Questo articolo di Massimiliano Coccia è stato pubblicato sulla Rivista LA NUOVA EUROPA
Ci sono figure che sembrano appartenere a una stagione irripetibile della storia europea e che, tuttavia, continuano a interrogarci con una forza persino maggiore di molti protagonisti del nostro tempo, poiché la loro esistenza non si lascia rinchiudere nella dimensione della memoria celebrativa ma conserva la capacità di porre domande vive al presente. Eugenio Colorni appartiene certamente a questa categoria. A distanza di oltre ottant’anni dalla sua morte, la sua vicenda continua infatti a esercitare un fascino particolare non soltanto per il ruolo che ebbe nella lotta antifascista, nella Resistenza e nella nascita del federalismo europeo, ma perché in lui si manifesta una rara coincidenza tra pensiero e vita, tra elaborazione teorica e responsabilità personale, tra capacità di immaginare il futuro e disponibilità ad assumersi il peso delle conseguenze delle proprie idee.
Nel corso del lavoro che mi ha portato a scriverne la biografia, mi è apparso sempre più evidente come Colorni sfugga alle definizioni convenzionali. Filosofo, studioso di Leibniz, militante socialista, organizzatore della Resistenza, teorico dell’Europa federale, egli fu certamente tutte queste cose; eppure nessuna di esse, presa isolatamente, riesce davvero a restituire la complessità della sua figura. La sensazione, semmai, è quella di trovarsi davanti a un uomo che rifiutò costantemente di separare ciò che la modernità tende a dividere: la cultura dalla politica, la vita privata dall’impegno pubblico, gli affetti dall’azione, la riflessione dall’esperienza concreta. Non a caso ho scritto che raccontare Colorni significa raccontare «un modo di stare al mondo, in cui l’amore, l’amicizia, la militanza, lo studio e il rischio personale sono parte di un unico movimento», poiché è proprio questa unità profonda a costituire il tratto distintivo della sua vicenda umana.
Nato a Milano nel 1909, in una famiglia ebraica pienamente inserita nella cultura europea del primo Novecento, Colorni sviluppò fin da giovanissimo una curiosità intellettuale che non avrebbe mai conosciuto confini disciplinari. Alla filosofia affiancò lo studio della fisica, della matematica, dell’epistemologia e della letteratura, mosso dalla convinzione che la conoscenza non fosse un esercizio specialistico ma uno strumento per comprendere più a fondo la realtà. Anche per questa ragione appare oggi come una figura sorprendentemente moderna: non l’intellettuale rinchiuso nella propria disciplina, bensì un uomo capace di attraversare saperi differenti alla ricerca di connessioni, relazioni e significati più ampi.
Tuttavia sarebbe un errore considerarlo soltanto un grande studioso. La sua riflessione filosofica, infatti, non rimase mai confinata all’interno dell’accademia, poiché venne continuamente messa alla prova dalla storia. L’avvento del fascismo, la progressiva distruzione delle libertà democratiche e, successivamente, l’introduzione delle leggi razziali lo convinsero che la neutralità intellettuale non fosse più possibile e che il sapere dovesse assumersi una responsabilità diretta nei confronti del proprio tempo. È in questa scelta che si manifesta uno degli aspetti più originali della sua personalità: la convinzione che la politica non fosse una tecnica del potere ma una forma di responsabilità morale.
Norberto Bobbio lo comprese con particolare lucidità quando scrisse che «la politica, per Colorni, non è mai separabile dalla responsabilità personale. Non è tecnica del potere né semplice amministrazione degli interessi, ma un impegno morale che chiama l’individuo a rispondere delle proprie scelte». In queste parole è racchiusa gran parte della sua eredità. Per Colorni la ricerca della verità non poteva essere separata dall’azione e, proprio per questo, la sua opposizione al fascismo non si limitò alla critica teorica ma si tradusse in carcere, confino, clandestinità e infine nella partecipazione diretta alla Resistenza.
L’esperienza di Ventotene rappresenta probabilmente il momento nel quale questa tensione morale e politica trova la sua espressione più alta. Mentre l’Europa veniva travolta dalla guerra e dai totalitarismi, Colorni comprese infatti che la crisi del continente non poteva essere affrontata attraverso il semplice ritorno agli equilibri precedenti, poiché era necessario immaginare una nuova architettura politica capace di sottrarre il destino dei popoli europei alla logica distruttiva dei nazionalismi. Accanto ad Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Ursula Hirschmann contribuì così alla maturazione di quella riflessione che avrebbe trovato nel Manifesto di Ventotene la sua formulazione più celebre.
Anche in questo caso, tuttavia, sarebbe riduttivo limitarsi alla dimensione istituzionale del progetto federalista. L’Europa di Colorni non era soltanto un meccanismo politico destinato a garantire la pace; era anzitutto una visione culturale e morale. Prima ancora di essere un programma, essa rappresentava un modo di guardare il mondo, una forma della coscienza che rifiutava l’idea della nazione come orizzonte ultimo della storia e che cercava invece di costruire una comunità più ampia fondata sulla libertà, sulla giustizia e sulla cooperazione tra i popoli.
Questa capacità di pensare il futuro non lo allontanò mai dal presente. Al contrario, quanto più il suo sguardo si spingeva lontano, tanto più cresceva il senso della responsabilità verso ciò che accadeva intorno a lui. Per questa ragione gli ultimi mesi della sua vita, trascorsi nella Roma occupata dai nazisti, assumono un valore quasi emblematico. Mentre dirige l’«Avanti!» clandestino, organizza la Brigata Matteotti e partecipa alle attività della Resistenza, Colorni continua a discutere di filosofia, di Europa, di libertà e di democrazia, come se il futuro e il presente fossero parte della stessa battaglia.
Nel libro ho immaginato che, uscendo dal suo rifugio la mattina del 28 maggio 1944, si incamminasse «verso l’unico luogo giusto per i giusti del suo tempo: la libertà». È una frase che non riguarda soltanto le circostanze della sua morte, ma il significato complessivo della sua esistenza. Colorni sa che il pericolo è ovunque, sa che la guerra non è ancora finita e che ogni appuntamento clandestino può trasformarsi in una condanna; eppure continua a muoversi, continua a fare ciò che ritiene necessario, poiché la libertà, ai suoi occhi, non è mai una conquista definitiva ma una responsabilità da assumere giorno dopo giorno.
Quando viene assassinato dalla Banda Koch, a pochi giorni dalla liberazione di Roma, sembra quasi che la sua vicenda si chiuda nel punto esatto in cui la storia stava per dargli ragione. Eppure la sua eredità non appartiene soltanto alla memoria della Resistenza né alla genealogia dell’integrazione europea. Essa riguarda anche il nostro presente, nel quale l’Europa appare spesso smarrita, attraversata da nuove paure, da vecchi nazionalismi e da una crescente difficoltà a riconoscere le ragioni profonde della propria esistenza.
Rileggere oggi Eugenio Colorni significa allora tornare a interrogarsi sul rapporto tra libertà e responsabilità, tra cultura e politica, tra identità nazionale e destino europeo. Significa riscoprire un uomo che seppe vedere lontano proprio perché non smise mai di confrontarsi con il proprio tempo e che, per questa ragione, continua a ricordarci come il futuro non sia mai il prodotto dell’inerzia della storia, ma il risultato delle scelte che gli uomini decidono di compiere quando tutto sembra spingerli nella direzione opposta.
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