Questo articolo di Riccardo Luna è stato pubblicato sulla Rivista LA NUOVA EUROPA
C’è una pandemia che tutti conosciamo benissimo ma di cui nessuno parla in pubblico. Come se ce ne vergognassimo. Come se temessimo che qualcuno poi ci dica che è tutta colpa nostra. Come se in fondo sperassimo che le cose a un certo punto andranno a posto da sole. Ma non accadrà.
Questa pandemia non ha ancora un nome, nessuno l’ha davvero certificata anche se i dati scientifici e le statistiche iniziano ad essere impressionanti. Sono numeri che riguardano gli adolescenti del mondo occidentale e indicano una crescita vertiginosa di ansia, depressione e disturbi vari dell’attenzione. Chiarisco: l’adolescenza non è mai stata una passeggiata di salute; è piuttosto un viaggio in un bosco senza mappa, a volte può essere divertente ma più spesso crea disagio e a volte fa anche paura. Il giovane Werther e il giovane Holden in epoche molto diverse si facevano domande simili sul senso della vita e si sentivano egualmente estranei al mondo degli adulti. Parliamo insomma di un fenomeno ciclico e per certi versi persino naturale. Epperò adesso è diverso. O almeno così ci appare. Il virus del mal di vivere sembra più grave, più urgente, più diffuso. Una pandemia appunto.
Da che dipende questa infelicità dilagante?
Forse dal fatto che il mondo è per molti sempre più brutto privo com’è di un futuro desiderabile? Possibile. Oppure dal tempo eccessivo che i giovani trascorrono ogni giorno scrollando contenuti social dai rispettivi smartphone? Questo è addirittura probabile. I danni dei social network ormai non sono più una ipotesi teorica o un facile alibi: sono un fatto dimostrato. C’è una letteratura scientifica imponente al riguardo. Com’è dimostrato che chi guida le grandi aziende tecnologiche che controllano i social network e i loro algoritmi, era a conoscenza dei danni collaterali causati dalla ricerca dell’engagement a tutti i costi. Ne erano a conoscenza e non si sono fermati per poter guadagnare di più. Se ne sono fregati della salute mentale dei ragazzi. Se al mondo esiste qualcosa di imperdonabile, questo comportamento lo è.
Insomma volendo provare a capire le ragioni del mal di vivere di molti adolescenti, sia la perdita di una idea di futuro che gli effetti perversi della vita social non sono ragioni da escludere a priori, anzi. Ma è tutto qui? Forse no. Alla fine di novembre una newsletter del New York Times ne ha aggiunta una terza, sebbene in forma di domanda: “E se fossero le scuole, il sistema scolastico, una parte del problema?”. Non si tratta di accusare nessuno ma non c’è insegnante oggi che non ammetta che “qualcosa è andato storto” anche nel mondo della scuola. Se provate a parlarci, con gli insegnanti, vi diranno che un numero preoccupante di studenti sembra aver alzato un muro invisibile rispetto a chi parla dalla cattedra: guardano i professori come guardano sui social i video senza audio, ma in questo caso senza sottotitoli. Per abitudine e per pigrizia le stanze dentro le scuole le chiamiamo ancora aule ma per molti sono diventate più simili a degli acqauri; e i pesci, in questa storia, sono i docenti. Mentre loro spiegano, muti, i ragazzi sono da un’altra parte.
Questo distacco, questa frattura si può già misurare.
Non esistono ancora dati italiani ma per esempio negli Stati Uniti si registra una crescita vertiginosa di studenti che hanno depositato nella rispettiva scuola un certificato medico con la diagnosi di ADHD, il deficit dell’attenzione. Non è questa la sede per entrare nella storia clinica – piuttosto recente – di questa sindrome. Ma è la diffusione dilagante a colpire: uno studente su quattro in America ne sarebbe vittima. Quel certificato segnala un disagio reale – la difficoltà di concentrarsi, di seguire la lezione, di svolgere un compito scritto senza distrarsi -; e attiva un percorso didattico personalizzato (PDP) che serve a rendere la vita scolastica più agevole (meno compiti, solo interrogazioni programmate e mappe concettuali davanti agli occhi per poter rispondere). Perchè sta succedendo? Perché il disturbo dell’attenzione da eccezione sta diventando la norma? La risposta più immediata è anche la più facile: è colpa dei social, in particolare di Tik Tok, che ha “formattato” – è proprio il caso di dirlo – il cervello dei ragazzini sulla durata dei suoi video, corti, cortissimi, a volte di appena otto secondi. Otto secondi infatti è diventata la durata massima in cui alcuni – molti, troppi – di noi riescono a seguire un argomento prima di aver bisogno di fare altro, qualcosa che garantisca una nuova scarica di dopamina.
