Arriva in libreria l’intervista dell’unico giornalista italiano, Stefano Polli, che ha incontrato Putin dall’inizio della guerra in Ucraina. “Faccia a faccia con Putin” è il primo titolo della collana La Nuova Europa, edito da Rubbettino. Qui un’anticipazione pubblicata sull’ultimo numero della Rivista LA NUOVA EUROPA
Accade tutto molto in fretta. Un gruppo di uomini della sicurezza di Putin entra velocemente nella sala. Hanno i capelli tagliati a spazzola, gli auricolari alle orecchie, sono efficienti. In mezzo a loro c’è Putin. È agile, veloce, arriva in un attimo al suo posto, si siede, sorride chiedendo scusa per il ritardo.
Diamo subito la prima notizia. Lo zar appare in una buona forma fisica. In Occidente si sono diffuse molte voci, a più riprese, negli ultimi anni, su una presunta malattia del leader russo. Esperti di parecchi Paesi si erano cimentati in analisi e discussioni su possibili patologie. Si era parlato di un sospetto gonfiore del viso dovuto a un eventuale uso di cortisone. Lo stato di salute di Putin è, d’altra parte, molto importante per l’America e per l’Europa, anche perché nessuno crede in un possibile cambio della guardia al vertice della Russia per via democratica, cioè attraverso le elezioni.
La Russia è considerata dall’Europa un’autocrazia, le opposizioni sono inesistenti e quei pochi che osano sfidare il Cremlino finiscono male. Basta ricordare la sorte di Aleksej Naval’nyj. Non esiste un vero giornalismo libero, basta ricordare la morte di Anna Politkovskaja. Non c’è neanche, di conseguenza, un libero dibattito pubblico. I talk show in televisione vanno tutti in un’unica direzione e, molto spesso, gli esperti di politica internazionale e gli analisti interpellati hanno posizioni più estreme dello stesso Putin o degli altri vertici russi. La seconda volta che ho incontrato Putin dopo l’intervista – al forum economico – ho sentito l’intervistatore fare questa domanda allo zar: «Signor presidente, perché ancora non ha risposto ai Paesi della Nato con le bombe?», insistendo anche sull’uso del nucleare. Putin ha sorriso in maniera magnanina e ha spiegato che la Russia vincerà comunque la guerra in Ucraina e che, per farlo, non avrà neanche bisogno di usare l’arma atomica. Questo, però, è il livello del dibattito in Russia su quella che continuano a chiamare “operazione militare speciale”. Detto questo, non bisogna poi sottovalutare il fatto che una parte importante dell’opinione pubblica sia davvero d’accordo con la narrazione nazionalistica che viene fornita, sulla necessità che la Russia torni ad avere il ruolo che “meriterebbe” negli equilibri globali. Appuntatevi questo aspetto perché torneremo a parlarne e vedrete che sarà centrale per capire la Russia di oggi, arrivare al vero motivo della guerra in Ucraina e provare anche a intuire le future mosse di Mosca nei prossimi anni.
Tutto questo per dire quanto la salute di Putin sia importante per le cancellerie occidentali. Ebbene, chi in Occidente ritiene che Putin possa avere qualche problema di salute potrebbe rimanere deluso. Almeno per quello che ho potuto vedere in tre ore e mezzo seduto a un metro e mezzo dal leader russo. Putin è lucido, pronto a dare risposte a ogni tipo di domande, usando, con molta parsimonia in verità, anche l’arma dell’ironia, giocando con l’interlocutore. Il problema è che tu non puoi giocare con lui. Non è facile avere a che fare con lui. Anzi, è molto complicato. Penso ai leader occidentali che hanno dovuto affrontarlo in colloqui telefonici. È apparentemente gentile, ascolta la tua domanda, ti risponde, certo, ma è abile poi, se vuole, a riportare il discorso su quello che lui ha in mente fin dall’inizio. Per tre ore e mezzo non ha mai guardato appunti, non è mai andato in difficoltà, ha argomentato le sue tesi con lunghe disamine e ricostruzioni storiche che riproducono la visione russa del mondo, in opposizione a quella occidentale. Ma, soprattutto, Putin non è mai sembrato stanco. È sempre stato a suo agio, a volte divertito, a volte ha fatto finta di sorprendersi per certe domande che riportavano la posizione occidentale e ha risposto smontando, a modo suo, punto per punto, le posizioni di Europa e America, spesso sbeffeggiando soprattutto i poveri europei che, evidentemente, nella sua mente, contano poco. E vedremo perché.
