Dieci anni dopo il referendum del 23 giugno 2016, la Brexit continua a produrre un effetto duplice e solo in apparenza contraddittorio: una politica britannica instabile e un’economia che, nei fatti, non ha mai smesso di restare intrecciata con l’Europa. Il risultato è una distanza crescente tra narrazione politica e dinamiche di mercato.

Nel 2025 l’interscambio tra Italia e Regno Unito ha raggiunto 53,7 miliardi di sterline, in aumento dello 0,7% rispetto all’anno precedente. Un dato che conferma la resilienza dei rapporti bilaterali nonostante le barriere introdotte dalla Brexit. Le esportazioni britanniche verso l’Italia si attestano a 19,5 miliardi, mentre le importazioni dall’Italia salgono a 34,2 miliardi, con Roma tra i principali partner commerciali europei di Londra.

Servizi e investimenti al centro del nuovo equilibrio

La trasformazione più significativa riguarda la composizione degli scambi. Le esportazioni britanniche di servizi verso l’Italia crescono del 6,8% e raggiungono 10,2 miliardi di sterline, superando per valore le merci (9,2 miliardi). Anche le importazioni di servizi italiani avanzano del 4,5%, fino a 10,3 miliardi.

Il commercio di beni continua invece a scontare l’impatto della burocrazia post-Brexit, mentre servizi finanziari, assicurativi, tecnologici e turistici diventano il vero motore della relazione economica.

Anche gli investimenti confermano la solidità del legame: lo stock degli investimenti diretti britannici in Italia sale a 22,3 miliardi di sterline (+19,8%), mentre gli investimenti italiani nel Regno Unito raggiungono 18 miliardi, con un balzo significativo rispetto al 2023.

Il conto economico e il “Bregret”

Sul piano macroeconomico, il bilancio resta però pesante. Le stime dell’Institute for Fiscal Studies indicano per il Regno Unito una perdita strutturale tra il 6% e l’8% del Pil. Un impatto che alimenta un crescente ripensamento nell’opinione pubblica.

Il fenomeno del “Bregret” è ormai consolidato. Secondo l’European Council on Foreign Relations, il 66% dei britannici giudica negativamente la Brexit, con effetti percepiti soprattutto su economia e costo della vita. Il 75% si dichiara favorevole a relazioni più strette con Bruxelles e il 55% voterebbe per il rientro nell’Ue in caso di nuovo referendum.

Instabilità politica e successione continua dei premier

Sul piano politico, il decennio post-Brexit è stato segnato da una volatilità senza precedenti. A Downing Street si sono succeduti sette primi ministri, da David Cameron fino all’attuale fase guidata da Andy Burnham dopo le dimissioni di Keir Starmer.

In parallelo, il Paese ha attraversato shock sistemici: pandemia, morte della regina Elisabetta II, ascesa di Carlo III, tensioni interne alla monarchia e crescita del populismo guidato da Nigel Farage. Un insieme di fattori che ha eroso la stabilità istituzionale e la continuità politica.

Eppure, mentre la politica continua a muoversi per cicli rapidi e spesso imprevedibili, il sistema economico ha seguito una traiettoria molto più lineare. Imprese e investitori hanno mantenuto attivi i canali con l’Europa, adattandosi a un nuovo quadro regolatorio senza interrompere i flussi.

Dieci anni dopo la Brexit, il divario è evidente: la politica ha ridisegnato i confini, ma il mercato ha continuato a superarli.

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