L’Europa si sta riarmando in fretta. Nel 2025 su tutto il continente sono stati spesi in difesa 864 miliardi di dollari, epicentro di una corsa globale che ha portato la spesa militare mondiale a un record storico di 2.887 miliardi. A Bruxelles il piano Readiness 2030 mobilita fino a 800 miliardi di euro attraverso debito comune e deroghe ai vincoli di bilancio; la Germania di Friedrich Merz mette già sul tavolo 110 miliardi per rendere far tornare ad essere la Bundeswehr “l’esercito convenzionale più forte d’Europa”; e l’Italia ha confermato la sua adesione al percorso verso il 5% di spesa del PIL in difesa: nel prossimo decennio la spesa totale potrebbe aggirarsi sui 500 miliardi.
C’è una domanda, però, a cui questi piani non rispondono: in futuro, chi indosserà la divisa? Mentre i governi stilano piani di spesa e sempre più industrie avviano la loro riconversione, la generazione che dovrebbe dare corpo al riarmo è sempre meno numerosa e sempre meno preparata alla guerra.
La barriera demografica
L’Europa che verrà sarà, lo sappiamo, più vecchia e meno popolosa. Secondo Eurostat, nel 2024 il tasso di fecondità medio nell’Unione è sceso a 1,34 figli per donna, il livello più basso mai registrato da quando esiste la serie storica: nessuno dei 27 Stati membri si avvicina alla soglia di 2,1 necessaria a mantenere stabile la popolazione senza immigrazione. Le proiezioni della Commissione indicano che il 2026 segnerà il picco della popolazione europea complessiva, 452 milioni di abitanti, dopo il quale comincerà un declino che nemmeno i flussi migratori riusciranno più a compensare del tutto.
Dentro questo quadro già fragile, l’Italia occupa la posizione più critica. Nel 2025 le nascite italiane sono scese a 355mila (un terzo rispetto a sessant’anni fa); il tasso di fecondità è il quinto peggiore in Europa (1,14 figli per donna) e l’indice di invecchiamento, il rapporto tra chi ha più di 65 anni e il resto della popolazione, supera ormai il 24% a livello nazionale, con punte oltre il 28% nei piccoli comuni.
La fascia d’età da cui un esercito, in teoria, dovrebbe attingere reclute si sta assottigliando anno dopo anno, mentre i piani di spesa militare guardano fino al 2035 come se quel bacino fosse una risorsa data per scontata.
Già nel corso degli ultimi due decenni l’Esercito Italiano ha perso una parte consistente dei suoi effettivi, e chi resta ha un’età media che si avvicina ai 40 anni. Gli osservatori del settore stimano che, sulla carta, l’Esercito conti circa 96mila unità, ma che solo poco più della metà siano davvero impiegabili in operazioni, con un buco di diverse migliaia di giovani rispetto a quanto servirebbe per garantire addestramento e turnazione senza logorare chi è già in servizio.
Anche per la Germania, che ha come obiettivo per il 2035 avere all’attivo 260mila soldati (circa 75mila in più di oggi) e almeno 200mila riservisti (140mila in più), la demografia costituisce un ostacolo importante.
Una generazione riluttante
Un sondaggio di Gallup International, condotto periodicamente su 45 Paesi chiede: “se il tuo Paese fosse coinvolto in una guerra, combatteresti?” Nell’ultima rilevazione, il 78% degli italiani ha risposto di no: la percentuale più alta in Europa. E un sondaggio condotto nelle scuole superiori dall’Autorità garante per l’infanzia ha rilevato che il 68% degli under 18 italiani non si arruolerebbe in caso di conflitto. L’opinione sull’arruolamento è la stessa di quella sul generale riarmo europeo: il 58% degli italiani è contrario all’aumento della spesa militare.
La predisposizione a combattere e sacrificarsi per la collettività aumenta all’aumentare della percezione di minaccia. Non è un caso, quindi che nei paesi del Sud Europa, più lontani dai conflitti, giovani e non siano più riluttanti e avversi a un ritorno della difesa nell’agenda pubblica rispetto ai loro corrispettivi nord o est europei. A ciò si aggiunge il distacco tra le nuove generazioni e la vecchia classe dirigente. C’entra una trasformazione più larga nel modo in cui le generazioni più giovani si rapportano all’idea stessa di sacrificio collettivo per un’entità astratta come la nazione: un individualismo diffuso, alimentato da decenni di sfiducia nelle istituzioni pubbliche, che rende meno naturale l’idea di mettere la propria vita a disposizione di uno Stato percepito spesso come distante o inefficiente. Infine, è evidente la crescente distanza tra il linguaggio muscolare della politica sul riarmo e la sensibilità di una generazione cresciuta in un’epoca di pace, per cui la guerra resta un’esperienza mediata, mai vissuta in prima persona.
C’è poi una dimensione più delicata: lo stato di salute psicologica delle generazioni più giovani. Diverse indagini recenti segnalano che il disagio psicologico tra i giovani europei è cresciuto in modo marcato negli ultimi anni: ansia, depressione e burnout riguardano oggi, secondo alcune stime, una quota che sfiora i tre quarti della Generazione Z. Non un dettaglio marginale per chi pianifica reclutamento.
L’inverno demografico e la crescente riluttanza dei pochi giovani rimasti sembrano un ostacolo importante alle ambizioni di riarmo dell’Europa. Mentre a Bruxelles, Roma e Berlino ci si concentra sui conti finanziari dei piani di spesa, si rischia di perdere d’occhio il nodo più difficile da sciogliere: quello di trovare, tra dieci o vent’anni, chi sia ancora disposto, e nelle condizioni, di indossare la divisa.
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