Quindi, di fronte mi trovo un leader russo in buona forma. Il fatto che la sua narrazione sia piena di visioni opposte a quelle occidentali e non aderenti alla realtà della storia conta poco adesso. Quello che conta, per lui, è poter raccontare la sua versione. E, bisogna dargliene atto, lo fa bene. E credo di capire perché, oltre a gran parte della popolazione russa, anche una fetta sorprendentemente significativa dell’opinione pubblica europea, compresi alcuni leader di partiti importanti, siano, in qualche modo, convinti dalla narrazione russa. A cominciare da quella che i leader europei considerano la più grande delle distorsioni della realtà e cioè che la guerra sia sostanzialmente colpa della Nato che avrebbe “accerchiato” la Russia e si sarebbe avvicinata troppo, con intenti minacciosi, ai confini russi. Eppure anche papa Francesco aveva parlato dell’importanza di tenere in considerazione anche questo punto di vista.
In particolare, il papa parlò, nel settembre del 2022, «dell’abbaiare della Nato» alle porte della Russia, riprendendo e approfondendo un concetto che aveva già illustrato in un’intervista a Luciano Fontana, direttore del «Corriere della Sera», nel maggio del 2022.
Secondo Francesco, «la vittima di questo conflitto è l’Ucraina», ma aggiunse che è necessario ragionare sul «perché questa guerra non sia stata evitata» considerando che ci sono fattori internazionali che «hanno contribuito a provocare la guerra».
Ho già ricordato – disse Francesco – che un capo di Stato, a dicembre dello scorso anno, è venuto a dirmi di essere molto preoccupato perché la Nato era andata ad abbaiare alle porte della Russia senza capire che i russi sono imperiali e temono l’insicurezza ai confini. Lui ha espresso paura che ciò avrebbe provocato una guerra, e questa è scoppiata due mesi dopo. Dunque, non si può essere semplicisti nel ragionare sulle cause del conflitto. Io vedo imperialismi in conflitto. E, quando si sentono minacciati e in decadenza, gli imperialismi reagiscono pensando che la soluzione sia scatenare una guerra per rifarsi, e anche per vendere e provare le armi.
Questo era il pensiero del papa nel primo anno della guerra in Ucraina. E, come detto, non sono pochi a pensarla come lui, anche in Europa.
D’altra parte, la sua retorica lo zar la sa raccontare bene. Nessuno può negare che sia un uomo intelligente. Dalla parte sbagliata della storia, ma sicuramente non va sottovalutato, così come non devono essere semplificate le sue teorie. E questo è invece l’errore che molti, qua in Europa, fanno. Putin probabilmente crede in gran parte di quello che dice, al di là di alcune posizioni strumentali e anche questo va ricordato perché sarà un punto centrale delle conclusioni che tireremo alla fine di questo libro.
Comunque, Putin sta bene, non ha apparenti problemi di salute. È un uomo abituato a lottare, lo ha fatto per tutta la sua vita, si è conquistato pezzo dopo pezzo quello che ha ottenuto, ha creduto nella sua lunga e non semplice scalata nelle gerarchie russe. Era un ragazzo di strada nella povera San Pietroburgo degli anni Cinquanta e giocava con i topi che infestavano il palazzo dove abitava. Di quegli anni è famosa la storia del ratto messo nell’angolo. Il giovane Putin aveva inchiodato un topo in un angolo e questo ha reagito con rabbia aggredendolo. Putin racconta che quella è stata per lui una grande lezione. «Non bisognerebbe mai mettere nessuno nell’angolo». E alcuni analisti ritengono che lo zar si sia sentito nell’angolo per quella che viene percepita come «l’espansione della Nato verso est».
Il presidente russo ha sempre fatto sport. Sono note le sue foto a torso nudo a cavallo. Ha praticato arti marziali e, in particolare, il judo per lunghi anni ed è convinto che la disciplina avuta dallo sport sia alla base del suo successo e della sua resilienza.
Un collega, quando sono tornato a Roma, mi ha chiesto se, nelle tre ore e mezzo di conversazione, si sia mai allontanato per andare in bagno. È una domanda che mi ha sorpreso, ma ne ho capito subito il senso. Il mio interlocutore pensava a una qualche malattia o debolezza dello zar. Ebbene, no. Credo di poter dire che anche da questo punto di vista Putin è a posto. È rimasto incollato alla sua sedia senza alcun problema.
Lo guardo con attenzione mentre il moderatore dell’intervista ci presenta a Putin. Ognuno parla nella sua lingua. Avevo pensato che l’intervista si sarebbe svolta in inglese e russo. Invece, ognuno è libero di parlare nella propria lingua. Hanno messo in piedi un sistema incrociato di traduzioni sorprendente e molto complesso, ma tutto funziona molto bene.
