Questo articolo è la sintesi di un contributo di Luisa Rossi pubblicato sull’ultimo numero della Rivista LA NUOVA EUROPA
Era bellissima Gaza, la mia città, c’erano tanti palazzi, la grande spiaggia, era bello andare al mare…
(adolescente palestinese mutilato di un braccio, Servizio di Francesca Mannocchi, «La Sette», venerdì 13 giugno 2025).
«Il problema è il peso della storia», ha scritto lo storico Henry Laurens, specialista del Vicino Oriente, ricordando come le origini del conflitto israelo-palestinese risalgano al processo di disfacimento dell’Impero ottomano e all’affermazione, a partire dal XVIII e XIX secolo, di concetti moderni come il Nazionalismo e lo Stato. La pesantezza della storia resta la principale ragione dell’incomprensione reciproca e del rifiuto dell’“altro”, afferma Laurens (Intervista di Gaïdz Minassian, «Le Monde», luglio-settembre 2024).
La storia che qui ci interessa risale appunto alla fine del Settecento e riguarda un episodio di guerra assai significativo nella vicenda palestinese, meno detto forse perché meno immediatamente riferibile agli eventi più recenti. Ma la storia pesa, tutta, anche quella che sembra entrare di meno a spiegare l’attualità; anche quella che crediamo sepolta nei metri e metri di scaffali degli archivi militari e ministeriali dai quali, invece, escono gli scambi di lettere, i protocolli, le mappe che ci consentono di leggere la storia “in diretta” perché abbiamo nelle mani le fonti prodotte da coloro che l’hanno fatta: nomi, luoghi, date, firme, timbri, inchiostri…
La guerra, lo sappiamo, vive di morti e di propaganda, oggi come ieri. Ma se risaliamo alle fonti, i fatti emergono nel loro farsi, nudi.
Gli archivi consultati sono principalmente gli “Archivi della Guerra” di Parigi. Ho accompagnato la lettura dei documenti a quella delle storie più o meno coeve.
Francesi in Egitto (1798-1801)
Tolone 19 maggio 1798. Una flotta di 280 navi salpa dal porto diretta alla conquista dell’Egitto. Il territorio offerto nei millenni dal fiume Nilo alle popolazioni dell’area, è governato dai mamelucchi nel quadro dell’Impero ottomano.
L’esercito è comandato dal ventinovenne generale Bonaparte che aveva non senza resistenze ottenuto l’approvazione del Direttorio dovendosi però occupare personalmente dei preparativi «immensi» dell’intera impresa: raccolta dei fondi (otto milioni di franchi); creazione dell’esercito (38.000 soldati); equipaggio (16.000 marinai); rifornimenti necessari di ogni tipo.
Con la spedizione il Direttorio si poneva alcuni obiettivi: spostare lo scontro con l’Inghilterra su un fronte lontano dalla Francia, fare dell’Egitto una colonia destinata a sostituire le Antille, interdire alle navi inglesi i commerci con l’India; non ultimo, tenere lontano da Parigi l’ambizioso Bonaparte reso celebre dalle vittorie in Italia del 1796 e del 1797 e sospettato di voler fomentare un colpo di stato. Infine, la motivazione civile: fare della spedizione una grande impresa scientifica animata dallo spirito dei Lumi.
In effetti alla compagine militare fu associata la Commission des Sciences et des Arts composta da 167 tra le migliori personalità francesi in ogni campo del sapere e nelle arti. Le numerose missioni da loro effettuate in tutto il territorio egiziano in quel triennio comportarono risultati conoscitivi e artistici di grande importanza che verranno tradotti in una pubblicazione monumentale, la Description de l’Egypte. Si pensi alla scoperta della stele di Rosetta che determina la nascita dell’egittologia moderna. Ma fu l’insieme delle attività effettuate contribuire al progresso delle conoscenze.
Dal punto di vista politico e militare l’impresa fu invece catastrofica.
