgata delle sue emozioni più intime e dei dettagli scabrosi sulla famiglia, poi in seguito restituita alla sua interezza.

Deledda arrivò alla stazione centrale di Stoccolma alle 18,45 dell’8 dicembre 1927. C’è una foto che la ritrae all’arrivo, con la sua matassa di irrequieti capelli bianchi compressa dentro ad un cappello a cupola calzato fino al margine dello sguardo, il cappotto di pelliccia un po’ retrò, il mazzo di fiori troppo grande tenuto malamente in mano, circondata da un nugolo di uomini elegantissimi da una parte (il segretario dell’Accademia Svedese, Carl Axel Karlfeldt, l’ambasciatore italiano principe Ascanio Colonna,  Raimondo Longo, presidente dell’Associazione dei fascisti italiani in Svezia) e da due donne (una è la principessa Elly) che fanno capolino dall’altra. Rimarranno fino alla consegna del premio tra un banchetto e l’altro mal digeriti dalla scrittrice che non amava la mondanità e che descrive nelle lettere ai figli con una irresistibile ironia, una delle tante qualità immeritatamente negate all’autrice dalla critica contemporanea. Ai figli Franz e Sardus, il giorno dopo scrive brevemente: “Ieri è stata la grande cerimonia, poi il grande banchetto, nel quale io sedevo fra due principi di sangue reale, in mezzo alla corte fantastica di questo regno composta di donne e uomini bellissimi, colti, amabili, arguti”, e racconta della sua ritrosia e invece della consueta amabilità del marito che era invece molto a suo agio nelle occasioni mondane.

Nata a Nuoro il 28 settembre del 1871, quinta di sette figli, aveva quindi 56 anni quando ricevette quel premio dall’’Accademia di Svezia per  “la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale che ritrae, in forme plastiche, la vita nella sua appartata isola natale, e che con profondità, e con calore, tratta problemi di generale interesse umano” . Per lei che aveva vissuto la sua vita interamente per la scrittura non sarebbe cambiato nulla: ‘’continuerò a lavorare come prima, nulla sarà mutato’’, disse in un’intervista a Il Messaggero poco dopo la notizia del riconoscimento. Ma non avrà ancora molto tempo a disposizione perché un tumore al seno l’avrebbe consumata fino alla morte avvenuta il 15 agosto del 1936. Ci lascia comunque una produzione sterminata di romanzi e racconti, ambientati nella sua amata Sardegna, a Roma o nella pianura padana, in quella Cervia dove soggiornò l’estate a partire dal 1920 e dove comprò una casa in riva al mare, Villa Caravella, proprio grazie ai soldi guadagnati con il Nobel. Del resto a Cervia era arrivata fuggendo da Viareggio dove aveva trascorso le estati fino ad allora – dopo l’arrivo a Roma nel 1910 per il matrimonio con Palmiro – alla ricerca della quiete e della vita selvaggia, seguendo i consigli dell’amico Marino Moretti che viveva a Cesenatico. Era una donna pratica Grazia Deledda, una donna forse fuori dal suo tempo per la capacità di costruire il suo destino con una determinazione senza confronto, come racconta bene in quel bellissimo romanzo autobiografico uscito solo postumo, ‘’Cosima’’, dove si attribuisce tra le principali qualità quella della cocciutaggine.

‘’Ho avuto tutte le cose che una donna può chiedere al suo destino, ma grande sopra ogni fortuna la fede nella vita e in Dio. Ho vissuto coi venti, coi boschi, colle montagne. Ho guardato per giorni, mesi ed anni il lento svolgersi delle nuvole sul cielo sardo. Ho mille e mille volte poggiato la testa ai tronchi degli alberi, alle pietre, alle rocce per ascoltare la voce delle foglie, ciò che dicevano gli uccelli, ciò che raccontava l’acqua corrente. Ho visto l’alba e il tramonto, il sorgere della luna nell’immensa solitudine delle montagne, ho ascoltato i canti, le musiche tradizionali e le fiabe e i discorsi del popolo. E così si è formata la mia arte, come una canzone, o un motivo che sgorga spontaneo dalle labbra di un poeta primitivo’’.

Così si descrisse lei stessa nel discorso del Nobel, giusto 100 anni fa, ed era, innegabilmente, una grande scrittrice e per questo andrebbe rivalutata a dispetto del disprezzo (e probabilmente l’invidia) dei contemporanei, sentimenti guidati dalla misoginia dell’ambiente letterario – e non solo –. dell’epoca. Perché, nonostante sia oramai oggetto di una vasta bibliografia dedicata a lei e alle sue opere, non è mai considerata abbastanza, mai al punto da essere messa sullo stesso piano della memoria con quelli che l’avevano tanto criticata.

 

 

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