Contro lo Sboom creato dai nuovi monopoli digitali c’è poco da fare. La società ha un un ospite inatteso che nemmeno i tedeschi più testardi riusciranno a sconfiggere: si chiama sharing economy, che si abbatte come un maglio anche sul rallentamento dell’economia mondiale, con effetti nefasti sui mercati europei, persino sullo spread

C’è infatti un filo logico che lega la deflazione di cui abbiamo sofferto per anni, la scarsa crescita e la paura di nuove tempeste che scuotono i listini: è la contrapposizione tra la new economy e la old economy. La prima, viaggia alla velocità della luce grazie alla Rete, senza limiti, priva di freni o regolamenti che tengano. La seconda (la nostra), è imbrigliata da una serie di norme europee che di fatto rendono impossibile la spesa per investimenti di ciascun paese dell’Eurozona, costringono le banche a fare pulizia in modo scomposto senza quegli aiuti statali così cruciali negli Stati Uniti. In sostanza, noi europei abbiamo troppe regole per una crescita già anemica, gli americani, i cinesi e gli indiani, hanno poche regole che permettono una crescita vigorosa. 

D’altronde il bollettino dei vincitori e vinti di dieci anni di crisi lo spiega fin troppo chiaramente perché si è arrivati a questo punto. Dal crack Lehman Brothers ad oggi il Pil della Grecia ha perso il 24%, quello dell’Italia il 6%, tutto il resto è un segno più: Spagna +2%, Giappone +4,7%,Francia +6,7%, Germania +10,9%, Gran Bretagna + 11%, Usa + 14%Irlanda +38%, Cina +120%. E in territorio positivo sono tutti i paesi dell’Est Europa. Più dell’euro ha potuto quindi la turbo finanza, la mancanza atavica di competitività e l’avvento dell’economia digitale. 

Visto che sono troppe le variabili imprevedibili (oggi la crisi turca ieri quella dei Brics domani l’Argentina in un valzer senza fine) vale la pena concentrarsi su ciò che sta andando bene nel mondo da almeno cinque anni, l’Internet delle cose, per capire se questo modello è utilizzabile in qualche modo anche nella vecchia Europa.

La digitalizzazione di molti processi industriali e commerciali, decantata in opere quali La società a costo marginale zero di Jeremy Rifkin, sta trasformando, anzi ha trasformato, la nostra società. Una persona autorevole come Mario Draghi, è arrivata tempo fa a dare la colpa anche all’e-commerce se i prezzi non salgono come dovrebbero, lasciando al fosco destino di una jobless recovery (ripresa senza lavoro) un intero continente. 

Ma la questione è ben più complessa di un click che permette di bypassare gli esercizi tradizionali,mettendo in un angolo intere filiere economiche, come dimostrano gli ultimi straordinari dati sul commercio digitale che è cresciuto in Italia più del doppio di quello tradizionale. 

Alcune cifre sull’ubercapitalismo – fondato sulla dematerializzazione di tutti i processi produttivi a vantaggio del capitale e spesso a danno del lavoro – lo dimostrano in modo lampante. Airbnb valeva 26 miliardi di dollari, ha raccolto fondi per 2,3 e occupa circa 500 dipendenti. Snapchat era quotata dagli analisti 26 miliardi, ne ha raccolti 1,2 e dà lavoro fisso a 400 individui. Uber, varrebbe ancora tra i 40 e i 50 miliardi, ha trovato risorse per 6 miliardi e ha circa 500 salariati diretti (esclusi, per ora, gli autisti). Sono in tutto 74 le start-up, tutte o quasi rigorosamente non quotate, dei settori tecnologici che fanno parte di quei particolari ”unicorni” di successo, ovvero le aziende che quotano più di un miliardo nascendo spesso nella magica Silicon Valley. Aggiungendo ai tre big suddetti gli altri sette magnifici ”unicorni”, PalantirSpacexPinterestDropboxWeworkTheranos e Square, si arriva a oltre 80 miliardi di dollari di valutazione e non più di 10.000 addetti, qualcosa di molto meno dei dipendenti della Telecom ma anche dell’Atac o dell’Ama, o di una grande banca italiana, tanto per avere un’idea