La campagna d’Egitto fu per la Francia, come è piuttosto noto, un susseguirsi di battaglie: Malta (sottratta ai Cavalieri); Abukir (epica disfatta navale); poi Cairo, Alessandria, Gaza, Giaffa, Acri, Eliopoli, di nuovo Abukir ecc. Di volta in volta territori conquistati, assediati, persi, ripresi che videro atrocità, massacri, decapitazioni, saccheggi incontrollati…
Vista la tendenza ormai decisamente sfavorevole e interessi politici in Francia,
Intorno alla Campagna d’Egitto è stata prodotta una mole di documenti editi e di documenti segreti, di mappe e di ricostruzioni storiche; da alcuni di questi ho iniziato per raccontare la Palestina al tempo di Bonaparte.
Fuoco sulla Palestina
Uscendo dall’Egitto attraverso l’istmo che separa l’Africa dall’Asia e seguendo la costa del Mediterraneo, si entra in un’altra provincia dell’impero turco, conosciuta da noi con il nome di Siria. Questo nome, che come tanti altri ci è stato tramandato dai greci, è un’alterazione di quello di «Assiria» […]. I suoi abitanti, che secondo una consuetudine araba non hanno adottato la nomenclatura greca, non riconoscono il nome di Siria e lo sostituiscono con quello di Barr-el-Sciâm, che significa ‘paese della sinistra’; tale denominazione designa tutto lo spazio compreso tra due linee di cui l’una congiunge Alessandretta all’Eufrate, e l’altra Gaza al deserto Arabico, e limitato a est da questo stesso deserto e a ovest dal Mediterraneo. La denominazione di paese della sinistra, in opposizione a quella di Yamin, o paese della destra, sottintende un punto di riferimento intermedio che quasi sicuramente è la Mecca (C.-F. Volney, Voyage en Syrie et en Egypte, 1787).
Quando Constatin-François Volney, frequentatore dei salotti parigini dei philosophes, compie e pubblica il Voyage mancano una manciata d’anni alla spedizione di Bonaparte, quindi non può parlarne. Il suo lavoro mi consente però contestualizzarla e di capire come la possibilità di un intervento europeo motivato dalla natura del regime turco vi fosse già presa in considerazione: siamo infatti nel pieno della discussione sul “dispotismo orientale” (discussione in termini diversi ancora attuale). Ricordiamo che per Montesquieu, il governo dispotico era quello di uno solo, senza legge né regola, caratteristico delle vaste monarchie asiatiche.
Dell’armata che costituiva l’essenziale della spedizione in Egitto sappiamo che era organizzata in diverse divisioni a loro volta composte dai battaglioni. Qui ci interessa in particolare la divisione (circa cinquemila soldati) incaricata della campagna oltre l’Istmo di Suez comandata dal generale Jean-Baptiste Kléber e dal famoso Joaquin Murat, fedelissimo di Napoleone e futuro re di Napoli. L’obiettivo complessivo dell’impresa non era infatti limitato all’Egitto, ma comprendeva la Siria, toponimo che, come spiega Volney, indicava allora il vasto territorio oltre Suez comprensivo appunto dell’attuale Palestina. Detto a margine, è evidente che non era l’istmo a divedere il mondo nordafricano da quello mediorientale, allora come successivamente, nonostante l’avveniristico “taglio”.
I francesi si mettono in movimento il 18 febbraio 1789 verso El-Arych, villaggio fortificato situato a metà della costa settentrionale della penisola del Sinai, un punto cruciale della traversata dell’esercito francese verso la Palestina, munito di una guarnigione di 2000 soldati scelti. Viene deciso l’assedio: ai piedi delle mura del villaggio la resistenza è forte.
