La Lista studentesca conquista il 52,65% dei voti e si avvia a ottenere la maggioranza assoluta in Parlamento, mettendo fine a 14 anni di dominio del Partito progressista serbo. Decisive le proteste contro la corruzione dopo la tragedia di Novi Sad. Bruxelles apre al dialogo, ma restano da chiarire i rapporti con Mosca e il percorso di adesione all’Ue.

 

La Serbia volta pagina. Dopo quasi due anni di proteste contro la corruzione e il sistema di potere di Aleksandar Vucic, il movimento studentesco ha sconfitto alle elezioni parlamentari anticipate la coalizione del presidente uscente, aprendo una nuova fase politica per il Paese balcanico. La Lista studentesca ha ottenuto il 52,65% dei voti, contro il 39,2% della coalizione Serbia Unita, guidata dal Partito progressista serbo (Sns). Secondo gli ultimi risultati diffusi dalla Commissione elettorale, il movimento si avvia a conquistare circa 140 seggi sui 250 del Parlamento, una maggioranza sufficiente a governare.

Il risultato mette fine a 14 anni di dominio dell’Sns e al lungo ciclo politico di Vucic, al potere dal 2014, prima come primo ministro e poi, dal 2017, come presidente della Repubblica. A certificare la portata della sconfitta è stato lo stesso leader nazionalista, che ha riconosciuto la vittoria degli avversari poche ore dopo la chiusura delle urne.

«È chiaro che abbiamo perso queste elezioni», ha ammesso Vucic davanti ai sostenitori riuniti nella sede del partito a Belgrado. Ha assicurato che continuerà la propria attività politica dall’opposizione, contestando però i metodi della campagna elettorale studentesca.

Nella capitale, intanto, migliaia di persone sono scese in strada per festeggiare. Clacson, abbracci e cori hanno accompagnato una vittoria che, per molti serbi, rappresenta molto più di un cambio di maggioranza: è la possibilità di mettere in discussione un sistema politico considerato sempre più distante dalle richieste di trasparenza e responsabilità pubblica.

Dalla tragedia di Novi Sad alla rivolta nazionale

La svolta elettorale affonda le radici nella tragedia del primo novembre 2024, quando il crollo di una pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad, seconda città del Paese, provocò la morte di 16 persone, tra cui un bambino di sei anni.

L’incidente, attribuito dai manifestanti a negligenze e irregolarità nei lavori di ristrutturazione, divenne il simbolo di un malessere più profondo. La richiesta di accertare le responsabilità si trasformò rapidamente in una contestazione del sistema di potere costruito dall’Sns, accusato dai suoi detrattori di corruzione, clientelismo e progressivo indebolimento delle istituzioni democratiche.

Le proteste si estesero dalle università alle piazze, coinvolgendo lavoratori, agricoltori, artisti e ampi settori della società civile. La mobilitazione assunse dimensioni tali da essere considerata la più grande ondata di manifestazioni nel Paese dai tempi della caduta di Slobodan Milosevic, nel 2000.

Nel gennaio 2025, le proteste contribuirono alle dimissioni del primo ministro Milos Vucevic, già sindaco di Novi Sad. Ma la concessione non bastò a fermare il movimento, che continuò a chiedere riforme strutturali, lotta alla corruzione e maggiore indipendenza delle istituzioni.

Di fronte alla pressione crescente, Vucic ha infine sciolto il Parlamento e indetto elezioni anticipate, accogliendo una delle principali richieste dei manifestanti. Dopo aver lasciato la presidenza, ha cercato di guidare direttamente la coalizione di governo nella competizione per la guida dell’esecutivo. La scelta non gli ha permesso di contenere l’avanzata degli studenti.

Una lista senza leader contro il sistema di Vucic

Il successo elettorale è legato anche alla particolare organizzazione del movimento. La Lista studentesca non ha un unico leader carismatico e ha selezionato i candidati attraverso assemblee universitarie, privilegiando figure della società civile, professionisti, tecnici, sportivi e artisti.

Una formula pensata per contrapporsi al modello politico incentrato sulla figura di Vucic e per riunire elettori con orientamenti differenti attorno a un obiettivo comune: interrompere il dominio dell’Sns e ricostruire la fiducia nelle istituzioni.

La coalizione studentesca ha così intercettato un malcontento che non riguardava soltanto i giovani universitari, ma anche cittadini delle aree rurali e gruppi sociali tradizionalmente meno vicini all’opposizione. La richiesta di responsabilità per la tragedia di Novi Sad ha offerto un terreno comune a sensibilità diverse, trasformando una protesta nata nelle università in un’alternativa politica nazionale.

