Perché il governo diviso a Washington non salverà l’Europa dalle sue fragilità strutturali

 

L’imminente arrivo delle elezioni di Midterm, con la molto probabile perdita della Camera e il rischio di perdere il Senato per il presidente Trump, genera un vento di speranza in molti americani, ma soprattutto negli europei. Dopo due anni burrascosi tra Washington e Bruxelles, desiderare un riposizionamento commerciale e diplomatico nei confronti del vecchio continente è una normale aspirazione europea. Tuttavia, è necessario muoversi con cautela e frenare le conclusioni affrettate: la politica estera americana segue processi più complessi e Trump – per quanto eufemisticamente irrequieto – è veicolo di sentimenti ben radicati nel corpo elettorale americano. 

Il presidente statunitense ha senza dubbio grande potere nelle questioni di politica estera; tuttavia, identificarla unicamente con il presidente in carica sarebbe un errore. Come scrisse Edward Corwin, la Costituzione statunitense è «un invito aperto a lottare per la gestione della politica estera». La Carta fondamentale crea deliberatamente uno scontro tra la “spada” del Presidente e la “borsa” del Congresso. Chiaramente questo concetto rimane un invito: la consuetudine ha fatto sì che sia la Casa Bianca a lanciare le iniziative e il Congresso ad agire di risposta. Nel caso attuale, l’eventuale delinearsi di un governo diviso con un presidente repubblicano e un Congresso democratico non determinerebbe tanto un cambio radicale di rotta, quanto piuttosto una politica estera più frammentata e meno lineare. È fondamentale comprendere questo attrito proprio dal punto di vista europeo: non ci si deve aspettare una svolta immediata, quanto piuttosto un partner che passa dalla contrapposizione formale con l’UE a un attore al cui interno si consuma uno scontro politico permanente. Una dinamica che si declinerà in commissioni d’inchiesta parlamentari sull’operato dell’amministrazione Trump, in uno scrutinio costante dei membri di governo e nel forte scossone che tutto ciò darà alla politica e alla democrazia americana. 

I dossier aperti sul tavolo transatlantico sono vari, ma quello preminente rimane la guerra russo-ucraina. A prescindere dagli sviluppi del conflitto, ciò che potrà cambiare è un maggiore sostegno statunitense alla causa ucraina, anche nell’ottica di ricucire i rapporti dopo le tensioni con il presidente Zelensky sia a Washington che a distanza. Nell’eventualità di una maggioranza democratica, la Camera cercherebbe di usare le leggi di stanziamento (Power of the Purse) per blindare la spesa a favore di Kiev. Almeno a parole, il supporto democratico alla causa è evidente: lo scorso 19 ottobre i parlamentari Meeks, Smith e Himes, in una dichiarazione congiunta, hanno chiarito l’indirizzo del Congresso: «Il Congresso deve agire e fare ciò che questa amministrazione si rifiuta di fare: difendere l’Ucraina, tutelare gli interessi dell’America e mettere in chiaro che l’aggressione autocratica non sarà premiata.». Ciò che non cambierà è la condivisione del conto del sostegno americano: la Camera esigerà dai Paesi UE una copertura finanziaria crescente per la difesa del proprio continente, spingendo per un disimpegno progressivo delle risorse USA. 

Per quanto riguarda l’altro dossier caldo, quello commerciale, è fondamentale evitare la tentazione nostalgica di un ipotetico ritorno alla situazione pre-MAGA. Un cambio di colore politico nel Congresso non vorrà dire un ritorno al liberismo classico, quanto piuttosto la conferma bipartisan del protezionismo commerciale come strumento permanente di politica economica a Washington. Difatti, i Democratici perseguono politiche che mettono al primo posto la forza lavoro statunitense: attraverso una strategia basata su maxi-sussidi interni e incentivi alla manifattura americana, Washington attrae capitali e deindustrializza settori chiave dell’UE, a partire da quello automobilistico e dalla transizione verde.  

Inoltre, che l’UE sia principalmente un gigante regolatore è per noi europei un dato di fatto complesso, ma per gli statunitensi rappresenta uno dei principali motivi di scontro. I Democratici non saranno sponde accomodanti di fronte alle normative europee. In una lettera ufficiale inviata alla Casa Bianca dai vertici della Commissione Finanze del Senato già il 9 marzo 2023, il Congresso ha denunciato in modo bipartisan e senza mezzi termini l’agenda digitale europea – dall’AI Act al DMA e al DSA – definendola un tentativo dell’UE di «stabilire la propria sovranità digitale» erigendo barriere discriminatorie a tutela dell’industria continentale. Un monito chiaro per Bruxelles: la tutela del primato tecnologico della Silicon Valley è un imperativo strategico a cui Washington non intende rinunciare. Le posizioni difensive, e di conseguenza aggressive, della politica statunitense nei settori strategici proseguiranno: gli americani tuteleranno la propria leadership tecnologica contro le velleità regolatorie di Bruxelles e la serrata competizione con la Cina. 

Mentre Washington vive questo scontro verticale tra il Congresso e l’Esecutivo, Bruxelles affronta una paralisi orizzontale: lo scontro sull’unanimità nel Consiglio, la differente analisi sul rischio russo tra i Paesi del Nord/Ovest e quelli del Sud/Est, e il dibattito sull’emissione di Eurobond per la difesa. Con il cambio di colore del Congresso americano, deve essere nostra cura non cadere nella trappola ideologica di un illusorio stravolgimento. Gli Stati Uniti sono un impero in crisi interna, che fatica a trovare un equilibrio tra forze e aspirazioni sempre più polarizzate a livello popolare. Allo stesso tempo, mentre Washington è imbrigliata nel polarismo istituzionale interno, Bruxelles rimane frenata dalla frammentazione dei suoi 27 Stati membri.  

Sperare in un Congresso illuminato o in una Casa Bianca amica non risolve i problemi strutturali dell’Unione. La lezione fondamentale da chiarire è che l’Unione Europea non può rimanere uno spettatore pagante delle lotte d’influenza interne a Capitol Hill. Comprendere la complessità di Washington è l’unico modo per spingere l’UE a costruire, senza più alibi, una vera e propria autonomia strategica, industriale e militare. 

 

 

 

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