Le ondate di calore che hanno segnato la storia recente dell’Europa, dall’estate del 2003 agli episodi più recenti, potrebbero non rappresentare il limite di ciò che è possibile. È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Communications Earth & Environment, guidato dalla climatologa Laura Suarez-Gutierrez insieme a un gruppo internazionale di ricercatori. Attraverso migliaia di simulazioni climatiche, gli autori hanno esplorato gli scenari peggiori fisicamente plausibili nel clima odierno, arrivando a una conclusione chiara: il continente potrebbe sperimentare ondate di calore molto più estreme di quelle finora osservate.

Il dato più sorprendente, però, non riguarda soltanto le temperature massime. Secondo lo studio, il vero rischio è rappresentato dalla durata degli eventi e dalla loro capacità di verificarsi uno dopo l’altro, lasciando sempre meno tempo di recupero a persone, ecosistemi e infrastrutture.

Gli autori precisano che non si tratta di una previsione di ciò che accadrà nei prossimi anni né di una stima della probabilità di questi eventi. Le simulazioni servono invece a individuare il limite superiore del rischio: ciò che il clima attuale potrebbe già rendere possibile, anche se non è ancora stato osservato.

Prima di costruire gli scenari estremi, i ricercatori hanno verificato l’affidabilità del modello climatico CESM2 confrontandolo con il database meteorologico europeo ERA5.

Il confronto mostra che il modello riproduce con buona accuratezza le caratteristiche delle ondate di calore osservate negli ultimi decenni: distribuzione delle temperature, siccità del suolo, deficit di precipitazioni, blocchi atmosferici persistenti e temperature superficiali del mare. Secondo gli autori, questa corrispondenza offre una solida base per esplorare eventi che non si sono ancora verificati, ma che risultano compatibili con le leggi della fisica.

Più che il caldo, spaventa la persistenza

La principale novità dello studio riguarda proprio la natura delle future ondate di calore estreme.

Le simulazioni indicano che le temperature massime potrebbero superare gli attuali record europei di circa 2-3 °C, raggiungendo frequentemente valori superiori ai 40 °C nell’Europa centrale. Un aumento importante, ma non enorme.

La vera differenza sta nella durata.

Se la storica ondata di calore del 2003 raggiunse il suo picco nell’arco di circa dieci giorni, gli scenari peggiori simulati mantengono temperature eccezionalmente elevate per oltre trenta giorni consecutivi, arrivando in alcuni casi a sfiorare i quaranta giorni senza un reale intervallo di raffreddamento.

È proprio questa persistenza, secondo i ricercatori, a rendere questi eventi potenzialmente molto più pericolosi rispetto a quelli sperimentati finora.

Le simulazioni mostrano ondate di calore con un’intensità cumulata fino a quattro-sei volte superiore rispetto agli eventi europei del 2003 e del 2018.

Ancora più sorprendente è il confronto con gli scenari climatici futuri: alcuni degli eventi simulati risultano più estremi perfino di quelli che oggi verrebbero considerati eccezionali in un pianeta più caldo di 3 °C rispetto all’epoca preindustriale.

Il messaggio non è che il riscaldamento globale sia irrilevante. Al contrario, significa che anche il clima attuale, attraverso una combinazione eccezionale di fattori atmosferici, terrestri e oceanici, potrebbe già produrre eventi molto più gravi di quelli registrati nella storia recente.

Le ondate di calore peggiori arrivano spesso dopo un’altra

Uno dei risultati più innovativi dello studio riguarda la successione degli eventi.

Le ondate di calore consecutive non sono una novità assoluta: episodi simili si sono verificati anche nel 2003 e nel 2019. Tuttavia, nelle simulazioni quasi tutte le ondate di calore più estreme si sviluppano dopo un precedente episodio di caldo intenso. Le cinque ondate di calore più intense prodotte dal modello si verificano tutte dopo un’altra ondata estrema.

Secondo gli autori, il primo episodio modifica profondamente il sistema: il suolo perde umidità, la vegetazione entra in stress, le riserve idriche diminuiscono e l’ambiente accumula calore. Quando arriva una seconda ondata di calore, trova quindi condizioni favorevoli a un’ulteriore intensificazione.

