Ci sono due Americhe che festeggiano lo stesso compleanno.

La prima è quella che interessa alle imprese e ai mercati. È l’America che continua a rappresentare il primo mercato extraeuropeo per molte aziende italiane, che nel 2026 dovrebbe far crescere l’export italiano di beni di un ulteriore 1,9%, secondo le ultime  stime di Sace, trainato dalla meccanica strumentale, dai mezzi di trasporto e dalla farmaceutica. È il Paese che continua a essere il principale polo mondiale dell’innovazione, della finanza e dell’intelligenza artificiale.

La seconda è quella che raccontano i media internazionali. È un’America attraversata da una polarizzazione politica senza precedenti recenti, con un presidente sopravvissuto a ripetuti tentativi di attentato, una Corte Suprema che continua a ridefinire gli equilibri istituzionali e un dibattito sempre più acceso sulla qualità della democrazia americana.

Le due fotografie convivono. Ed è proprio questa la chiave con cui leggere il 250esimo anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza, che cade il 4 luglio.

L’America che compra Italia

Se c’è un terreno sul quale il rapporto tra Italia e Stati Uniti continua a mostrare grande solidità, è quello economico.

Nonostante le tensioni geopolitiche, il ritorno dei dazi e una fase di crescente protezionismo, gli Stati Uniti restano uno dei mercati più importanti per le imprese italiane. Le previsioni di Sace indicano che anche nel 2026 le esportazioni verso gli Usa continueranno a crescere, confermando un trend destinato a rafforzarsi nei due anni successivi.

A trainare saranno soprattutto le eccellenze che da sempre rappresentano il punto di forza del Made in Italy: dalla meccanica ai mezzi di trasporto, fino alla farmaceutica. Ma è nei consumi che si gioca la partita più interessante. Moda, arredamento, design, agroalimentare di qualità, vino, nautica e lifestyle italiano continuano infatti a trovare negli Stati Uniti un pubblico disposto a riconoscere valore a prodotti che raccontano qualità, autenticità e tradizione.

Nemmeno la stagione dei dazi sembra aver modificato in modo sostanziale, dunque, questa relazione. Secondo le analisi di Sace, il loro impatto sulle esportazioni italiane è stato finora contenuto e non ha invertito la tendenza alla crescita. Un elemento che rafforza la convinzione del governo, ribadita dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, secondo cui il traguardo dei 700 miliardi di export resta alla portata. “Il prodotto italiano piace”, ha sintetizzato il ministro. E il mercato americano continua a dimostrarlo.

L’America che racconta il New Yorker

Poi c’è un’altra America.

Quella che il New Yorker definisce il Paese delle “commemorazioni complicate”, dove gli anniversari raccontano spesso più il presente che il passato.

Il semiquincentenario arriva infatti in un momento delicato. La recente decisione della Corte Suprema sul diritto di voto ha riacceso il dibattito sulla tenuta delle garanzie democratiche. La violenza politica è tornata nella cronaca americana. E il clima resta segnato da una polarizzazione che attraversa Congresso, magistratura e opinione pubblica.

In questo contesto il 4 luglio rischia di essere meno una festa nazionale e più uno specchio delle fratture del Paese.

Un copione che si ripete da due secoli

Del resto, la storia americana racconta che le grandi celebrazioni non sono mai state semplici esercizi di memoria.

Nel 1826, durante il cinquantesimo anniversario dell’indipendenza, il presidente John Quincy Adams rinunciò ai grandi discorsi. Lo stesso giorno morirono Thomas Jefferson e John Adams, due Padri fondatori che avevano incarnato visioni opposte dell’America ma anche il primo passaggio pacifico del potere tra schieramenti rivali.

Il centenario del 1876 arrivò invece mentre il Paese usciva dalla Guerra civile. Ulysses Grant celebrava i progressi economici della giovane nazione proprio mentre un’elezione contestata e il compromesso politico che ne seguì mettevano fine alla stagione della Reconstruction, interrompendo il processo di tutela dei diritti degli afroamericani.

La storia americana insegna che gli anniversari importanti coincidono quasi sempre con momenti di ridefinizione dell’identità nazionale.

La promessa incompiuta dell’uguaglianza

Il nodo, in fondo, è sempre lo stesso.

La Dichiarazione d’Indipendenza afferma che tutti gli uomini sono creati uguali e portatori di diritti naturali che precedono qualsiasi legge.

La Costituzione, scritta pochi anni dopo, costruisce invece un sistema fondato sul consenso popolare e sul bilanciamento dei poteri.

Tra questi due documenti si è sviluppato, per due secoli e mezzo, il grande dibattito americano.

La schiavitù, la segregazione razziale, il suffragio femminile, i diritti civili, l’aborto e oggi persino il diritto di voto sono stati letti, di volta in volta, come applicazioni oppure come limiti di quella promessa originaria.

Il caso simbolo resta la sentenza Dred Scott del 1857, con cui la Corte Suprema negò la cittadinanza agli afroamericani sostenendo che i Padri fondatori non avessero mai inteso includerli nel principio di uguaglianza.

Fu Abraham Lincoln a ribaltare quella lettura. Quel principio, spiegò alla vigilia della Guerra civile, non descriveva l’America del 1776: rappresentava un obiettivo “per un uso futuro”, una promessa ancora da realizzare.

Anche i mercati guardano alle istituzioni

Per chi investe, tutto questo non è soltanto un dibattito storico.

La qualità delle istituzioni democratiche, la prevedibilità delle decisioni della Corte Suprema, la stabilità delle regole e la credibilità del processo elettorale rappresentano variabili economiche tanto quanto il Pil o i tassi d’interesse.

Gli Stati Uniti restano la prima economia mondiale proprio perché, nel lungo periodo, hanno costruito fiducia attorno alle proprie istituzioni.

Ma quando la polarizzazione diventa permanente e le regole stesse entrano nel conflitto politico, aumenta anche quello che gli economisti chiamano “rischio istituzionale”.

Villa Taverna e il realismo dei rapporti con Washington

Non è un caso che anche in Italia il 4 luglio sia stato celebrato all’insegna del pragmatismo.

Al tradizionale ricevimento dell’ambasciata americana a Villa Taverna, il 2 luglio, il governo ha ribadito un concetto semplice: l’amicizia con Washington resta un pilastro, ma tra alleati esiste anche il diritto al dissenso.

“Franchezza”, “rispetto”, “pari dignità” e “interesse nazionale” sono stati i concetti ricorrenti nei discorsi di Antonio Tajani, Matteo Salvini e Ignazio La Russa, dopo settimane di tensioni tra Roma e l’amministrazione Trump.

L’ambasciatore americano Tilman Fertitta ha parlato di relazioni “tra le migliori che abbia mai visto”, mentre Tajani ha ricordato che “essere alleati non significa essere sempre d’accordo su tutto”.

È probabilmente questa la fotografia più fedele del rapporto tra Europa e Stati Uniti nel loro 250° compleanno.

L’America continua a essere il principale partner economico e finanziario dell’Occidente. Ma è anche un Paese che, come già accadde nel 1826 e nel 1876, celebra se stesso mentre discute il proprio futuro.

Ed è forse questa seconda America, quella raccontata meno dai dati economici e più dalla storia, che aiuta davvero a capire il significato di questo anniversario.

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