Non solo. Una ricerca di Mediobanca R&S ha mostrato come le aziende internettiane (Google, Microsoft, Facebook, Amazoncapitalizzano di più in borsa ma fatturano e occupano di meno rispetto a colossi tradizionalimanifatturieri quali Apple, General Electric, Johnson & Johnson, NestlèSignifica, in buona sostanza, che servono sempre meno dipendenti per creare più ricchezza. Più capitale e meno lavoro. E la ricchezza si crea molto più facilmente se si vive in quella parte di mondo dove non è in vigore il Fiscal Compact, la Federal Reserve stampa denaro e i nuovi Zuckerberg trovano facilmente finanziatori senza aspettare il piano Juncker o di chi verrà dopo di lui. Non si tratta quindi di un rallentamento dell’economia, è solo il suo ‘naturale’ andamento. 

D’altronde, da quant’è che Bce e Commissione parlano di uscita dal tunnel e di spiragli di ripresa? Più o meno dal fallimento della Lehman Brothers. Forse si dovrebbe prendere atto che il tunnel è finito da un pezzo ma corriamo su una strada provinciale e non su un’autostrada a otto corsie.

Si badi bene, questo non è un ragionamento tecnofobico. Noi tutti ci avvantaggiamo della facilità di condividere una casa, un’automobile, un servizio alla persona, ma non si può negare che se questi giganti del web creano poco lavoro, ci sarà un impatto sul reddito disponibile e dunque, in ultima analisi, anche sull’andamento dei prezzi che vengono spinti dai consumiCon diretta conseguenza su Pil, debito e listini della old economy. E visto che la quarta rivoluzione industriale permette a tutti, in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento di comprare, scambiare e condividere beni e servizi di ogni genere, non si può addebitare a forze ‘’oscure’’ la mancata crescita. C’è qualcosa di più. Si deve prendere atto che determinate consuetudini consumeristiche (uscita di casa, acquisto di un bene, trasporto e spedizione dello stesso con i costi connessi di carburante e di personale) sono sparite: è una faccia della medaglia del millennio globalizzato

Il modello che gli Stati Uniti Digitali, inteso come gli over the top, stanno imponendo a tutti (nel 2020 il 40% dei lavoratori negli Usa sarà autonomo) è quello della flessibilità del lavoro e della massima remunerazione del capitale in un contesto di nuovi monopoli sui cui devono vigilare gli antitrust. 

In questo contesto di turbo capitalismo spinto, noi europei abbiamo fatto una scelta fatale: abbiamo imbrigliato le spese degli stati e dunque i consumi, gli americani hanno lasciato liberi entrambi. 

Marx, riscoperto da molti analisti e commentatori, aveva già a suo tempo trovato una definizione perfetta per questa rivoluzione digitale. Nel 1846, quando definì la società comunista, ”la possibilità di fare oggi una tale cosa e domani un’altra, di cacciare al mattino e di pescare nel pomeriggio, di praticare l’allevamento la sera e di fare della critica dopo i pasti. Tutto a proprio piacimento, senza essere pescatore, cacciatore o critico’‘. Sono passi scritti dal filosofo nella sua opera L’ideologia tedesca, eppure quelle parole sembrano pensate oggi per il capitalismo della Reteche ha creato spazi inimmaginabili per i consumatori, la concorrenza e la creazione di plusvalore. 

Quello che sfugge agli economisti ortodossi è che lo stesso consumatore si è fatto mercato (in America un neologismo, prosumers, indica il consumatore-produttore) diventando fattore propulsivo dell’economia condivisa e in ultima analisi anche merce gratuita che diventa il propellente del corso dei titoli di Google & C. e delle grandi ricchezze dei nuovi monopolisti. 

Inutile chiudere i centri commerciali la domenica se prima non si salvano quelli aperti il resto della settimana.