Ma la ADHD per molti studenti è anche altro. E’ uno scudo protettivo. E’ lo strumento con il quale si difendono da una scuola che non capiscono e di cui non comprendono più l’utilità. Studiare in questo modo, pensano, non serve a niente: perché ci costringono a farlo? Prima di dire che sbagliano (per gli adulti i giovani sbagliano sempre), fermiamoci un istante. Sono già trascorsi venti anni di rivoluzione digitale: in questi venti anni abbiamo cambiato modo di vivere, di viaggiare, di comprare, di informarci, di fruire di contenuti, di parlare con gli amici e di trovare nuovi amori; ma la scuola è rimasta sostanzialmente la stessa. Sì, da qualche parte c’è una lavagna elettronica appesa al muro e abbiamo portato la banda larga ovunque. Ma la lezione è rimasta frontale come quella che si faceva un secolo fa. Qualcosa in realtà è cambiato. Ogni tanto è arrivato un ministro che ha riformato l’esame di maturità o il valore del voto in condotta pensando di fare una rivoluzione ma è come pensare di cambiare un ristorante aggiornando solo la lista dei dessert. Tutto il resto infatti, la sostanza, è rimasta immutata: le materie, gli orari, i compiti a casa. Il nozionismo. Un nozionismo percepito come intollerabile in un mondo in cui tutte le risposte possibili con l’intelligenza artificiale sembrano a portata di clic: per questo più che imparare a memoria una poesia di Catullo oggi a scuola dovremmo capire la meraviglia e il dolore dell’amore; invece di chiedere l’anno della morte di Socrate, dovremmo riflettere sul senso di bere la cicuta. E invece no: gli abbiamo vietato lo smartphone in classe. Giusto, era ora. Ma in cambio di cosa?
Per questo c’è una pandemia e prima iniziamo a parlarne senza pregiudizi e meglio è. Non è il momento della accuse, è il momento delle domande. Siamo sicuri che qualcosa non andasse cambiato? Siamo sicuri che quando dei ragazzini cresciuti con uno smartphone o un tablet in mano fin dai primissimi anni di vita (errore madornale, ma questo è un altro discorso); siamo sicuri che mettere loro in mano un libro inutilmente grande e pesante – ecco cosa è cambiato negli ultimi venti anni in Italia: il peso e le dimensioni dei libri! -; mettere loro in mano un mattone e dire “adesso studia”, sia la strada migliore per accendere dentro di loro la passione per il sapere che ne farà delle persone migliori? Invece di venire incontro a studenti che – non per colpa loro – hanno subito una vera mutazione cognitiva, la scuola è rimasta immobile. Anzi, è arretrata. Ha fatto quello che nella storia fanno le istituzioni prima di essere spazzate via. Ha rivendicato orgogliosamente che era meglio prima. Il mondo di prima. E’ possibile, chissà. Ma quel mondo non c’è più e riproporre il passato come obiettivo del futuro è un errore che nessun giovane ci perdonerà. Per gli studenti il risultato, secondo il New York Times, ha un nome preciso, inequivocabile: si chiama “school daze”, stordimento scolastico. L’anticamera della depressione.
Cosa dovremmo fare? Aprire un grande dibattito nazionale. Non dividerci per una volta in destra e sinistra, mettere da parte la questione su di chi è la colpa perchè è colpa un po’ di tutti. Rimettere al centro gli studenti (che poi sono i nostri figli o nipoti, non fa differenza) e gli insegnanti. Discutere davvero di che modello di scuola c’è bisogno. Studiare il famoso modello finlandese per capire se c’è qualcosa di buono anche per noi. Andare nelle pochissime scuole italiche che stanno davvero sperimentando una nuova didattica che include l’intelligenza artificiale al servizio degli studenti e vedere l’effetto che fa. E poi smetterla di dare gli smartphone o i tablet a bambini di pochissimi anni; e non pensare nemmeno di poterlo vietare improvvisamente quando uno ne ha 15 di anni.
C’è un tema di risorse, c’è sempre un tema di risorse quando si parla di scuola. Di insegnanti pagati troppo poco eccetera eccetera. Lo dico chiaramente: è un alibi. Se è questo il motivo per non fare nulla la verità è l’argomento che non ci interessa abbastanza. In questo momento nel mondo centinaia di miliardi di dollari vengono investiti per addestrare modelli di intelligenza artificiale. Si tratta di somme stratosferiche che servono per insegnare a degli algoritmi ad essere migliori, a fare meno errori, ad avere un’idea di mondo. La nostra idea di mondo. Pensate se una somma simile la investissimo sulla scuola, se la investissimo sull’apprendimento di esseri umani. Pensate solo per un attimo che impatto formidabile che avremmo. Se invece non faremo nulla “la generazione ansiosa” rischia di diventare “la generazione perduta” e allora sì che le macchine potranno prendere il nostro posto senza grandi sforzi.
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