Ci sono due Italie che si guardano allo specchio e non si riconoscono. Nella prima, quella di Giorgia Meloni, il Paese ha resistito alle crisi, ha rimesso in ordine i conti, ha riconquistato credibilità e ora può permettersi di guardare avanti. Nella seconda, quella di Elly Schlein, gli stessi anni hanno lasciato bollette troppo alte, salari che non tengono il passo, fabbriche in difficoltà e un’economia che non cresce abbastanza.
A incarnarle sono le due donne che, per una singolare coincidenza, quest’estate hanno conquistato entrambe un record di longevità. Il 4 settembre Meloni raggiungerà i 1.413 giorni a Palazzo Chigi, superando il primato del Berlusconi II e diventando, escluso il ventennio fascista, la presidente del Consiglio più longeva della storia italiana. Schlein, dal canto suo, ha appena superato Pier Luigi Bersani alla guida del Partito democratico: 1.261 giorni consecutivi contro i 1.260 del predecessore.
Due primati diversi, certo, ma che segnalano una stessa trasformazione: la politica italiana è sempre più concentrata attorno a leader che resistono, occupano la scena e finiscono per identificare con sé stessi il destino dei propri schieramenti.
La distanza tra le due emerge con particolare chiarezza in due interviste realizzate dal direttore di Milano Finanza, Roberto Sommella, nelle settimane di Ferragosto. E non è soltanto una questione di cifre, ma di prospettive. È soprattutto un modo diverso di interpretare la realtà, di stabilire cosa debba essere considerato un successo e cosa, invece, debba ancora cambiare.
Meloni parla da Palazzo Chigi e da una posizione di forza. «L’Italia è più forte di prima», dice, e mette in fila i numeri che considera più significativi: una crescita dell’1% nei primi due trimestri del 2026 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, una progressione acquisita dello 0,8%, l’aumento del Pil pro capite di quasi 4.500 euro dal 2022.
Poi c’è l’export, il dato che forse più di tutti incarna la sua idea di Paese: 643 miliardi nel 2025, venti in più rispetto all’anno precedente, con le esportazioni verso gli Stati Uniti cresciute nonostante i dazi. E c’è lo spread, sceso rispetto ai 240 punti di quando il governo si insediò. La stabilità, nella lettura della premier, non è dunque soltanto la durata di un esecutivo: è un bene economico che ha restituito credibilità all’Italia.
Anche sui conti pubblici Meloni rivendica risultati: il deficit è sceso dall’8,1% al 3,1%, l’Italia è tornata in avanzo primario nel 2024 e l’uscita dalla procedura europea per deficit eccessivo è indicata come un obiettivo possibile. Sullo sfondo resta il Superbonus, che la premier definisce un «disastro» da 174 miliardi.
Sull’energia il governo potrà contare, sostiene Meloni, su 14 miliardi di flessibilità aggiuntiva ottenuti dall’Europa. Sul nucleare non arretra: il ritorno all’atomo è considerato decisivo per la sicurezza energetica e la competitività. Sui migranti la posizione è quella che ha segnato la sua esperienza di governo: difendere le frontiere esterne dell’Europa e contrastare l’immigrazione incontrollata.
È l’Italia che, nella visione della premier, ha attraversato le tempeste senza perdere la rotta.
Poi cambia la voce.
Schlein prende la frase di Meloni e la capovolge: «L’Italia oggi non è più forte, bensì più fragile». Non contesta soltanto le conclusioni del governo: contesta la fotografia di partenza. E per spiegare quella fragilità non parte dallo spread o dall’export, ma dalle persone incontrate nel suo viaggio attraverso il Paese.
A Pomigliano d’Arco, racconta, gli operai le hanno spiegato che l’energia si paga tre volte: con la bolletta, con l’aumento della spesa e con la cassa integrazione quando l’impresa non regge i costi. È l’immagine di un’altra Italia, quella che secondo la segretaria Pd non riesce a trasformare la crescita in maggiore benessere.
Schlein indica tre emergenze: energia, investimenti, redditi. Sulle rinnovabili propone procedure più rapide e un ruolo rafforzato dell’Acquirente Unico per ottenere prezzi più stabili per le piccole e medie imprese. Sul nucleare il Pd resta contrario, soprattutto per tempi e costi. Sul lavoro punta invece sul salario minimo, sulla lotta al precariato e sulla formazione.
Anche sugli investimenti la proposta è quella di cambiare passo, estendendo a tutta Italia il modello della Zes per i progetti legati alla transizione digitale ed ecologica. E guarda al grande patrimonio del risparmio privato: circa 1.700 miliardi fermi sui conti correnti che, sostiene, potrebbero essere in parte indirizzati verso l’innovazione delle piccole e medie imprese.
Le due Italie finiscono per dividersi persino davanti alle banche. Meloni rivendica la neutralità del governo nel risiko, ma auspica che Monte dei Paschi non venga smembrato e conservi nome e identità. Schlein difende invece il primato del mercato e accusa il governo di voler «fare il banchiere». La politica, dice, deve garantire le regole e tutelare l’interesse generale, non favorire cordate.
Sotto la contrapposizione, però, resta un terreno comune: industria, energia, investimenti, competitività, Europa. Entrambe sanno che il prossimo terreno decisivo dello scontro sarà l’economia.
Ed è qui che i due record acquistano un significato politico. Meloni ha trasformato la stabilità in uno dei principali argomenti della propria esperienza di governo. Schlein ha usato questi anni per rimettere in piedi un Pd che, dopo la sconfitta del 2022, sembrava destinato all’irrilevanza. Entrambe hanno resistito. Ora devono dimostrare che resistere non è la stessa cosa che vincere.
Per entrambe, il tempo dei record sta per lasciare il posto a quello delle scelte. Meloni deve difendere ciò che ha costruito e dimostrare che la stabilità può diventare una eredità politica. Schlein deve trasformare la resistenza del Pd in una vera alternativa di governo.
Due donne, due Italie, due idee del futuro. La prima scommette sulla continuità, la seconda sulla discontinuità. Saranno le scelte dei prossimi mesi, molto più dei giorni trascorsi al comando, a stabilire chi avrà saputo interpretare davvero l’Italia del 2026. (riproduzione riservata)
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