I difensori combatterono strenuamente alla baionetta e fu necessario procedere salendo sui loro corpi. All’interno del villaggio la battaglia fu ancora più disperata. Gli assalitori, impegnati nei vicoli stretti e senza uscita, con proiettili, pietre, bastoni e materiali infuocati che venivano gettate su di loro dall’interno della case e dall’altro delle terrazze, non potevano fare altro che vendere cara la pelle. «Infine, la macelleria (boucherie) ebbe termine, il fuoco cessò e i francesi occuparono il villaggio» (L. Reybaud, Histoire scientifique et militaire de l’expédition française en Egypte, 1830-1836, vol. IV). Poi si diressero a Gaza.
Dell’antica capitale della Palestina, il viaggiatore e diplomatico Chevalier D’Arvieux diversi decenni prima aveva scritto essere un luogo molto piacevole. Il bazar di Gaza era «paragonabile ai mercati parigini» grazie al «continuo passaggio delle carovane che vengono dall’Egitto e dalla Siria» (D’Arvieux, 1635-1702).
Al momento dell’invasione francese, Gaza non aveva più di 3000 di abitanti ma restava un nodo di transito importante. «I dintorni sono ameni, ben coltivati e ricoperti di vaste piantagioni di olivi. Essa può considerarsi divisa in tre villaggi, di cui uno, chiamato castello, è situato in mezzo agli altri due, su una collina poco elevata. Tale castello ha una cinta circolare munita di torri» (Reybaud).
Sono le bellissime carte a grande scala a restituirci ciò che senza la testimonianza artistica “pittoresca” dei topografi militari sarebbe impossibile vedere: la pianta di Gaza e il paesaggio all’acquarello che la circonda.
L’armata prende posizione sulle alture che dominano la città e il quartier generale si accampa nei giardini circostanti. Bonaparte intavola un trattato con le autorità locali finalizzato ad imporre una nuova amministrazione civile e militare filo-francese; nello steso tempo impone alle proprie truppe la disciplina più severa, cosa che ci dice di possibili comportamenti disumani.
Intanto, il governo palestinese concentra le forze più a nord, per fermare i conquistatori che, presa Gaza, marciano su Giaffa.
Le ricostruzioni della marcia francese verso Giaffa sono epiche: il 28 febbraio all’alba le divisioni attraversano per alcune ore gli oliveti ma presto le piantagioni lasciano il posto alla sterilità del deserto; l’esercito si trova in una pianura immensa e nuda, disseminata di dune sabbiose create dal vento; l’artiglieria stenta a risalirle e perfino i cammelli, abituati a questo ambiente, lo fanno con fatica. Il biancore di questo suolo mobile lacera gli occhi dei soldati.
Il 2 marzo l’esercito prende la via della costa e arriva a Ramla, situata in una regione paludosa ma in mezzo a un oliveto. A Ramla vivono non più di cinquecento famiglie e gli abitanti più importanti sono i monaci che mettono a disposizione dei francesi il convento (per il bivacco) e la chiesa come ospedale per i feriti. La chiesa conservava numerose tombe, assai rovinate, dei Crociati che avevano combattuto in quei luogo qualche secolo prima.
Il 3 marzo Klébert e i suoi arrivano sotto le mura di Giaffa (oggi inglobata nell’area urbana di Tel Aviv).
Nelle cronache, la scena è quella della “migliore” tradizione dello scontro fra uomini e fra civiltà. La guarnigione di Giaffa è un miscuglio «senza nome di razze e popolazioni diverse; vi si trovavano Magrebini, Albanesi, Kurdi, Aleppini, gente di Damasco, Egiziani, Caramaniani, Arnauti, Neri». Era una milizia «fortemente fanatica, che andava a combattere con le sentenze del Corano sulle labbra e l’odio del nome cristiano balenante negli occhi. Infatti, pur inferiori di numero, non temevano di aspettare il nemico in una città quasi aperta» (Reybaud).
Giaffa è infatti protetta da mura senza fossato, incapace di resistere ai primi spari di artiglieria. Il 7 mattina le batterie vengono apprestate. Il capo di Stato Maggiore Alexandre Berthier, che conosciamo per aver comandato nel 1796 l’Armata d’Italia, per volere di Bonaparte invia al comandante di Giaffa una lettera avvertendolo che la città è tutta circondata e non avrebbe avuto scampo. Per tutta risposta al messaggero turco fu tagliata la testa.