Putin è seduto di fronte a me. È tranquillo, elegante. Ascolta paziente la lunga introduzione. Poi partono le domande. Si alternano i giornalisti dei Paesi amici con noi occidentali. Continuo a guardare Putin mentre risponde alla prima domanda sui rapporti bilaterali tra la Russia e uno dei Paesi amici. Mi viene in mente che per lo zar questa è, comunque, potenzialmente un’occasione importante per parlare all’Occidente. Gli unici suoi contatti con giornalisti occidentali si limitano all’intervista con Carlson. E poi basta. Adesso ci siamo noi, sei cronisti delle maggiori agenzie internazionali. Anche per lui è una situazione inedita.
Lo continuo a guardare mentre risponde alle prime domande. La traduzione arriva con qualche secondo di ritardo, ascolto il suo russo cadenzato, senza fretta. La sua è un’esposizione precisa, non dà nulla per scontato, ripete sempre quelle che considera le basi, gli architravi della narrazione russa. È una bella lezione di retorica di gran classe.
Andiamo al dunque: Putin è proprio come ve lo aspettate, ma all’ennesima potenza, è come lo vedete in Tv, ma moltiplicato per cento. È freddo, sempre presente, il suo sguardo è gelido, ma è capace di improvvise battute, sorrisi veloci per poi tornare a quel racconto cadenzato e senza espressione. Non ti fa stare a tuo agio. E, infatti, alcuni colleghi fanno domande troppo semplici, quasi banali. Capisco perché, ma non voglio fare lo stesso errore.
Anche a distanza di tempo ci sono molto spunti interessanti in quell’intervista, ancora totalmente validi oggi, anche se questo libro vuole puntare soprattutto sull’analisi dell’uomo e sulle sue strategie che emergono con grande chiarezza da questo incontro e che rappresentano un punto di partenza insostituibile per capire perché lo zar abbia deciso di invadere l’Ucraina ma, soprattutto, immaginare le future mosse della Russia.
Vale la pena di riportare alcuni passaggi del presidente russo a cominciare dalla motivazione della guerra. Ecco il virgolettato di Putin: «Tutti ritengono che sia stata la Russia a iniziare la guerra, ma invece è iniziata quando c’è stato un colpo di Stato in Ucraina». La Russia, secondo la narrazione di Putin, è intervenuta per aiutare le popolazioni russofone colpite «con le armi» da Kiev. Il leader russo si riferisce al conflitto tra gli ucraini e la popolazione russofona nell’est del Paese, in quel Donbass che è al centro delle rivendicazioni russe. Il fatto che Putin sottolinei questo aspetto di fronte a sei cronisti occidentali è significativo. Vuole mandare un chiaro messaggio, rovesciando la responsabilità sull’Ucraina, che per lui è uno Stato «nazista», e su Europa e America che appoggiano Kiev. Come vedremo in seguito, però, non è questo l’unico motivo della guerra e il punto centrale che alberga nella mente di Putin emergerà progressivamente durante l’intervista. Basta mettere insieme le varie tessere del puzzle.
Interessante è anche la posizione sull’Europa. Il presidente russo se la prende, in particolar modo, con la Francia e la Germania. Il leader russo ha, nel giugno del 2025, definito «deficienti» gli europei e, in particolare, il gruppo dei «volenterosi» perché sono «pronti ad adottare sanzioni contro la Russia a loro discapito». Nell’intervista di San Pietroburgo, un anno prima, è stato più chiaro, spiegando esattamente perché considera fallimentare la dottrina politica ed economica messa in campo dall’Europa contro la Russia. Sottolinea quella che lui chiama la crescita dell’economia russa e la confronta alle difficoltà delle economie europee a cominciare dalla Germania. «Là nessuno difende gli interessi tedeschi, perché non usano il gasdotto che gli è rimasto?» Questa frase è importante, traduciamola. Questo è il messaggio di Putin agli europei: perché non continuare a comprare il nostro gas come prima. È un interesse comune perché, sottintende Putin, con le vostre politiche «danneggiate voi stessi». Guardate la Francia: «[…] è sull’orlo della recessione». Putin ha espresso questa tesi con un leggero sorriso, quasi deridendo i leader europei. E c’è un altro messaggio implicito, ma chiarissimo: noi ce la caviamo benissimo. E voi? Instillare dubbi fra gli europei è un’altra delle tattiche russe. E, devo ammettere, che qualche volta e da qualche parte in Europa funziona… D’altra parte va detto che, in una parte dell’Europa è, da qualche tempo, ripartito il dibattito, francamente un po’ surreale, sulla possibilità di tornare a comprare energia dalla Russia. Una parte dell’opinione pubblica, alcune aziende e qualche partito hanno rilanciato questa idea che però rimane inaccettabile per i leader europei. L’appoggio all’Ucraina, giustamente, non prevede accordi economici con la Russia di Putin. La scelta fatta è chiara e netta e non ammette cedimenti.