Il risultato è una sequenza di eventi che lascia pochissimo tempo di recupero alla popolazione, agli ecosistemi e alle infrastrutture.

Lo studio individua due condizioni che ricorrono con particolare frequenza prima delle ondate di calore più intense.

La prima è una grave siccità del suolo, non soltanto nell’area interessata dal caldo, ma anche nelle regioni poste più a nord e a est, da cui provengono le masse d’aria. Un terreno ormai privo di umidità utilizza meno energia per l’evaporazione e ne trasforma una quota maggiore direttamente in calore, favorendo un ulteriore aumento delle temperature. La seconda riguarda gli oceani. Prima degli eventi peggiori il Mediterraneo e l’Atlantico vicino alle coste europee risultano eccezionalmente caldi, mentre nell’Atlantico settentrionale subpolare si osservano acque molto più fredde della norma. Questo forte contrasto termico sembra favorire configurazioni atmosferiche persistenti che mantengono il caldo sull’Europa per settimane.

Un circolo vizioso tra siccità e caldo

Le simulazioni descrivono anche un potente meccanismo di retroazione.

La prima ondata di calore prosciuga il terreno e riduce drasticamente l’umidità disponibile. Quando arriva un secondo episodio, il suolo è ormai così secco che quasi tutta l’energia del Sole viene trasformata direttamente in calore anziché essere utilizzata per evaporare l’acqua.

Questo processo, noto come feedback tra umidità del suolo e temperatura, era già stato osservato durante l’estate del 2003, ma nelle simulazioni dello studio raggiunge livelli ancora più marcati, contribuendo a rendere le seconde ondate di calore ancora più persistenti.

Uno dei messaggi principali della ricerca è che non esiste una causa unica delle ondate di calore più estreme.

Gli eventi peggiori nascono dall’interazione tra anticicloni persistenti, grave siccità del suolo, mari molto caldi vicino all’Europa, anomalie fredde nell’Atlantico settentrionale e naturale variabilità del sistema climatico.

Nessuno di questi elementi, preso isolatamente, è sufficiente a generare uno scenario estremo. È la loro combinazione a creare le condizioni per eventi senza precedenti.

Gli impatti potrebbero superare quelli sperimentati finora

Secondo gli autori, scenari di questo tipo potrebbero mettere contemporaneamente sotto pressione numerosi sistemi. Un’esposizione al caldo per settimane aumenterebbe mortalità, ricoveri e perdita di produttività lavorativa.

La siccità estrema aggraverebbe la scarsità d’acqua, favorirebbe incendi, danneggerebbe raccolti ed ecosistemi e potrebbe compromettere la qualità delle acque con morie di pesci e proliferazioni algali.

Anche il sistema energetico potrebbe entrare in difficoltà: la richiesta di elettricità per il raffrescamento crescerebbe proprio mentre la disponibilità d’acqua per il raffreddamento delle centrali diminuirebbe, come già osservato durante l’estate del 2018.

Secondo i ricercatori, il rischio è quello di superare soglie che la società europea non ha mai sperimentato, con effetti a cascata tra salute pubblica, ambiente, economia e infrastrutture.

Prepararsi agli scenari peggiori?

Gli autori ribadiscono che le loro simulazioni rappresentano scenari fisicamente plausibili, non previsioni. L’obiettivo è comprendere quali possano essere i limiti superiori del rischio nel clima attuale, perché la storia recente insegna che eventi ritenuti quasi impossibili possono verificarsi. L’ondata di calore che colpì il Pacifico nord-occidentale nel 2021 ne è un esempio.

Il messaggio conclusivo dello studio è quindi un invito a ripensare le strategie di adattamento ai cambiamenti climatici. Prepararsi soltanto agli eventi già osservati potrebbe non essere sufficiente: le simulazioni indicano che il clima di oggi potrebbe ancora riservare ondate di calore molto più persistenti, consecutive e accompagnate da siccità estrema e anomalie oceaniche, con impatti potenzialmente molto superiori a quelli sperimentati finora.

© Riproduzione riservata