Bruxelles passa dalle regole ai fatti. La Commissione europea ha inflitto a Google una multa da 890 milioni di euro, la più elevata mai comminata nell’ambito del Digital Markets Act (DMA), accusando il gruppo di aver favorito i propri servizi nei risultati di Google Search e di aver limitato la libertà degli sviluppatori di app sul Play Store. Una decisione che segna un precedente nell’applicazione della nuova normativa europea sui mercati digitali e che arriva in un momento già delicato nei rapporti tra Unione europea e Stati Uniti.

«La decisione odierna (23 luglio, ndr) manda un messaggio chiaro: non esiteremo a usare i nostri strumenti per salvaguardare le opportunità economiche e di innovazione portate dal DMA», ha dichiarato Henna Virkkunen, vicepresidente esecutiva della Commissione europea per la Sovranità tecnologica, la Sicurezza e la Democrazia.

La sanzione arriva poche settimane dopo la conferma, da parte della Corte di Giustizia dell’Unione europea, della multa da 4,1 miliardi di euro inflitta ad Alphabet nel 2018 per abuso di posizione dominante. Due provvedimenti che confermano la linea sempre più rigorosa di Bruxelles nei confronti delle Big Tech e che rischiano di alimentare ulteriormente lo scontro con Washington.

Cos’è il Digital Markets Act

Il DMA è il Regolamento (UE) 2022/1925 sui mercati digitali equi e contendibili, approvato dal Parlamento europeo e dal Consiglio nel settembre 2022 ed entrato in vigore il 1° novembre dello stesso anno. Insieme al Digital Services Act (DSA), che si occupa più specificamente di contenuti illeciti, moderazione e trasparenza delle piattaforme online, il DMA costituisce il pilastro centrale del cosiddetto Digital Services Package, proposto dalla Commissione nel 2020: un pacchetto legislativo con cui l’Unione Europea ha deciso di riscrivere dalle fondamenta le regole del mercato digitale.

La normativa, in parole povere, si prefigge lo scopo di garantire la leale concorrenza tra le aziende digitali vietando alle piattaforme online di abusare della loro posizione dominante con l’obiettivo di promuovere una concorrenza più leale, rafforzare la tutela dei consumatori e favorire l’innovazione nel mercato digitale europeo.

Sono state introdotte regole chiare ed è stata coniata l’etichetta di ‘gatekeeper’, guardiano, che si applica a tutte quelle piattaforme che controllano servizi centrali su internet (ad es. i motori di ricerca, social network, servizi cloud e di pubblicità o i negozi online quali i marketplaces o gli app stores). Oltre a questo, sono stati aggiunti altri paletti: si considerano gatekeeper solo quelle piattaforme che hanno un fatturato annuo di almeno 7,5 miliardi di euro all’interno dell’UE o una valutazione di mercato di 75 miliardi, con almeno 45 milioni di utenti mensili e 10 mila utenti paganti nell’UE.

Alla fine, la lista si restringe a sei gatekeeper alquanto conosciuti: Alphabet (società che possiede Google), Amazon, Apple, ByteDance (che possiede TikTok), Meta e Microsoft.

Queste piattaforme, secondo il DMA, non possono favorire i propri prodotti o servizi, limitare la libertà di scelta degli utenti e delle imprese o utilizzare i dati personali per finalità pubblicitarie senza consenso. Da qui derivano obblighi di trasparenza e apertura, offrendo maggiori possibilità di scelta agli utenti, facilitando l’interoperabilità dei servizi, condividendo dati utili con le imprese che operano sulle loro piattaforme e comunicando alla Commissione europea operazioni di acquisizione e fusione.

Le sanzioni sono tra le più severe mai previste dalla legislazione europea e prevedono multe fino al 10% del fatturato globale annuo dell’azienda, che salgono al 20% in caso di recidiva. Applicati alle big tech possono portare ricavi da centinaia di miliardi di dollari. Oltre alle sanzioni, si prevede anche uno strumentario più drastico per i casi di inadempienza sistematica: la Commissione può infatti imporre ai gatekeeper recidivi la cessione forzata di specifici settori di attività o vietare determinate acquisizioni collegate alle pratiche non conformi.

Le sanzioni nel dettaglio

La sanzione da 890 milioni riguarda due violazioni, entrambe riconducibili al comportamento di Google nella sua qualità di gatekeeper.

La prima multa, pari a 460 milioni di euro, colpisce la pratica della self-preferencing all’interno di Google Search. L’accusa al motore di ricerca è di continuare a dare un trattamento privilegiato ai propri servizi (shopping, prenotazioni alberghiere, trasporti etc.) rispetto a quelli dei concorrenti che offrono contenuti analoghi.

La seconda multa, di 430 milioni di euro, riguarda invece il funzionamento di Google Play, lo store di applicazioni per il sistema operativo Android. La contestazione è che Google abbia impedito agli sviluppatori di app di comunicare liberamente ai propri utenti l’esistenza di canali di acquisto alternativi, spesso più economici, rispetto al Play Store attuando la pratica dello steering verso il proprio negozio.

Teresa Ribera, vicepresidente esecutiva della Commissione responsabile per la Transizione Pulita, Giusta e Competitiva, sintetizza la filosofia delle sanzioni: «i migliori prodotti dovrebbero avere successo perché sono effettivamente migliori, non perché appartengono alla società che controlla il motore di ricerca».

Google avrà ora 60 giorni di tempo per conformarsi alle due decisioni e ogni giorno di ritardo potrebbe comportare una mora fino al 5% del fatturato giornaliero globale. Per inquadrare il peso della multa da 890 milioni di euro, per quanto ingente in termini assoluti, basta ricordare che nel solo secondo trimestre del 2026 Alphabet ha aumentato i ricavi del 24% a 119,8 miliardi di dollari e un utile netto superiore ai 112 miliardi. È un dato che aiuta a spiegare perché il vero deterrente non è tanto nell’ammontare della multa in sé, quanto il rischio di mora giornaliere.

I prossimi passi

Da parte sua, Google non è rimasta in silenzio. Kent Walker, presidente per gli Affari Globali di Google e Alphabet, ha sostenuto che il DMA stia producendo l’effetto opposto a quello dichiarato: l’azienda lamenta che «per adeguarci siamo costretti a eliminare funzionalità molto apprezzate dagli utenti europei – come prezzi e disponibilità in tempo reale di voli, hotel e ristoranti – e di dover smantellare alcune protezioni di sicurezza integrate in Google Play» e che «questa non è concorrenza leale, è danneggiare un prodotto». Google non ha ancora presentato formalmente un ricorso al Tribunale dell’Unione Europea, ma sembrerebbe già orientato in tal senso (e che potrebbe poi trascinarsi in seconda istanza alla Corte di Giustizia dell’UE).

Nel mentre 25 deputati repubblicani americani hanno scritto al Presidente Trump per chiedere «azioni decisive prima che l’UE rafforzi il suo regime antiamericano», citando la possibilità di sanzioni e dazi.

Insomma, la parola fine è ancora lontana dall’essere scritta e le ripercussioni politiche si potrebbero far sentire molto prima di quelle informatiche.

 

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