Con il senno di poi, c’è un passaggio su Trump illuminante. In quel momento alla Casa Bianca c’era ancora Biden che aveva un pessimo rapporto con Putin, al quale aveva dato più di una volta del «figlio di puttana» e del «dittatore». Mancavano pochi mesi alle elezioni Usa e alla domanda su chi fosse il suo candidato preferito, Putin ha voluto far credere di voler volare alto. Ma fino a un certo punto. Ha prima detto che la Russia non era interessata a chi avrebbe vinto le elezioni, aggiungendo che non era vero che lui avesse una «relazione speciale» con Trump. Ma, subito dopo, ha aggiunto che negli Usa c’era chiaramente una «persecuzione giudiziaria» verso Trump. Insomma, una difesa d’ufficio importante verso quello che poi diventerà non più un nemico – come Biden – ma, forse, un partner con il quale discutere non soltanto di Ucraina, ma anche di affari e di nuovi equilibri geopolitici da costruire insieme.
Continuo a osservare Putin, mentre proseguono le domande. L’intervista è interessante, l’esperienza che sto facendo non ha prezzo. A un certo punto, penso che sto imparando di più osservando il leader russo che ascoltando le sue risposte. In realtà è un bel mix tra annotazioni delle sue frasi e le percezioni che ho guardandolo mentre parla.
Però, in questa intervista manca ancora il “picco”. Manca la notizia che fa il titolo. E a questo punto tocca a me.
E, allora, decido di provare a fare la domanda che ritengo sia quella giusta, quella che tutti si aspettano in Europa ma che, fino a ora, incredibilmente nessuno ha ancora fatto. Uno dei colleghi “occidentali” ha iniziato la sua domanda raccontando che da giovane amava la letteratura russa, che si è nutrito di Dostoevskij e Tolstoj. Putin lo ha guardato socchiudendo un po’ gli occhi, questa volta davvero quasi sorpreso da un approccio di questo tipo. Chi non ama i grandi scrittori russi? Ma forse non è il caso di raccontarlo a Putin. O, quantomeno, di iniziarci una domanda. Che un sottile inizio della sindrome di Stoccolma si stia infilando lentamente in qualcuno di noi? Scaccio il dubbio, perché il moderatore mi sta presentando a Putin e ricorda che l’Italia è uno dei Paesi che ha rapporti «non amichevoli» con la Russia in questa fase storica. Putin è davanti a me e mi guarda incuriosito. E allora io faccio la domanda, senza girarci troppo intorno.
Faccio una breve premessa sulla posizione europea e poi chiedo: «Che cosa pensa della decisione di alcuni Paesi europei di consentire l’uso dei propri missili per colpire anche in territorio russo?» James, il collega della Ap, che è seduto alla mia sinistra, mi manda un’occhiata di traverso. Più tardi mi dirà: «Mi hai rubato la domanda, era quella giusta e nessuno ancora l’aveva fatta».
D’altra parte, è la notizia di quei giorni. Un’escalation sensibile nell’approccio europeo, un passo decisivo che alla Russia non piace neanche un po’ perché significa che il suo territorio, da oggi, sarà colpito con più facilità da parte degli ucraini.
Putin si aggiusta leggermente sulla sedia. Questo gesto mi fa capire che era la domanda che lo zar aspettava perché gli dà la possibilità di rispondere “in diretta” alla nuova posizione occidentale.
In sintesi dice: se ci colpite, vi colpiremo. Stavolta ho anticipato la “traduzione”. La risposta di Putin è più articolata, nel suo stile, ma il nocciolo è questo. Mosca, afferma il leader russo, potrebbe riflettere sul diritto di reagire all’uso da parte di Kiev di missili occidentali contro il suo territorio fornendo a sua volta le stesse armi alle regioni del mondo da dove verranno sferrati attacchi a siti sensibili di quei Paesi che forniscono armi all’Ucraina, cioè della Nato.
Nella sala, tutti scrivono più velocemente e prendono gli appunti della risposta di Putin. Siamo tutti consapevoli che adesso abbiamo il titolo. Putin smette di parlare e mi guarda. Io ascolto ancora un po’ la traduzione. Poi Putin riprende la parola e mi chiede.
«È tutto chiaro? Ha bisogno di ulteriori spiegazioni?»
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