La crisi energetica continua a essere affrontata come un problema di approvvigionamento. Ogni nuova tensione geopolitica riaccende la corsa al petrolio e al gas, nella speranza di contenere i prezzi dell’energia, frenare l’inflazione e proteggere famiglie e imprese. Ma questo approccio guarda agli effetti, non alle cause. La vera questione economica è un’altra: quanto costa continuare a dipendere dai combustibili fossili?
Il dibattito rilanciato sul Corriere della Sera dagli scienziati Antonello Pasini e Stefano Caserini parte proprio da questo punto. La crisi attuale non è soltanto la conseguenza di una guerra o di una tensione internazionale: è il risultato di un modello energetico che lega la stabilità economica europea a risorse concentrate in pochi Paesi del mondo. Finché petrolio e gas resteranno il pilastro del sistema energetico, ogni crisi geopolitica continuerà a trasformarsi in inflazione, rincari, incertezza per le imprese e perdita di competitività.
La dipendenza energetica pesa sui conti dell’economia
Per oltre un secolo petrolio, gas e carbone hanno sostenuto lo sviluppo industriale. Oggi, però, rappresentano uno dei principali fattori di instabilità economica.
Ogni aumento del prezzo del greggio si traduce in bollette più elevate, maggiori costi di produzione, rincari nei trasporti e minore potere d’acquisto delle famiglie. A ciò si aggiunge un elemento spesso sottovalutato: il controllo delle risorse fossili continua a essere uno dei principali fattori di tensione internazionale. Le guerre e le crisi diplomatiche che interessano le aree di produzione hanno effetti immediati sulle economie importatrici, Europa in testa.
La sicurezza energetica, dunque, non consiste più semplicemente nell’assicurarsi nuove forniture, ma nel ridurre progressivamente la dipendenza da materie prime il cui prezzo e la cui disponibilità restano condizionati dagli equilibri geopolitici.
Alla vulnerabilità energetica si aggiunge un secondo costo, ancora più rilevante nel lungo periodo: quello del cambiamento climatico.
Le emissioni generate dalla combustione di petrolio, gas e carbone stanno modificando gli equilibri climatici su cui si è sviluppata la crescita economica degli ultimi millenni. Secondo le stime richiamate dagli scienziati, senza una rapida uscita dalle fonti fossili il PIL mondiale potrebbe subire una riduzione fino al 10% entro la fine del secolo, un impatto economico ben superiore ai costi necessari per realizzare la transizione energetica.
Ma gli effetti sono già visibili. Il cambiamento climatico riduce la produttività agricola, aumenta la frequenza di incendi, alluvioni e altri eventi estremi che danneggiano infrastrutture e imprese, fa crescere la spesa sanitaria e i costi assicurativi, riduce il valore degli immobili nelle aree più esposte e alimenta migrazioni climatiche destinate ad avere ricadute anche economiche e sociali sull’Europa. Sono fenomeni che incidono direttamente sulla crescita e sulla capacità competitiva dei sistemi produttivi.
La transizione non è più la scelta più costosa
Per anni il principale argomento contro la transizione energetica è stato quello dei costi. Oggi i numeri raccontano una storia diversa.
Secondo l’Agenzia Internazionale per le Energie Rinnovabili (Irena), nel 2024 l’eolico onshore produce energia a costi inferiori del 53% rispetto ai combustibili fossili più competitivi, mentre il fotovoltaico costa il 41% in meno. Ancora più significativo è il dato secondo cui il 91% dei nuovi impianti rinnovabili installati nel mondo è già economicamente più conveniente rispetto alle alternative fossili.
La questione, quindi, non è più se le energie rinnovabili siano sostenibili dal punto di vista economico, ma quanto costi ritardarne l’adozione.
Sempre sul Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli sul tema invita a superare una narrazione che continua a contrapporre ambiente ed economia. Considerare il Green Deal esclusivamente come un insieme di vincoli burocratici significa ignorare la trasformazione in corso nei mercati internazionali.
Le imprese che hanno investito in efficienza energetica, innovazione e sostenibilità sono spesso quelle che mostrano maggiore competitività, attraggono più investimenti e si presentano meglio sui mercati globali. Anche l’Italia dispone di competenze importanti nell’economia circolare, nel riciclo delle materie prime e nelle tecnologie ambientali. Rinunciare a questo vantaggio significherebbe lasciare ad altri Paesi la leadership nei nuovi settori industriali della transizione.
Il vero costo è restare immobili
Naturalmente la transizione richiede investimenti consistenti. Servono edifici più efficienti, reti elettriche moderne, sistemi di accumulo, trasporti elettrificati e politiche capaci di accompagnare famiglie e imprese nel cambiamento.
Ma il confronto corretto non è tra spendere o non spendere. È tra investire oggi oppure pagare domani un conto molto più elevato, fatto di crisi energetiche ricorrenti, danni climatici sempre più frequenti, perdita di competitività industriale e minore crescita economica.
Ogni anno di ritardo aumenta il costo complessivo della trasformazione.
Per troppo tempo la transizione energetica è stata raccontata come una rinuncia necessaria per proteggere l’ambiente. Oggi è sempre più evidente che rappresenta soprattutto una scelta di politica economica e industriale.
Ridurre la dipendenza dalle fonti fossili significa aumentare la sicurezza energetica, rendere meno vulnerabile il sistema produttivo agli shock geopolitici, contenere la volatilità dei prezzi e costruire nuove filiere ad alto valore aggiunto.
La domanda non è più, dunque, se la transizione abbia un costo. La vera domanda è quanto costi, per cittadini, imprese e conti pubblici, continuare a rimandarla. I dati indicano una risposta sempre più chiara: l’inazione rischia di essere l’opzione economicamente più onerosa.
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