E fu tragedia. La lotta ai piedi della torre fu terribile. I cadaveri ostruivano la breccia aperta attraverso la quale i soldati francesi volevano passare ostruita dai cadaveri. «Gli assediati resistevano con la forza del fanatismo e della disperazione».
Il mattino dopo, alcuni soldati francesi scoprono un passaggio sotterraneo che dalla costa sembra arrivare dentro la città. Con audacia lo percorrono e si trovano dentro le mura: sono pochi, vengono circondati e massacrati dagli abitanti. I superstiti riescono a ritornare al campo gridando vendetta.
Tutta la divisione chiede a gran voce l’attacco; in pochi istanti i francesi iniziano a colpire la torre quadrata nella quale viene aperto un varco abbastanza largo. Bonaparte vi si reca per giudicare lo stato dei luoghi e ordina l’assalto. Tutti i musulmani che trovano vengono sgozzati o lanciati oltre le mura; poi i francesi entrano nella città dove si verifica un orribile carnage. Visto che non hanno scampo, i musulmani si gettano un una lotta corpo a corpo, inebriati dalla vittoria da una parte, furiosi per la disperazione dall’altra. I duelli si spostano di casa in casa. Il massacro dura a lungo. Circa 3000 musulmani che si erano rifugiati in una specie di caravanserraglio sono fatti prigionieri: uomini ma anche donne, bambini, vecchi. Bonaparte non sa che farne: non è la situazione per fare dei prigionieri: come nutrirli? Sono portati in riva al mare e fucilati.
La città fu messa a sacco. La violenza, l’assassinio, le grida riempivano i vicoli. Donne scarmigliate, bambini mezzi nudi agitavano disperatamente le braccia. Ogni casa, ogni corte era un carnaio. I cadaveri si ammassano davanti alle porte degli harem, i soldati violentano le bambine e le donne davanti ai padri e ai mariti morti. In queste menti forsennate non restava nulla di umano.
Tale è il quadro ricostruito dal viaggiatore, politico e studioso francese Louis Reybaud (1799-1879) una ventina di anni dopo i fatti, ma le memorie di chi era presente, come il tenente dell’artiglieria Jean-Pierre Doguereau, sono concordi (diario manoscritto di J.-P. Doguereau pubblicato nel 1904).
Dopo la presa di Giaffa, una terribile epidemia di peste, già comparsa precedentemente nelle truppe e certamente aggravatasi nelle condizioni descritte, colpì i francesi: si parla di 1500 appestati. Anche in questo, come in numerosi altri momenti, la spedizione d’Egitto fu immortalata da grandi artisti che celebrarono la gloria del generale: Bonaparte “taumaturgo” che tocca un il tumore di un ammalato (Jean Gros, 1804).
Ho sinteticamente ricostruito, sui rapporti, sulle carte, sui diari, sui dipinti questo pezzo di storia palestinese. Sarebbe interessante sapere che memoria ne hanno i palestinesi di oggi.
L’accordo segreto Syckes-Picot (1915-1916)
16 dicembre 1915. Nel cuore di Londra, in una stanza al n. 10 di Downing Street, residenza del primo ministro, i maggiori responsabili politici del Regno Unito sono riuniti in consiglio di guerra. Ordine del giorno: la «questione orientale». Vale a dire come affrontare lo “spacchettamento“ dell’Impero ottomano dopo la Prima Guerra mondiale e la sua spartizione con la Francia, grande potenza coloniale non più rivale.