Resta tuttavia da verificare la capacità del movimento di tradurre il consenso elettorale in un programma di governo condiviso. La sua eterogeneità, che durante la campagna ha rappresentato un punto di forza, potrebbe rendere più complessa la definizione delle priorità economiche e istituzionali.

La lotta alla corruzione, il rafforzamento dello Stato di diritto e la libertà dei media figurano tra le principali aspettative degli elettori. La nuova maggioranza dovrà dimostrare di saper affrontare questi temi attraverso riforme concrete, evitando che il cambiamento si limiti alla sostituzione della classe dirigente.

Serbia, la porta dell’Unione europea è aperta

La vittoria degli studenti ha suscitato reazioni immediate a Bruxelles, dove il risultato viene interpretato come un’opportunità per rilanciare il percorso europeo della Serbia.

La commissaria europea all’Allargamento, Marta Kos, si è congratulata con il movimento, sottolineando che le proteste degli ultimi due anni hanno portato al centro del dibattito temi fondamentali per l’Unione: democrazia, Stato di diritto e contrasto alla corruzione. «Per la Serbia può iniziare un nuovo capitolo. La porta dell’Ue è aperta e siamo pronti ad andare avanti insieme», ha dichiarato.

Anche la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha espresso disponibilità a sostenere le riforme relative all’indipendenza delle istituzioni, alla libertà di stampa e alla lotta alla corruzione.

Il percorso di adesione, tuttavia, non sarà automatico. I negoziati tra Belgrado e Bruxelles, avviati nel 2014, hanno incontrato ostacoli legati al funzionamento delle istituzioni democratiche, alla normalizzazione dei rapporti con il Kosovo e alla politica estera serba.

Sotto Vucic, il Paese ha mantenuto formalmente l’obiettivo dell’ingresso nell’Unione, senza però allinearsi pienamente alla politica europea nei confronti della Russia. La nuova maggioranza dovrà quindi decidere come conciliare le aspettative europee con i vincoli geopolitici ed economici che continuano a condizionare Belgrado.

Il nodo russo: continuità economica e possibili cambiamenti

La politica estera rappresenta uno dei principali interrogativi per il nuovo corso serbo. Durante il governo Vucic, la Serbia è rimasta uno dei pochi Paesi europei a non aderire alle sanzioni contro Mosca, mantenendo stretti rapporti con il Cremlino e una significativa dipendenza energetica dalla Russia.

La vittoria studentesca non implica necessariamente una rottura immediata con questa impostazione. Nel proprio manifesto, la Lista studentesca ha dichiarato di voler preservare la «partnership tradizionale» con Mosca e di opporsi a misure punitive contro la Russia.

Il Cremlino ha preso atto del risultato elettorale. Il portavoce Dmitri Peskov ha ribadito la disponibilità russa a continuare a sviluppare i rapporti con Belgrado, sottolineando che la cooperazione richiede la volontà di entrambe le parti.

Per il nuovo governo, il problema sarà trovare un equilibrio tra la continuità dei legami economici ed energetici con Mosca e le opportunità offerte da un maggiore avvicinamento all’Unione europea. La Serbia dovrà inoltre gestire i rapporti con il Kosovo, questione che rimane centrale per la stabilità dei Balcani occidentali e per il processo di integrazione europea.

Un voto storico, ma la prova comincia adesso

La partecipazione elettorale ha confermato la mobilitazione che ha accompagnato la campagna. Secondo i dati diffusi durante lo scrutinio, l’affluenza ha raggiunto livelli eccezionalmente elevati, attorno al 69,3%, segnale della rilevanza attribuita dagli elettori a una consultazione destinata a ridisegnare gli equilibri politici del Paese.

Il risultato apre una fase nuova, ma non cancella le difficoltà accumulate negli anni. La ricostruzione della fiducia nelle istituzioni, il contrasto al clientelismo e il rafforzamento dell’indipendenza dei media richiederanno interventi che vadano oltre il consenso raccolto nelle urne.

Per l’Unione europea, la Serbia rappresenta un banco di prova della propria capacità di rilanciare l’allargamento nei Balcani occidentali. Per il movimento studentesco, invece, comincia la sfida più difficile: trasformare una mobilitazione nata dalla richiesta di giustizia in un progetto politico capace di governare un Paese diviso e di affrontare le pressioni interne ed esterne.

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