L’isola nell’Oceano Atlantico settentrionale ha chiamato alle urne, sabato 29 agosto 2026 dalle 9 alle 22, i suoi 273 mila elettori per decidere se riprendere i negoziati di adesione all’Unione europea, chiusi formalmente nel 2015 dopo vari anni di stallo.
Con 225 mila votanti e il 52,84% di voti contrari, il referendum ha sancito un nei alla ripresa dei negoziati. Una scelta fortemente influenzata dal contesto internazionale, ma soprattutto, da ragioni economiche. Si chiude (per ora?) un nuovo capitolo del tira e molla tra Islanda e Unione europea, ma diamo un rapido sguardo al contesto attuale e alle ragioni storiche di questo referendum.
Una storia di avvicinamenti e frenate
Partiamo dal difficile rapporto tra Reykjavik e Bruxelles, che affonda le proprie radici nella peculiare situazione economica dell’isola: economia solida, alto standard di vita e una popolazione poco numerosa. Questi elementi hanno fatto sì che l’isola non seguisse gli altri Paesi nordici, nel corso degli anni Novanta, nel percorso di avvicinamento e ingresso nell’Unione europea. Nel 1995, con l’allargamento a nord, si è visto l’ingresso di Finlandia e Svezia (la Norvegia vede fallire il referendum sull’adesione l’anno prima), ma le istituzioni islandesi decidono di rimanere in disparte. In particolare, furono determinanti i timori legati all’agricoltura e alla pesca, ambiti in cui la legislazione europea avrebbe impattato in modo sostanzioso, toccando la zona economica esclusiva.
Solo la grave crisi economica del 2008 ha spinto l’isola a valutare l’ingresso nell’Unione. Così, l’allora primo ministro islandese, Sigurðardóttir, del Partito socialdemocratico, annunciò nel 2009 che il governo voleva muoversi verso l’adesione e la posizione venne approvata dal parlamento. Il 23 luglio 2009 venne presentata ufficialmente la domanda di adesione. Il percorso di adesione, rispetto a tanti altri Paesi, si prospettava in discesa: il Paese ha istituzioni solide e una democrazia consolidata, adotta già in parte la legislazione europea e condivide appieno i valori dell’Unione. Tra il 2010 e il 2011 fu completato lo screening su tutti i capitoli negoziali e nel 2012 ne erano già stati chiusi 11 su 33. Le maggiori difficoltà riguardavano la politica economica, agricoltura e pesca in testa. Nel 2013 vinse una coalizione euroscettica di centrodestra e l’allora governo Gunnlaugsson, questa volta senza voto del parlamento, sciolse il comitato per i negoziati di adesione e ritirò la domanda di adesione nel 2015.
Il contesto e il nuovo referendum sulla ripresa dei negoziati
Le elezioni del 2024 videro la vittoria dell’Alleanza Socialdemocratica, di centrosinistra, e l’insediamento del governo Frostadóttir. La nuova coalizione concordò di tenere un referendum sulla ripresa dei negoziati di adesione all’UE. Il contesto internazionale spinse la Prima Ministra ad accelerare l’iter e votare in parlamento l’indizione del referendum consuntivo, a seguito dell’imposizione dei dazi doganali di Trump e dei propositi statunitensi di acquisizione della Groenlandia. Non un voto sull’ingresso nell’Unione, ma sul mandato per tornare al tavolo con Bruxelles: un secondo referendum sarebbe stato necessario in caso di accordo finale. L’Islanda, inoltre, è già alquanto integrata nell’Unione europea: ha ratificato gli Accordi di Schengen per la libera circolazione delle persone nel 1996, fa parte dell’EFTA e dello Spazio economico europeo fin dalla sua entrata in vigore, nel 1994, e ha adottato circa il 75% della legislazione europea, senza però avere una rappresentanza politica, e quindi nessuna influenza sulle decisioni di Bruxelles.
Vediamo nel dettaglio i risultati, partendo dal quesito referendario: “Á Ísland að hefja á ný aðildarviðræður við Evrópusambandið?”, “L’Islanda dovrebbe iniziare nuovi negoziati con l’Unione Europea?”. Si poteva votare “Já” per il sì o “Nei” per il no. Un referendum che, fin dall’inizio, ha visto un Paese diviso, con i sondaggi pre-voto che davano uno scarto tra le due opzioni intorno all’1-3%. Già nel voto anticipato si era denotata una particolare affluenza con circa 40 mila voti, il 15% dell’elettorato. I risultati hanno sostanzialmente confermato l’alta affluenza, l’82,52%, e la divisione tanto geografica che numerica nell’elettorato: 105 mila elettori, il 47,15%, ha votato a favore mentre 118 mila, il 52,84%, hanno votato contro; con uno scarto del 5%. A livello geografico si denota una forte differenziazione tra la capitale, Reykjavík, e il resto dell’isola: in città ha vinto il sì (con il 57,5% nel distretto elettorale nord e il 54,5% in quello sud), mentre nei distretti rurali si è affermato in modo importante il no (nel distretto elettorale sudovest al 53%, nordovest al 62,9%, nordest al 61,2% e sud al 60,5%).
I nodi economici e politici
Il referendum si è collocato in un contesto internazionale particolarmente caldo, ma si è concentrato sui temi storici dell’economica, dell’agricoltura e della pesca. Tra i favorevoli ai negoziati i temi principali riguardavano la politica internazionale e l’opportunità economica: rafforzare la posizione dell’isola con una maggiore integrazione europea, prendere parte al processo decisione e rafforzare l’economia islandese, che per quanto solida, soffre da anni di una forte inflazione (a luglio 2026 era al 5,6% contro la media dell’Unione del 3%). Tra gli scettici ha pesato in particolare l’industria della pesca, che impiega 4 mila persone e costituisce quasi il 39% delle esportazioni e circa l’8-10% del PIL, assestandosi poco sotto il peso dell’industria del turismo. Secondo molti, entrare nell’UE avrebbe voluto dire imporre limiti alla pesca di numerose specie (è ancora permessa la pesca alle balene, ad esempio) e che flotte di altre Paesi avrebbero potuto pescare nelle acque sfruttate, ad oggi, esclusivamente dall’Islanda. L’UE ha infatti molti poteri sulla pesca e stabilisce quote annuali di pesca per Paese e specie, per permettere alle specie di mantenere i tassi di riproduzione.
Le conseguenze nell’Unione europea
Un esito positivo del voto islandese era atteso nell’Unione per rafforzare ulteriormente la spinta all’allargamento, aprendo un nuovo capitolo a Nord. Inoltre, sarebbe stato importante per consolidare il ruolo internazionale dell’Unione in una regione fondamentale alla luce del recente interesse americano sulla Groenlandia e l’Artico, su cui gravita la costante presenza russa. Da un punto di vista istituzionale, l’ingresso dell’Islanda non avrebbe comportato particolari cambiamenti: sarebbe diventato lo Stato più piccolo per popolazione nell’Unione e avrebbe pesato per meno del 0,2% sul Pil dell’Unione Europea.
Insomma, un colpo di arresto a un possibile nuovo interesse nordico nell’Unione, la quale però continua a godere di una forza attrattiva nell’Est e nel Sudest europeo.
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