Per parlarne viene convocato un giovane aristocratico trentaseienne, Mark Sykes, parlamentare dello Yorkshire e consigliere del governo per gli affari mediorientali. Di fronte ai ministri, l’uomo srotola la mappa che ha portato con sé e presenta il suo piano per la spartizione della regione. L’ideale, a suo avviso, sarebbe tracciare una linea «dall’est di Acri [sulla costa mediterranea] all’ultima K di Kirkuk [nel nord dell’Iraq]». La parte settentrionale al di sopra di questa linea, all’incirca l’attuale Siria e Libano e una parte della Turchia, sarebbe sotto l’autorità francese. La parte meridionale, oggi Giordania, Iraq e Kuwait, sarebbe sotto il Regno Unito. Una tale soluzione, secondo Sykes, gli permetterebbe di mantenere il controllo della Penisola Arabica, una via di passaggio verso l’India, un baluardo chiave dell’Impero britannico.
Alla vigilia della Grande Guerra l’Impero Ottomano, dopo la perdita della Libia e dei Balcani, comprendeva ormai solo la Turchia e parte del Medio Oriente arabo (gli attuali Siria, Iraq, Libano, Giordania, Kuwait, Arabia Saudita occidentale). Su di esso Francia e Gran Bretagna avevano già mosso le loro pedine. La prima aveva investito massicciamente, soprattutto nelle ferrovie, e riacquistato gran parte del suo debito sovrano. Si era anche fatta custode storica dei cristiani dell’Impero, soprattutto nella regione libanese-siriana. La seconda, oltre a vari legami economici e militari, intorno al 1880 aveva assunto il controllo dell’Egitto e del Canale di Suez fino ad allora sotto il dominio ottomano, per controllare la rotta verso l’India.
A livello locale, gli inglesi avevano una strategia: sostenere il movimento nazionalista arabo e il suo desiderio di emancipazione dall’Impero ottomano: l’idea era quella di garantire la presenza di uno stato arabo amico in quest’area strategica. Alla fine del 1914, iniziarono i negoziati con Hussein, lo Sharif della Mecca (della dinastia hashemita, che oggi governa la Giordania), che avrebbe dovuto diventare la guida del futuro stato.
Tali negoziati sono discreti per non infastidire l’alleato francese, da gran tempo interessato alla regione, in particolare, come già Napoleone, alla Siria.
All’incontro del dicembre 1915 il Quai d’Orsay spedì il diplomatico François Georges-Picot, console francese a Beirut prima della guerra, esperto di Medio Oriente. Era anche membro del Comité de l’Asie française, un gruppo di pressione che si batteva per le rivendicazioni francesi sulla Siria e adottava una linea dura contro l’Inghilterra.
Per il Ministro degli Esteri britannico, Edward Grey, la priorità in questa fase era raggiungere un accordo con Parigi. Anche se ciò significa tenere all’oscuro Sharif Hussein, le cui rivendicazioni territoriali in Medio Oriente coincidevano in parte con quelle francesi.
L’accordo Sykes-Picot viene concluso nel gennaio del 1916. I colloqui furono tesi: Picot irritava gli inglesi con la sua intransigenza. Pretendeva il massimo, sapendo che le sue controparti erano in una posizione di debolezza: la Gran Bretagna stava pagando un tributo di vite umane inferiore a quello della Francia nella guerra contro la Germania. Il 21 dicembre, dopo il fallimento di un secondo incontro, Sykes e Picot si incontrarono di nuovo.
Il piano del primo, con la sua linea di demarcazione da Acri a Kirkuk, permise loro di trovare un terreno comune. Picot, che aveva compreso l’emergere del nazionalismo arabo, una minaccia alle ambizioni imperiali del proprio paese, fu felice di accettare una proposta che non ne teneva conto (James Barr, A Line in the Sand, 2017). In ciascuno dei due perimetri, francese a nord e inglese a sud, il piano prevedeva una “zona di controllo diretto” (Libano, la costa siriana e parte della Turchia per la Francia, la regione di Baghdad e Bassora per la Gran Bretagna) e una “zona di influenza”, ovvero uno stato arabo sotto amministrazione fiduciaria.
Durante i negoziati, Sykes cedette Mosul e il Libano a Picot in cambio dell’accesso al mare ad Haifa. I due uomini non riuscirono a raggiungere un accordo sulla Palestina, che divenne una “zona internazionale”. L’accordo Sykes-Picot fu concluso a gennaio. Sarebbe stato firmato formalmente a maggio, a seguito di uno scambio tra Edward Grey e l’ambasciatore francese Paul Cambon, e con ‘approvazione della Russia, la terza potenza della Triplice Intesa.
Firmato nel pieno della guerra, mentre a ovest infuriava la battaglia di Verdun, l’accordo franco-britannico fu inizialmente tenuto segreto. Fu anche considerato provvisorio, soprattutto dagli inglesi, insoddisfatti dell’esito.
È stato scritto che l’insoddisfazione è impressa inequivocabilmente nella carta: François-Georges Picot firma l’accordo con inchiostro nero, Mark Sykes con la matita.
In effetti, l’accordo fu presto oggetto di critiche: a Londra in particolare per lo status della Palestina che gli inglesi avrebbero voluto vedere sotto il controllo di Sua Maestà. Ciò innescò un’idea che si stava facendo strada da tempo: il sostegno al sionismo che avrebbe permesso la creazione di uno stato ebraico fedele alla Gran Bretagna in questa regione cruciale. Nel novembre 1917, la Dichiarazione Balfour (una lettera aperta del Segretario di Stato per gli Affari Esteri e del Commonwealth a sostegno del sionismo) avrebbe formalizzato questa posizione.
Non risparmiarono critiche gli Stati Uniti: il presidente americano Wilson, grande oppositore dell’imperialismo europeo, nei suoi famosi “14 punti” (il suo programma «di pace» per l’Europa) a proposito del punto 12 includeva, diversamente da quanto prevedeva l’accordo Sykes-Picot, l’autonomia per i popoli non turchi dell’Impero ottomano. Infine, lo scontento degli arabi: l’accordo che riservava loro una zona “sotto influenza” posta sotto la tutela britannica era lontano dalle promesse di un regno indipendente fatte dagli inglesi a Hussein.
Contro ogni aspettativa – comprese quelle dello stesso Sykes, che nel 1918 lo considerava «morto e sepolto» – l’accordo sarebbe sopravvissuto alla guerra. Nel 1918-1919 servì ancora da traccia per gli aspri negoziati tra i capi di governo francese e britannico. La Gran Bretagna strappò Mosul e il suo petrolio (di cui i francesi ottennero comunque una quota) così come la Palestina; i francesi ebbero la Siria.
L’accordo Sykes-Picot non fu quindi applicato come era stato segnato, ebbe invece diversi adattamenti geografici e amministrativi. Il governo delle potenze occidentali fu infine esercitato sotto forma di “mandati” concessi dalla neonata Società delle Nazioni, che avrebbero dovuto portare all’indipendenza. Alla Conferenza di Sanremo dell’aprile 1920, precorritrice del Trattato di Sèvres che smantellò l’Impero ottomano, la Gran Bretagna ricevette due mandati, in Palestina e Mesopotamia (l’attuale Iraq), e la Francia uno, in Siria (che includeva anche il Libano). L’idea di uno Stato arabo sotto amministrazione fiduciaria era stata abbandonata (Volker Saux, 2020).
La carta, piuttosto aggiornata, stampata pochi anni prima (1910) dalla Royal Geographical Society è il documento che sigla il destino del Medio Oriente.
Essa ci restituisce la doppia linea tracciata con il lapis rosso-blu che divide l’area A, affare dell’Inghilterra, dall’area B, affare della Francia: spazi geopolitici vuoti di vite.
Una linea che rimane oggi una delle inesauribili fonti di conflitto in Medio Oriente: prima di tutto lo status di Gerusalemme e della Palestina, ma anche il desiderio di Daesh di creare un califfato e di abolire i confini definiti da questo accordo. Una storia pesante, come si diceva.
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